Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14595 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 14595 Anno 2018
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: CONDELLO PASQUALINA ANNA PIERA

ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 13893/11 R.G. proposto da:
LEONINO CARMELINDA, rappresentata e difesa dall’avv. Gianfranco Porreca
ed elettivamente domiciliata in Roma, Piazza Venezia, n. 11 c/o Assonime
(avv. Nicola Pennella)
– ricorrente-

contro
AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore p.t., rappresentata e
difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici è
elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

controricorrente

nonché contro
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro
tempore, e AGENZIA DELLE ENTRATE- DIREZIONE PROVINCIALE DI
AVELLINO UFFICIO CONTROLLI
-intimati-

Data pubblicazione: 06/06/2018

avverso la sentenza della Commissione Tributaria centrale della Campania
n. 1326/14/10 depositata in data 22 marzo 2010
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 11.4.2018 dal
Consigliere dott.ssa Pasqualina Anna Piera Condello
RITENUTO IN FATTO
Con avviso di accertamento del 29.4.1988 l’Ufficio delle Imposte

dell’Ufficio Iva, i ricavi dichiarati da Leonino Carmelinda nella dichiarazione
dei redditi dell’anno 1985, rideterminando il reddito netto d’impresa ai fini
Irpef e Ilor.
L’avviso

veniva

impugnato

dalla

contribuente

dinanzi

alla

Commissione tributaria di I° grado di Avellino, la quale accoglieva il ricorso,
ritenendo illegittimo il recupero a tassazione dei maggiori ricavi accertati e
dei costi.
Proposto appello dall’Ufficio, la Commissione tributaria di secondo
grado, in parziale riforma della decisione impugnata, rideterminava il
reddito netto nella misura del 50% di quello accertato sul presupposto che
la assenza di corrispondenza tra il numero di materassi prodotti ed i chili di
lana acquistati giustificasse di per sé la presunzione di omessa fatturazione,
comprovata, peraltro, dalla mancanza di un registro da cui risultasse
l’acquisizione in conto lavorazione del prodotto.
La decisione veniva impugnata sia dall’Ufficio che dalla contribuente,
la quale faceva rilevare, in via preliminare, che l’avviso di accertamento
oggetto della controversia discendeva dal verbale di rettifica Iva, che era
stato annullato dalla Commissione tributaria di primo grado e
successivamente dalla Commissione tributaria di secondo grado, sicchè,
essendo venuto meno l’atto presupposto, l’accertamento ai fini delle
imposte dirette doveva ritenersi nullo.
La Commissione tributaria Centrale, Sezione di Napoli, rigettava sia il
ricorso dell’Ufficio che quello della contribuente, motivando che la decisione
adottata dai giudici di secondo grado era condivisibile soprattutto nella
parte in cui affermava che la contribuente non aveva fornito prova
sufficiente a sostegno della sua tesi difensiva; con riguardo alla tesi

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dirette rettificava, sulla base di una verifica effettuata dai funzionari

difensiva dell’Ufficio, evidenziava che non era stata data prova certa che
tutta la lana impiegata provenisse direttamente da forniture presso
rivenditori.
La contribuente ha proposto ricorso per cassazione affidandolo a sette
motivi.
La Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

1. In via preliminare va dichiarata la inammissibilità del ricorso
proposto nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
In tema di contenzioso tributario, a seguito del trasferimento alle
agenzie fiscali, da parte dell’art. 57, comma 1, del d.lgs. 30 luglio 1999, n.
300, di tutti i “rapporti giuridici”, i “poteri” e le “competenze” facenti capo al
Ministero dell’Economia e delle Finanze, a partire dal primo gennaio 2001
(giorno di inizio di operatività delle Agenzie fiscali in forza dell’art. 1 del
d.m. 28 dicembre 2000), unico soggetto passivamente legittimato è
l’Agenzia delle Entrate, sicché è inammissibile il ricorso per cassazione
promosso nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Cass. n.
1550 del 28/1/2015; n. 29183 del 6/12/2017).
2. Con il primo motivo la ricorrente censura la sentenza impugnata
per “violazione o falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in relazione
all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.” e lamenta che la
Commissione tributaria centrale ha omesso di pronunciarsi sui puntuali
motivi di impugnazione formulati, che sono stati ritrascritti in ricorso in
conformità al principio di autosufficienza.
3. Con il secondo motivo deduce “violazione e falsa applicazione
dell’art. 132, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ., degli artt. 157 e 161
cod. proc. civ. e 111 Cost., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 cod.
proc. civ.”, in quanto la Commissione tributaria centrale, facendo propria la
motivazione resa dalla Commissione tributaria di secondo grado, non ha
esplicitato il percorso argomentativo che l’ha condotta alla decisione, né i
motivi per i quali ha ritenuto di aderire alla pronuncia della Commissione
tributaria di secondo grado, fornendo in tal modo una motivazione
meramente apparente, non rispondente ai requisiti minimi e necessari ad

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CONSIDERATO IN DIRITTO

integrare quanto meno quella “concisa esposizione dei motivi in fatto e
diritto della decisione” richiesti dall’art. 132, secondo comma, n. 4 cod.
proc. civ. e dall’art. 111 Cost.
4. Con il terzo motivo censura la sentenza per vizio di motivazione,
ribadendo che la sentenza impugnata non consente di comprendere se la
Commissione Tributaria Centrale sia pervenuta al giudizio di condivisione

gravame.
5. Con il quarto motivo deduce la violazione degli artt. 2729 e 2697
cod. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ..
Sostiene che la presunzione che dovrebbe sorreggere la pretesa
impositiva presuppone tre fatti noti, e precisamente a) il numero di
materassi prodotti nel periodo di imposta b) la provenienza della lana da
rivenditori c) il quantitativo di lana necessario per la realizzazione di un
materasso; soltanto la concorrenza di tali (presunti) fatti noti potrebbe
giustificare l’accertamento in via induttiva della lana acquistata in evasione
d’imposta, dei corrispettivi evasi e del maggior reddito Irpef-Ilor
quantificato nell’atto impositivo.
Secondo la prospettazione della ricorrente, la Commissione Tributaria
centrale, affermando che l’Ufficio non ha dato prova che tutta la lana
provenisse da rivenditori, ha escluso la sussistenza del secondo dei fatti noti
e, annullando solo parzialmente l’accertamento, ha conseguentemente
violato i criteri di ripartizione dell’onere di prova ed ha falsamente applicato
la norma dell’art. 2729 cod. civ..
6. Con il quinto motivo censura la sentenza per “violazione o falsa
applicazione degli artt. 2729 cod. civ., 53 d.P.R. n. 633/72 e 2697 cod. civ.,
in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.” e deduce che il
preteso acquisto di lana in evasione non ha formato oggetto di prova, ma è
stato ricavato da una presunzione semplice, e che la Commissione tributaria
centrale ha fatto gravare sulla parte contribuente l’onere della prova, in
contrasto con la regola desumibile dall’art. 2697 cod. civ.
7. Con il sesto motivo deduce “motivazione insufficiente o illogica
circa un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, primo

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della sentenza di secondo grado attraverso l’esame critico dei motivi di

comma, n. 5 cod. proc. civ.”, per avere la Commissione tributaria centrale
omesso di valutare le innumerevoli risultanze istruttorie di segno contrario
offerte dalla contribuente, essendo emerso nell’ambito del processo penale,
all’esito della escussione dei testi, che la lana utilizzata per la realizzazione
dei materassi veniva fornita dai clienti.
8. Con il settimo motivo lamenta “contraddittoria motivazione in

primo comma, n. 5 cod. proc. civ.”, in quanto la C.T.C. ha posto a
fondamento della decisione due affermazioni tra loro incompatibili,
rendendo impossibile comprendere se le parti abbiano assolto l’onere
probatorio sulle stesse rispettivamente incombente.
9. Il secondo motivo è fondato, con assorbimento dei restanti motivi.
9.1. Questa Corte ha costantemente statuito che la motivazione per
relationem è valida a condizione che i contenuti mutuati siano fatti oggetto
di autonoma valutazione critica e le ragioni della decisione risultino in modo
chiaro, univoco ed esaustivo (Cass. 16/1/2015 n. 642) e si è specificato che
il giudice di appello è tenuto ad esplicitare le ragioni della conferma della
pronuncia di primo grado con riguardo ai motivi di impugnazione proposti
(Cass. n. 4780 del 11/3/2016; n. 6326 del 1/4/2016; Cass. Sez. U.,
7/4/2014 n. 8053; n. 16612 del 7/8/2015; n. 15664 del 9/7/2014), sicchè
deve considerarsi nulla- in quanto meramente apparente- una motivazione
la cui laconicità non consenta di appurare che alla condivisione della
decisione di primo grado il giudice d’appello sia pervenuto attraverso
l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, previa
specifica e adeguata considerazione delle allegazioni difensive, degli
elementi di prova e dei motivi di appello proposti (Cass. n. 3320 del
19/2/2016; n. 25623 del 21/12/2015).
Nel caso di specie la Commissione Tributaria Centrale, limitandosi ad
affermare in modo apodittico che la contribuente «non ha fornito prova
sufficiente a sostegno della sua tesi difensiva» e che neppure l’Ufficio
«dà prova certa che tutta la lana impiegata provenga direttamente da
forniture presso i rivenditori», ha reso una motivazione che non consente
di ricostruire l’iter logico giuridico seguito dal giudice per addivenire alla sua

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ordine ad un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360,

decisione, atteso che non vengono esplicitate le ragioni per cui si è ritenuto
di aderire alla pronuncia della Commissione tributaria di secondo grado, né
tanto meno vengono esternati i motivi per cui le censure rivolte dalla
contribuente alla sentenza di secondo grado sono state ritenute inidonee a
supportare le argomentazioni difensive; peraltro la laconicità della
motivazione neppure permette di appurare sulla base di quali elementi

da recuperare a tassazione debba essere rideterminato nella misura del
50% di quello originariamente accertato dall’Ufficio, come affermato dalla
Commissione tributaria di secondo grado, né se alla condivisione della
decisione di secondo grado essa sia pervenuta attraverso l’esame e la
adeguata valutazione di tutte le allegazioni difensive, gli elementi di prova
offerti ed i motivi di appello proposti.
10. In conclusione, deve essere dichiarato inammissibile il ricorso
proposto nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze; deve
inoltre essere accolto il secondo motivo del ricorso proposto nei confronti
dell’Agenzia delle Entrate, con assorbimento degli altri motivi e la sentenza
va cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Campania,
in diversa composizione, per nuovo esame, oltre che per la liquidazione
delle spese di legittimità.
P.Q.M.
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto nei
confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze; accoglie il secondo
motivo del ricorso proposto nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e
dichiara assorbiti i restanti motivi; cassa la sentenza impugnata e rinvia la
causa, anche per il regolamento delle spese di legittimità, alla Commissione
Tributaria regionale della Campania, in diversa composizione.
Così deciso in camera di consiglio il 11 aprile 2018
IL PRESIDENTE

presuntivi la Commissione tributaria centrale abbia ritenuto che il reddito

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