Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14615 del 26/05/2021

Cassazione civile sez. I, 26/05/2021, (ud. 18/01/2021, dep. 26/05/2021), n.14615

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9892/2019 proposto da:

S.T., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Angelico n.

301, presso lo studio dell’avvocato Perugini Basilio, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Bruno Biagio, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.M., M.A., M.I., Mi.Ma.,

tutti in proprio e nella qualità di eredi di P.R.;

elettivamente domiciliati in Roma, Via Germanico n. 101, presso lo

studio dell’avvocato Piazza Luciano, che li rappresenta e difende,

giusta procura in calce al controricorso;

-controricorrenti –

contro

Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione,

Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di

Palermo, S.E.M.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1924/2018 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 28/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/01/2021 dal cons. Dott. ACIERNO MARIA.

 

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La Corte di Appello Palermo, confermando la pronuncia del Tribunale ha respinto la domanda di dichiarazione giudiziale di paternità proposta da S.T. nei confronti degli eredi di M.G.. A sostegno della domanda era stato dedotto dall’attore di aver appreso dalla madre S.M.G. di non essere figlio di Ma.Fr., ex coniuge di sua madre, ma di essere nato da una relazione che la stessa aveva intrattenuto con M.G. di cui era a conoscenza il Ma..

2. La Corte d’Appello ha rigettato la domanda rilevando preliminarmente che la vedova di M.G. non poteva essere inclusa tra i legittimati passivi perchè, avendo rinunciato all’eredità, non poteva più essere qualificata erede; che l’eccezione di nullità della consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado per difetto di convocazione del consulente di parte attrice per la prosecuzione delle operazioni peritali doveva ritenersi infondata perchè smentita dal consulente tecnico d’ufficio, il quale aveva dichiarato di aver provveduto all’adempimento e lo aveva dimostrato producendo ricevuta del’invio via fax (recante quale numero di telefono del destinatario, quello del consulente di parte) e via PEC. Peraltro, ha osservato la Corte d’Appello, il consulente di parte attrice non si è mai doluto dell’omessa partecipazione e ha condiviso le conclusioni del consulente d’ufficio avendo partecipato incontestatamente alla sessione relativa all’inizio effettivo operazioni peritali in laboratorio (riunione del 28/3/2013).

2.1 Nel merito, la Corte d’Appello ha affermato che non deve essere rinnovata la consulenza tecnica d’ufficio, ancorchè non sia riuscita a dare una risposta al quesito ritenendo non idoneo il materiale esaminato. La parte appellante ha richiesto una nuova esumazione della salma o l’utilizzo di campioni conservati e non utilizzati ma nella sentenza di primo grado sono ampiamente illustrate le ragioni che avevano indotto ad escludere la concreta utilità del rinnovo. Tali ragioni sono state condivise dal giudice di secondo grado, in uno con il principio della ragionevole durata del processo.

2.2 Infine, il rifiuto di sottoporsi all’esame del d.n.a. del discendente maschile di M.G. non è prova determinante all’interno del complesso delle risultanze probatorie che portano ad escludere la prova che quest’ultimo abbia trattato come figlio l’attore e che tra il M. e la madre dell’attore ci sia stata una relazione sessuale compatibile con il tempo del concepimento dell’attore stesso.

3. Avverso tale pronuncia è stato proposto ricorso per cassazione da S.T.. Hanno resistito con controricorso A., I., Ma. e M.M. anche nella qualità di eredi della madre medio tempore deceduta.

4. Nel primo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 276 c.c. in relazione al dichiarato difetto di legittimazione passiva della vedova di M.G.. La norma, secondo i ricorrenti deve essere interpretata in senso estensivo, attenendo dira costituzione di uno status non soltanto a profili di carattere patrimoniale ma anche afferenti i diritti della persona. Ne consegue che la rinuncia all’eredità non esclude la permanenza della legittimazione passiva.

4.1 La censura non è fondata. L’art. 276 c.c. nell’estendere la legittimazione passiva del presunto padre, anche ai suoi eredi, in sua mancanza, non può essere interpretata come se si riferisse in astratto a tutti coloro che tale qualificazione ex lege possono rivestire. Contrasta con questa opzione ermeneutica in primo luogo la lettera della norma che individua la categoria dei legittimati negli “eredi”. Il sistema codicistico relativo alla successione ereditaria (libro II, Titolo I, capi I e seguenti) distingue nettamente la posizione dei chiamati all’eredità dagli eredi, predeterminando le forme legali di accettazione dell’eredità (artt. 474 c.c. e ss.) e precisando, espressamente che la rinuncia all’eredità ha effetto retroattivo e chi la manifesta nelle forme di legge (art. 519 c.c.) “è come se non vi fosse mai stato chiamato (art. 521 c.c.). Dal sintetico quadro normativo sopra illustrato emerge la non sovrapponibilità delle nozioni di successore ex lege; chiamato all’eredità ed erede, con la conseguenza che l’utilizzo di una specifica qualificazione giuridica non può subire interpretazioni che ne discostino il contenuto e gli effetti da quelli previsti dalle norme che la disciplinano.

4.2 In conclusione, l’art. 276 c.c., nella indicazione dei legittimati passivi diversi dal presunto padre, si riferisce agli eredi in senso stretto escludendo chi abbia validamente ed efficacemente rinunciato all’eredità. Questi ultimi successori non possono subire gli effetti patrimoniali dell’estensione dell’asse ereditario conseguente all’eventuale accoglimento della domanda di dichiarazione giudiziale di paternità essendosi volontariamente determinati ad essere esclusi da qualsiasi vicenda accrescitiva o riduttiva dei diritti ereditari astrattamente conseguiti ex lege. Nella specie, trattandosi della coniuge, nessun riflesso, neanche indiretto sul piano della modifica degli status filiali è configurabile in capo alla moglie del presunto padre. Infine, deve rilevarsi, una palese carenza d’interesse a ricorrere in relazione alla parte della censura contenuta nel primo motivo che pone in luce gli effetti pregiudizievoli del difetto di legittimazione passiva che avrebbero potuto determinarsi in capo alla moglie di M.G., in quanto soltanto la parte effettivamente interessata o chi le succede legalmente può essere portatore e difensore degli interessi in questione, tanto più che in primo grado la stessa parte aveva espressamente eccepito la propria carenza di legittimazione.

5. Nel secondo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 194 c.p.c., comma 2 e art. 90 disp. att. c.p.c. oltre che l’omesso esame di un fatto decisivo in relazione all’eccepita nullità della consulenza tecnica d’ufficio svolta nel giudizio di primo grado. La parte ricorrente evidenzia che, al termine delle operazioni peritali eseguite nel cimitero (OMISSIS) con l’estumulazione della salma di M.G., non veniva fissata alcuna data successiva per il prosieguo delle indagini nè veniva disposto alcun rinvio. Dall’esame dell’elaborato peritale è emerso che il consulente di parte attorea non è stato messo in condizione di partecipare a nessuna delle operazioni eseguite presso l’Istituto di Medicina Legale del (OMISSIS), nè nella seduta del 28/3/2013 nè nelle successive (2/4 – 4/4 – 8/4 – 18/4 e 7/5). In relazione alle operazioni del 28/3/2013 viene contestata espressamente dalla parte ricorrente l’efficacia probatoria della Conferma TX dell’invio e ricezione fax, mai pervenuto al consulente di parte. Nessun riscontro peraltro è stato fornito per le sedute successive e l’impossibilità di presenziare ed interloquire nella fase della estrazione dei campioni inficia di nullità consulenza d’ufficio.

La censura è inammissibile non risultando specificamente censurata la ratio decidendi fondata sull’adesione del consulente di parte alle conclusioni del consulente d’ufficio, come indicato espressamente a pag. 6 della sentenza impugnata. Al riguardo deve osservarsi che, come correttamente indicato dalla Corte d’Appello, la dedotta omissione delle comunicazioni relative ad alcune sessioni delle operazioni peritali, deve essere sostenuta dall’espressa precisazione del contenuto del vulnus al diritto di difesa (Cass. 3893 del 2017). Nella specie la mancanza di specificità è corroborata dall’espressa adesione del consulente di parte alle conclusioni del consulente d’ufficio. Peraltro, secondo gli orientamenti più recenti di questa Corte, una volta correttamente incardinate le operazioni peritali nel rispetto del contraddittorio, non possono configurarsi modalità legalmente predeterminate e tipizzate per le comunicazioni successive e sussiste un onere delle parti d’informarsi del prosieguo delle operazioni peritali (Cass. 2615 del 2020).

6. Nel terzo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 269 c.c. oltre al vizio di omesso esame di un fatto decisivo in relazione al rigetto della istanza di rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio formulata in primo grado. Afferma il ricorrente che la consulenza tecnica d’ufficio non è stato in grado nè di confermare nè di escludere in via definitiva il rapporto di filiazione dedotto in giudizio ritenendo che il materiale biologico estratto dalla salma non fosse idoneo a fornire informazioni utili allo scopo. Nelle note del 29/10/2013 la parte attrice aveva evidenziato che dovevano essere utilizzate le tecniche di estrazione di DNA antico e non di DNA moderno come da letteratura scientifica allegata. Secondo quanto osservato nelle predette note tecniche, nella specie, pur in presenza di un campione biologico di una certa consistenza, rinvenuto in buono stato in feretro zincato collocato in sepoltura gentilizia, le tecniche impiegate per il compimento delle indagini genetiche erano del tutto inadeguate. Poteva essere utilizzato un diverso laboratorio (nelle note ne vengono indicati molteplici) ed utilizzati i campioni rimasti non utilizzati, oppure disposto ulteriore prelievo di campioni, ove la contaminazione di quelli estratti li avesse deteriorati. La corte d’Appello non si è confrontata con questi rilievi limitandosi all’adesione per relationem alle conclusioni del primo grado.

6.1. La censura è fondata nei limiti che si espongono. La richiesta di rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio si fonda su una serie di rilievi scientifici che involgono in primo luogo il metodo d’indagine sui campioni biologici estratti ed in secondo luogo la effettiva possibilità di svolgere le ricerche necessarie per rispondere ai quesiti fondandosi sui campioni disponibili, in quanto esposti a contaminazioni anche dettate dall’erronea metodologia d’indagine seguita. Su tale pluralità di rilievi ed in particolare sulle contestazioni relative alle specifiche tecniche da adottare per l’indagine richiesta in relazione alla natura del DNA (antico o moderno) non si riscontra nella motivazione della sentenza impugnata alcun riferimento espresso. Il rinvio alla sentenza di primo grado è, al riguardo, generico e non consente di comprendere se il Tribunale abbia preso posizione su queste dedotte criticità e come abbia specificamente risposto. Da quel che si legge a pag. 7 e 8 la Corte d’Appello, nell’adottare la tecnica motivazionale del rinvio per relationem si è limitata ad affermare di condividere le ragioni esposte dal Tribunale sulla concreta utilità di una nuova estumulazione, finalizzata a nuove indagini senza però fornire alcun elemento conoscitivo per comprendere perchè si era pervenuti a questa conclusione a fronte di un elaborato che aveva concluso senza rispondere al quesito formulato dal giudice a causa della inidoneità delle informazioni desumibili dall’indagine compiuta e che, proprio per questa ragione, avrebbe richiesto una puntuale giustificazione in ordine all’ininfluenza di una nuova indagine. Al riguardo, risulta palese dall’esame della sentenza impugnata che la mancanza di riserve della parte attrice sull’elaborato del consulente tecnico d’ufficio è coerente con il rinnovo dell’indagine richiesta, in quanto fondata in primo luogo su nuove metodiche che tengano conto della natura del DNA, nella specie, e se necessario, dispongano nuovi prelievi. Nella situazione e con le modalità d’indagine adottate non è stato contestato che i risultanti fossero quelli indicati. Ciò, tuttavia, non esime la Corte d’Appello dal dare conto delle contestazioni e dare conto di averle affrontate criticamente.

6.2 La giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, anche di recente affermato (Cass. 26709 del 2020) che nel giudizio d’appello è ammissibile la richiesta di rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio, ove si contestino le valutazioni tecniche del consulente fatte proprie dal giudice di primo grado, poichè non viene chiesta l’ammissione di un nuovo mezzo di prova e, in stretta correlazione con il caso di specie, che il giudice è tenuto a rispondere alle censure tecnico-valutative mosse dall’appellante avverso le valutazioni di ugual natura contenute nella sentenza impugnata. L’omesso esame dei rilievi tecnici deve essere censurato, come correttamente effettuato, come vizio di motivazione, nella specie, da ritenersi meramente apparente in quanto priva di giustificazione argomentativa in ordine al tema, posto al centro dei rilievi tecnici, relativo all’avanzamento rapido delle biotecnologie in relazione alle indagini sul d.n.a. che consentono di ottenere informazioni rilevanti e specifiche anche da campioni risalenti.

6.3. Infine la motivazione per relationem, pur essendo espressamente prevista dall’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., non può ridursi ad un’adesione acritica e generica alla pronuncia di primo grado che non consenta di valutare l’avvenuto effettivo esame delle contestazioni mosse e di comprendere neanche indirettamente le ragioni dell’infondatezza dell’appello. (Cass. 20883 del 2019; 2397 del 2021). Il motivo deve, essere, conclusivamente accolto.

7. Nel quarto motivo viene dedotta la violazione dell’art. 116 c.p.c. per non aver dato il giusto rilievo probatorio al rifiuto di sottoporsi all’esame del D.N.A. da parte di M.M..

8. Nel quinto motivo la medesima censura viene svolta in relazione alle altre risultanze probatorie del tutto coerenti verso la dichiarazione giudiziale di paternità.

9. Nel sesto motivo viene contestato il rigetto della domanda di mantenimento del ricorrente a carico degli eredi, quale conseguenza del rigetto della domanda principale e nel settimo viene contestato il regime processuale delle spese di lite.

10. I motivi quarto, quinto, sesto e settimo sono, assorbiti dall’accoglimento del terzo cui segue la cassazione e rinvia la causa alla Corte di appello di Palermo in diversa composizione anche in relazione alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

Rigetta il primo motivo; dichiara inammissibile il secondo; accoglie il terzo ed assorbe i rimanenti. Cassa la sentenza impugnata e rinvia) alla Corte di Appello di Palermo in diversa composizione perchè decida anche sulle spese processuali del presente giudizio.

In caso di diffusione omettere le generalità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 18 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2021

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