Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14596 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 14596 Anno 2018
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: CONDELLO PASQUALINA ANNA PIERA

ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 17398/11 R.G. proposto da:
LEONINO CARMELINDA, rappresentata e difesa dall’avv. Gianfranco Porreca
ed elettivamente domiciliata in Roma, Piazza Venezia, n. 11 c/o Assonime
(avv. Nicola Pennella)

– ricorrente-

contro
AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore p.t., rappresentata e
difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici è
elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controri corrente –

nonché contro
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro
tempore, e AGENZIA DELLE ENTRATE- DIREZIONE PROVINCIALE DI
AVELLINO- UFFICIO CONTROLLI

-intimati-

Data pubblicazione: 06/06/2018

avverso la sentenza della Commissione tributaria centrale della Campania n.
1825/14/10 depositata in data 26 aprile 2010
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 11.4.2018 dal
Consigliere dott.ssa Pasqualina Anna Piera Condello
RITENUTO IN FATTO
Con avviso di accertamento del 29.4.1988 l’Ufficio delle Imposte

dell’Ufficio Iva, i ricavi dichiarati da Leonino Carmelinda nella dichiarazione
dei redditi dell’anno 1984, rideterminando il reddito d’impresa ai fini Irpef e
Ilor.
L’avviso

veniva

impugnato

dalla

contribuente

dinanzi

alla

Commissione tributaria di primo grado, la quale accoglieva il ricorso,
ritenendo l’accertamento carente di motivazione e adeguata la prova fornita
dalla contribuente.
La Commissione tributaria di secondo grado, accogliendo
parzialmente l’appello proposto dall’Ufficio, rideterminava il reddito netto
nella misura del 50% di quello accertato.
Avverso la decisione proponeva ricorso l’Ufficio assumendo che
incombeva sulla contribuente l’onere di dimostrare che la lana immessa nel
ciclo produttivo non era stata acquistata, ma le era pervenuta sulla base di
un rapporto di lavorazione o in base ad altro titolo, prova che avrebbe
dovuto essere fornita con il libro giornale o altra scrittura contabile da cui
risultasse, in conformità a quanto previsto dall’art. 39 del d.P.R. n. 633/72,
l’acquisizione in conto lavorazione del prodotto.
Proponeva ricorso anche la contribuente al fine di evidenziare, in via
preliminare, che l’avviso di rettifica Iva era stato annullato prima dalla
Commissione tributaria di primo grado e successivamente dalla
Commissione tributaria di secondo grado, sicchè, essendo venuto meno
l’atto presupposto, l’accertamento ai fini delle imposte dirette doveva
considerarsi nullo.
La Commissione tributaria Centrale, Sezione di Napoli, rigettava sia il
ricorso dell’Ufficio che quello della contribuente, affermando «la
motivazione della decisione di secondo grado è condivisibile sia in fatto che

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dirette rettificava, sulla base di una verifica effettuata dai funzionari

in diritto» e motivando che la contribuente non aveva fornito prova
sufficiente a sostegno della tesi difensiva e che neppure l’Ufficio aveva dato
prova certa che tutta la lana impiegata provenisse direttamente da forniture
di rivenditori.
La contribuente ha proposto ricorso per cassazione affidandolo ad
otto motivi.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. In via preliminare va dichiarata la inammissibilità del ricorso
proposto nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
In tema di contenzioso tributario, a seguito del trasferimento alle
agenzie fiscali, da parte dell’art. 57, comma 1, del d.lgs. 30 luglio 1999, n.
300, di tutti i “rapporti giuridici”, i “poteri” e le “competenze” facenti capo al
Ministero dell’Economia e delle Finanze, a partire dal primo gennaio 2001
(giorno di inizio di operatività delle Agenzie fiscali in forza dell’art. 1 del
d.m. 28 dicembre 2000), unico soggetto passivamente legittimato è
l’Agenzia delle Entrate, sicchè è inammissibile il ricorso per cassazione
promosso nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Cass. n.
1550 del 28/1/2015; n. 29183 del 6/12/2017).
2. Con il primo motivo la ricorrente deduce “violazione e falsa
applicazione degli artt. 324 cod. proc. civ. e 2909 cod. civ. in relazione
all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ.”.
Evidenzia, al riguardo, che, essendo ormai divenuto definitivo
l’annullamento dell’accertamento in materia di Iva, ricorrono le condizioni
per invocare la efficacia vincolante del giudicato esterno.
2.1. Il motivo è infondato.
Questa Corte intende dare continuità al consolidato orientamento
secondo il quale non ricorre l’efficacia estensiva del giudicato esterno
qualora siano oggetto dei separati giudizi tributi diversi (quali Iva ed Irpef),
stante la diversità strutturale delle due imposte, oggettivamente differenti,
ancorchè la pretesa impositiva sia fondata sui medesimi presupposti di fatto
(Cass. n. 7884 del 20/4/16; n. 235 del 9/1/2014; n. 3756 del 15/2/2013;
n. 802 del 14/1/2011; n. 3706 del 17/2/2010).

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La Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

3. Con il secondo motivo la ricorrente censura la sentenza impugnata
per “violazione o falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in relazione
all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.” e lamenta che la
Commissione tributaria centrale non si è pronunciata in relazione ad ogni
specifico punto sfavorevole della pronuncia di secondo grado, nonostante i
puntuali motivi di impugnazione formulati, che sono stati ritrascritti in

4. Con il terzo motivo deduce “violazione e falsa applicazione dell’art.
132, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ., degli artt. 157 e 161 cod. proc.
civ. e 111 Cost., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.”
in quanto la Commissione tributaria centrale, facendo propria la motivazione
resa dalla Commissione tributaria di secondo grado, non ha esplicitato il
percorso argomentativo che l’ha condotta alla decisione, né i motivi per i
quali ha ritenuto di aderire alla pronuncia della Commissione tributaria di
secondo grado, fornendo in tal modo una motivazione meramente
apparente.
5. Con il quarto motivo deduce omessa o insufficiente motivazione
circa un punto decisivo della controversia e ribadisce che la motivazione
della sentenza impugnata non consente di comprendere se la Commissione
Tributaria Centrale sia pervenuta al giudizio di condivisione della sentenza di
secondo grado attraverso l’esame critico dei motivi di gravame.
6. Con il quinto motivo censura la sentenza per “violazione degli artt.
2729 e 2697 cod. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod.
proc. civ.”.
Sostiene che la presunzione che dovrebbe sorreggere la pretesa
impositiva presuppone tre fatti noti, e precisamente a) il numero di
materassi prodotti nel periodo di imposta b) la provenienza della lana da
rivenditori c) il quantitativo di lana necessario per la realizzazione di un
materasso; la Commissione tributaria Centrale, affermando che l’Ufficio non
ha dato prova che tutta la lana proviene da rivenditori, ha escluso la
sussistenza del secondo dei fatti noti e, ritenendo parzialmente fondato
l’accertamento, ha violato gli artt. 2697 e 2729 cod. civ.

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ricorso in conformità al principio di autosufficienza.

7. Con il sesto motivo censura la sentenza per “violazione o falsa
applicazione degli artt. 2729 cod. civ., 53 d.P.R. n. 633/72 e 2697 cod.
civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.”,
assumendo che il preteso acquisto di lana in evasione non ha formato
oggetto di una prova, ma è stato ricavato da una presunzione semplice, e
che la C.T.C. ha fatto gravare sulla parte contribuente l’onere della prova, in

8. Con il settimo motivo deduce “motivazione insufficiente o illogica
circa un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, primo
comma, n. 5 cod. proc. civ.”, per avere la Commissione tributaria centrale
omesso di valutare le innumerevoli risultanze istruttorie di segno contrario
offerte dalla contribuente, essendo emerso nell’ambito del processo penale,
all’esito della escussione dei testi, che la lana utilizzata per la realizzazione
dei materassi veniva fornita dai clienti.
9. Con l’ottavo motivo lamenta “contraddittoria motivazione in ordine
ad un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, primo
comma, n. 5 cod. proc. civ.”, in quanto la C.T.C. ha posto a fondamento
della decisione due affermazioni tra loro incompatibili, non consentendo di
comprendere se le parti abbiano o meno assolto l’onere probatorio sulle
stesse incombente.
10. Il terzo motivo è fondato, con assorbimento del secondo, del
quarto, del quinto, del sesto, del settimo e dell’ottavo motivo.
10.1. Questa Corte ha costantemente statuito che la motivazione per
relationem è valida a condizione che i contenuti mutuati siano fatti oggetto
di autonoma valutazione critica e le ragioni della decisione risultino in modo
chiaro, univoco ed esaustivo (Cass. 16/1/2015 n. 642) e si è specificato che
il giudice di appello è tenuto ad esplicitare le ragioni della conferma della
pronuncia di primo grado con riguardo ai motivi di impugnazione proposti
(Cass. n. 4780 del 11/3/2016; n. 6326 del 1/4/2016; Cass. Sez. U., n.
8053 del 7/4/2014; n. 16612 del 7/8/2015; n. 15664 del 9/7/2014), sicché
deve considerarsi nulla- in quanto meramente apparente- una motivazione
la cui laconicità non consenta di appurare che alla condivisione della
decisione di primo grado il giudice d’appello sia pervenuto attraverso

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contrasto con la regola desumibile dall’art. 2697 cod. civ.

l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, previa
specifica ed adeguata considerazione delle allegazioni difensive, degli
elementi di prova e dei motivi di appello proposti (Cass. n. 3320 del
19/2/2016; n. 25623 del 21/12/2015).
Nel caso di specie la Commissione Tributaria Centrale, limitandosi ad
affermare in modo apodittico che la contribuente «non ha fornito prova

«dà prova certa che tutta la lana impiegata provenga direttamente da
forniture di rivenditori», ha reso una motivazione che non consente di
ricostruire l’iter logico giuridico seguito dal giudice per addivenire alla sua
decisione, atteso che non vengono esplicitate le ragioni per cui si è ritenuto
di aderire alla pronuncia della Commissione tributaria di secondo grado, né
tanto meno vengono esternati i motivi per cui le censure rivolte dalla
contribuente alla sentenza di secondo grado sono state ritenute inidonee a
supportare le argomentazioni difensive; peraltro la laconicità della
motivazione neppure permette di appurare sulla base di quali elementi
presuntivi la Commissione tributaria centrale abbia ritenuto che il reddito
da recuperare a tassazione debba essere rideterminato nella misura del
50% di quello originariamente accertato dall’Ufficio, come affermato dalla
Commissione tributaria di secondo grado, né se alla condivisione della
decisione di secondo grado essa sia pervenuta attraverso l’esame e la
adeguata valutazione di tutte le allegazioni difensive, gli elementi di prova
offerti ed i motivi di appello proposti.
11. In conclusione, deve essere dichiarato inammissibile il ricorso
proposto nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze; deve
essere accolto il terzo motivo del ricorso proposto nei confronti dell’Agenzia
delle Entrate, dichiarati assorbiti il secondo, il quarto, il quinto, il sesto, il
settimo e l’ottavo motivo e deve essere rigettato il primo motivo; la
sentenza va dunque cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale
della Campania, in diversa composizione, per nuovo esame, oltre che per la
liquidazione delle spese di legittimità.
P.Q.M.

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sufficiente a sostegno della sua tesi difensiva» e che neppure l’Ufficio

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto nei
confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze; accoglie il terzo
motivo del ricorso proposto nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, dichiara
assorbiti il secondo, il quarto, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo
e rigetta il primo motivo; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa,
anche per il regolamento delle spese di legittimità, alla Commissione

Così deciso in camera di consiglio il 11 aprile 2018

Tributaria regionale della Campania, in diversa composizione.

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