Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14598 del 15/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 15/07/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 15/07/2016), n.14598

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13052/2015 proposto da:

UNIONE ASCENSORISTI NISSENI SRL, in persona del Presidente del

Consiglio di Amministrazione e suo legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA PRATI DEGLI

STROZZI 32, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO LANIGRA,

rappresentata e difesa dall’avvocato VINCENZO BOLAZZI, giusta

procura speciale allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

PRESSO L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3621/21/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della SICILIA SEZIONE DISTACCATA di CALTANISSETTA del

27/10/2014, depositata il 24/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA IOFRIDA.

Fatto

IN FATTO

La societa’ Unione Ascensoristi Nisseni srl propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che resiste con controricorso), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Sicilia Sezione Staccata di Caltanissetta n. 3621/21/2014, depositata il 24/11/2014, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento, per IRES, IVA ed IRAP dovute, in relazione all’anno d’imposta 2004, a seguito di ripresa a tassazione di ricavi non dichiarati e di rideterminazione, in via induttiva e mediante applicazione degli studi di settore, del reddito d’impresa – e’ stata confermata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso della contribuente.

A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c., e’ stata fissata l’adunanza della Corte in Camera di consiglio, con rituale comunicazione alle parti.

Diritto

IN DIRITTO

1. La ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione per falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, delle disposizioni del D.Lgs. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, in relazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d).

2. La censura e’ infondata.

La contribuente, deducendo che la C.T.R. avrebbe fatto applicazione dei criteri dettati “da normativa non riferibile al tempo di sua spettanza”, venendosi in “accertamento rientrante nel periodo d’imposta 2006”, ribadisce che l’accertamento avrebbe dovuto essere correlato all’acquisizione di “gravi incongruenti” tra i ricavi dichiarati e quelli desumibili dagli studi di settore.

Ma la C.T.R., valutando il materiale probatorio esistente, ha affermato che la contribuente non aveva addotto elementi di prova idonei a togliere attendibilita’ agli assunti dell’Amministrazione finanziaria, la quale aveva rilevato, negli anni dal 2004 al 2006, determinate percentuali di redditivita’ tali da fare risultare l’attivita’ economica, oggetto dell’accertamento, del tutto priva di ogni logica commerciale. In dette affermazioni non e’ ravvisabile alcuna violazione di norme di diritto.

Gli studi di settore costituiscono, come si evince del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 sexies, convertito in L. 29 ottobre 1993, n. 427, solo uno degli strumenti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria per accertare in via induttiva, pur in presenza di una contabilita’ formalmente regolare, ma intrinsecamente inattendibile, il reddito reale del contribuente: tale accertamento, infatti, puo’ essere presuntivamente condotto anche sulla base del riscontro di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attivita’ svolta, a prescindere, quindi, dalle risultanze degli specifici studi di settore e dalla conformita’ alle stesse dei ricavi aziendali dichiarati (Cass. 20060/2014; Cass. S.U. 26635/2009). La C.T.R. ha fatto applicazione di detti principi di diritto.

Laddove, poi, la ricorrente intenda, in questa sede, con il suddetto motivo, riproporre la lagnanza – non accolta dalla C.T.R. – in ordine al difetto di motivazione dell’avviso di accertamento, per non avere preso in esame le giustificazioni offerte da essa contribuente in sede di contraddittorio (Cass. 17804/2012: “E’ viziato da illegittimita’ (avviso di accertamento fondato sul mero scostamento dei dati dichiarati dal contribuente rispetto a quelli relativi alla media del settore, senza che l’Amministrazione finanziaria suffraghi la pretesa con ulteriori elementi ed indizi idonei a dimostrarne l’inattendibilita’, e senza che siano state prese in esame, nella motivazione dell’accertamento, le giustificazioni del contribuente, attese l’esigenza di un fattore di adeguamento personalizzato che tenga conto della probabilita’ di errore nella stima, come rilevato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 105 del 2003, e (inidoneita’ della media di settore a costituire un fatto che di per se’ solo integri la prova presuntiva di un effettivo maggior reddito o, comunque, determini l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente”), il motivo e’ inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo stato riprodotto il contenuto dell’atto impositivo e non essendo state riportate le “giustificazioni” offerte dalla societa’ all’Amministrazione finanziaria, asseritamente non prese in considerazione da quest’ultima.

3. Il secondo motivo, implicante vizio di “contraddittoria motivazione”, ex art. 360 c.p.c., n. 5, su fatto decisivo per il giudizio, e’ inammissibile.

Invero, premessa la piena operativita’ nel giudizio di cassazione in materia tributaria del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. 8053-8054/2014) hanno altresi’ affermato che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimita’ sulla motivazione. Pertanto, e’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e (grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (cfr. ord. 21257/2014).

Ne consegue che, mentre l’omessa pronunzia continua a sostanziarsi nella totale carenza di considerazione della domanda e dell’eccezione sottoposta all’esame del giudicante, il quale manchi completamente perfino di adottare un qualsiasi provvedimento, quand’anche solo implicito, di accoglimento o di rigetto, invece indispensabile alla soluzione del caso concreto, di vizio motivazionale previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5), presuppone che un esame della questione oggetto di doglianza vi sia pur sempre stato da parte del giudice di merito, ma che esso sia affetto dalla “totale pretermissione” di uno specifico fatto storico, oppure che si sia tradotto nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa, invece, qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza della motivazione”. Ora, in ordine alla contestazione di maggiori ricavi, la C.T.R. ha accertato la compiutezza dell’atto impositivo, in difetto di idonea prova contraria, offerta dal contribuente.

La ricorrente non lamenta un’ipotesi di omesso esame di un fatto specifico e decisivo ma soltanto la “contraddittorieta’” della motivazione della decisione impugnata, vizio questo non piu’ denunciabile.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si da’ atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 3.000,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da’ atto della ricorrenza dei presupposti per il versamenti) da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Cosi’ deciso in Roma, il 16 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2016

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