Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14609 del 12/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 12/06/2017, (ud. 10/11/2016, dep.12/06/2017),  n. 14609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17539/2015 proposto da:

B.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLE ACACIE

13, presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO DI GENIO, rappresentato

e difeso dagli avvocati FELICE AMATO e TOMMASO AMATO, giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, C.F. (OMISSIS), in persona

del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 12/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

emesso il 16/12/2014 e depositato il 07/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso in riassunzione depositato in data 14 gennaio 2011 avanti alla Corte di appello di Perugia, B.E., nella qualità di erede di B.R., deceduto nel (OMISSIS), proponeva domanda di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001, per violazione dell’art. 6 della C.E.D.U. a causa della irragionevole durata del giudizio in materia di trattamento pensionistico dalle Ferrovie dello Stato dinanzi alla Corte dei Conti – Sezione giurisdizionale in Roma, poi trasmesso alla Corte dei Conti della Regione Campania, instaurato con ricorso depositato il 25 ottobre 1982 e deciso con sentenza depositata il 29 settembre 2008, non ancora definitiva alla data del deposito della domanda de qua.

Notificato inizialmente il ricorso al Ministero della giustizia, con assegnazione di nuovo termine, veniva ritualmente notificato al Ministero dell’economia e delle finanze.

La Corte d’appello, con il decreto depositato il 7 gennaio 2015, dichiarato il difetto di legittimazione passiva del Ministero della giustizia, ha rigettato la domanda, ritenendo di poter escludere nella specie il pregiudizio non patrimoniale normalmente conseguente al protrarsi del giudizio oltre la durata ragionevole, in considerazione della presumibile consapevolezza circa la infondatezza della pretesa azionata nel giudizio presupposto, in base all’univoco orientamento giurisprudenziale contabile affermatosi fin dal 1981 sulla base delle pronunce della Corte Costituzionale n. 57 del 1973 e n. 22 del 1975.

Avverso tale decreto è stato proposto ricorso a questa Corte dal B., articolato su un unico motivo, cui ha replicato l’Amministrazione intimata con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La presente sentenza è redatta con motivazione semplificata così come disposto dal Collegio in esito alla deliberazione in Camera di consiglio.

Il ricorrente censura con l’unico motivo, sotto il profilo della violazione di norme di diritto (L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6 CEDU), che la corte di merito abbia escluso la sussistenza del danno non patrimoniale presumendo la insussistenza ab origine di interesse al ricorso in ragione dei precedenti giurisprudenziali contrari che evidenziavano il possibile esito negativo dell’iniziativa giudiziale nonostante per la medesima vicenda la stessa Corte di appello avesse liquidato l’indennizzo dal 1982 al 1991, epoca quest’ultima di consolidamento dell’orientamento giurisprudenziale, e la Corte distrettuale di Roma avesse liquidato l’indennizzo per l’intero periodo. Il ricorso è fondato nei limiti che seguono, nel senso che la Corte territoriale è incorsa in una applicazione parzialmente incongruente con i precedenti di questa Corte in materia di determinazione dello stato di disagio in presenza di consapevolezza della inconsistenza delle proprie istanze.

Infatti, la corte di merito ha proceduto ad una valutazione del tempo del consolidamento della giurisprudenza sull’invocato principio di liquidazione automatica delle pensioni quanto ai miglioramenti retributivi concessi al personale in servizio in maniera generica facendo riferimento agli anni ottanta, mentre l’affermazione della inesistenza del detto principio è da collocare più precisamente nel periodo successivo al 1990, essendo la pronuncia della Corte dei Conti del 1981 rimasta isolata per circa un decennio.

In altri termini, la Corte d’appello avrebbe dovuto considerare, per non incorrere in contraddizione, che la sofferenza non può essere disconosciuta alla parte la cui pretesa giudiziale viene respinta (o in generale che subisce un esito sfavorevole del giudizio), salvi i casi nei quali questa abbia posto in essere un vero e proprio abuso del processo, configurabile allorquando risulti che abbia promosso una lite temeraria o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire, con tattiche processuali di varia natura, il perfezionamento della fattispecie di cui alla L. n. 89 del 2001. La ricorrenza nel caso in esame di una siffatta fattispecie di abuso non può risultare evidenziata al tempo dell’introduzione del giudizio presupposto, là dove la giurisprudenza della corte contabile si manifestava contrastante nei pronunciamenti, non potendo consistere nella mera esistenza di un precedente giurisprudenziale contrario alle tesi sulle quali si basa la domanda giudiziale, tanto più se isolato.

Di converso l’orientamento giurisprudenziale nel senso sfavorevole all’accoglimento del ricorso si è definitivamente consolidato nel 1991, come si evince dalla medesima pronuncia della Corte dei Conti, per cui solo da tale data la parte poteva prevedere l’esito negativo della propria domanda con conseguente assenza di un paterna d’animo.

Segue, dunque, l’accoglimento del ricorso nei limiti di cui sopra.

Il provvedimento impugnato va, pertanto, cassato e non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2.

Infatti, accertata la irragionevole durata del giudizio presupposto in nove anni, per quanto sopra esposto, vantando il ricorrente un diritto iure hereditatis, sebbene da condividere con altri tre eredi, come dallo stesso dedotto, deve essere liquidato per l’intero l’indennizzo in Euro 4.500,00, pari ad Euro 500,00 per anno (cfr., Cass. n. 995/12 e Cass. SS.UU. n. 24657/07).

Il Ministero deve essere condannato al pagamento in favore del ricorrente della somma di Euro 4.500,00, oltre agli interessi legali dalla domanda al soddisfo.

L’Amministrazione va, altresì, condannata alla rifusione delle spese dell’intero giudizio, come liquidate in dispositivo.

PQM

 

La Corte accoglie il ricorso;

cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero dell’economia e delle finanze al pagamento, in favore del ricorrente della somma di Euro 4.500,00, oltre agli interessi legali dalla data della domanda al saldo;

condanna, altresì, l’Amministrazione alla rifusione delle spese processuali dell’intero giudizio, che liquida per il merito in complessivi Euro 890,00, oltre accessori, e per la legittimità in complessivi Euro 800,00, oltre accessori di legge.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 10 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2017

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