Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14592 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 14592 Anno 2018
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: CRUCITTI ROBERTA

ORDINANZA

C.C. 11-04-2018

sui ricorso proposto da:
DELLAS s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in Roma, via della Scrofa 64 presso lo
studio del Prof Avv.Stefano Zunarelli che la rappresenta e difende
anche disgiuntamente al Prof.Avv.Lorenzo del Federico per
procura in calce al ricorso
– ricorrente contro
AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore centrale pro

tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei

Portoghesi n.12 presso gli uffici dell’Avvocatura Generale
dello Stato che la rappresenta e difende;
-controricorrenteper la cassazione della sentenza della Commissione tributaria
regionale dell’Abruzzo, n.586/9/12, depositata il 24 maggio 2012.
Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
giorno 11 aprile 2018 dal relatore Cons.Roberta Crucitti.
Rilevato che:

Dellas s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,
impugnò il provvedimento con il quale l’Agenzia delle Entrate le aveva
negato, per l’esaurimento delle risorse finanziarie disponibili, il nulla osta

i

Data pubblicazione: 06/06/2018

alla fruizione del credito d’imposta concesso ai sensi dell’art.1, comma
280-283 della legge 296/2006;
in particolare, la Società, con il ricorso, eccepì, tra l’altro,
l’illegittimità costituzionale dell’art.29 del d.l. n.185/2008, convertito
nella legge n.2/2009 che aveva modificato, con efficacia retroattiva, la
normativa di riferimento, prevedendo, per gli anni 2008-2011, uno
stanziamento fisso nel bilancio dello Stato, entro il quale quei crediti
avrebbero trovato copertura, stabilendo che le somme stanziate
sarebbero state attribuite agli aventi diritto secondo un criterio

dal 6 maggio 2008, avessero inoltrato il formulario di prenotazione
tramite invio telematico;
la Commissione tributaria provinciale accolse il ricorso ma tale
decisione, impugnata dalla

“MizgaGoire, è stata integralmente riformata

dalla Commissione Tributaria Regionale dell’Abruzzo che, con la sentenza
indicata in epigrafe, ha confermato la legittimità del provvedimento di
diniego;
avverso la sentenza la Società propone ricorso su sei motivi;
l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso;
il ricorso è stato fissato in camera di consiglio ai sensi dell’art.375,
secondo comma, e dell’art.380 bis 1 cod.proc.civ., introdotti dall’art.lbis
del d.l. 31 agosto 2016 n.168, convertito, con modificazioni, dalla legge
25 ottobre 2016 n.197;
la ricorrente ha depositato memoria ex art.380 bis.l. cod.
proc.civ.,
Considerato che:
con il primo motivo si reitera l’eccezione di illegittimità
costituzionale dell’art.29 co 1, 2 e 3 del d.l. 29.11.2008 n.185,
convertito in legge 28.1.2009 n.2, per violazione degli artt.3, 41, 97 e
177 Cost;
con il secondo motivo si denuncia la sentenza impugnata di
motivazione illogica e contraddittoria laddove la C.T.R. -pur affermando
che la contribuente avesse tutti i requisiti richiesti per usufruire del
credito di imposta e che, pertanto, fosse titolare del relativo dirittoaveva poi ritenuto legittimo il diniego che di tale diritto negava
completamente l’esercizio;
con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione
dell’art.3 della legge n.212/2000 laddove la C.T.R. aveva ritenuto che
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meramente temporale, privilegiandosi coloro che per primi, a decorrere

non esistesse un divieto costituzionale all’efficacia retroattiva della
norma;
con il quarto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione
dell’art.10, comma 2 della legge 212/2000 e dei principi comunitari in
tema di legittimo affidamento laddove la C.T.R. aveva affermato che il
legittimo affidamento non sarebbe invocabile con riferimento alle norme
giuridiche, non potendo tale principio porre alcun vincolo alla potestà
legislativa;
le censure -esaminate congiuntamente siccome vertenti sulla

motivo laddove il vizio motivazionale di cui al n.5, I comma„ art.360
c.p.c. deve, pur sempre, attenere ad un “fatto” storico e normativo
(v.tra le altre Cass.n.2805/2011) mentre con il mezzo si censurano le
valutazioni in diritto effettuate dal Giudice di appello- sono infondate;
in ordine al primo motivo, infatti, va, rilevato che, in ordine
all’asserito contrasto della suddetta normativa con gli art.41, 97, e 117
Cost., questa Corte si è già espressa con l’ordinanza n.3576 del 2015
dichiarando la questione non manifestamente fondata, con motivazione
che il Collegio condivide e alla quale si riporta integralmente; mentre in
relazione al contrasto con l’art.3 Cost. è intervenuta, di recente, a
seguito di rimessione ad opera anche di questa Corte (Cass. ord. n. 3576
del 2015 cit.), la Corte Costituzionale la quale, con sentenza n. 149 del
2017, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale
in merito all’art. 29, comma 1, del d.l. n. 185 del 2008 e inammissibile
in merito al secondo comma dello stesso articolo;
in particolare, in riferimento alla prima questione, la Corte
Costituzionale ha ritenuto che «la disposizione censurata abbia una
«”causa” normativa adeguata» (sentenze n. 203 del 2016, n. 34 del
2015 e n. 92 del 2013), perché trova giustificazione nei «principi, diritti
e beni di rilievo costituzionale» (sentenze n. 308, n. 170 e n. 103 del
2013, n. 264 e n. 78 del 2012) tutelati dagli artt. 2, 3 e 81 Cost. Essa
poi, sempre alla luce delle sue finalità e del contesto economico che ne
ha visto la genesi, non viola i princìpi di ragionevolezza e
proporzionalità» e che la mancanza di un tetto massimo per la
fruibilità dei crediti di imposta giustificasse un intervento anche
retroattivo per salvaguardare le finanze statali; inoltre, gli ulteriori
interventi normativi, di cui alla legge 191 del 2009 per tutelare le
posizioni dei titolari di crediti “perdenti” avevano salvaguardato il
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stessa questione, e rilevata, da subito, l’inammissibilità del secondo

rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità dell’intera
disciplina;
in merito alla seconda questione, relativa al contrasto dell’art.29,
comma 2 lett.a) e 3 d.l. 185 del 2008 con l’art.3 Cost., la Corte
Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione perché un
eventuale accoglimento della stessa determinerebbe un nuovo assetto
normativo “caratterizzato da iniquità e irragionevolezza” in quanto nel
frattempo il legislatore è intervenuto con la legge n.191 del 2009 per
salvaguardare, almeno in parte, la posizione dei “perdenti” cosicchè la

“vincitori” il beneficio ottenuto, senza che gli stessi possano essere
recuperati ai sensi della legge n.191 del 2009, dato che i finanziamenti
da essa previsti sono riservati ai soli “perdenti” della prima procedura;
alla luce dei principi espressi dalla Corte Costituzionale nella sopra
citata sentenza n.149 del 2007 sono infondate anche le censura
formulate con il terzo ed il quarto motivo;
con riferimento alla questione introdotta con il terzo motivo la
Corte Costituzionale ha, infatti, affermato che un intervento normativo
anche retroattivo, incidente su diritti perfetti, non è necessariamente
incostituzionale, purchè risponda a criteri di razionalità, di salvaguardia
di altri valori costituzionali, e di proporzionalità e ha rilevato che, nella
specie, l’intervento era necessario per tutelare altri sopravvenuti
interessi pubblici di rilievo costituzionale, quale la tutela dell’equilibrio
del bilancio dello Stato, e, che nel necessario bilanciamento degli
interessi in gioco quest’ultimo elemento non rende illegittima la
normativa sopravvenuta nel 2008;
con riferimento, invece, alla questione introdotta con il quarto
motivo la stessa Corte Costituzionale ha affermato che “il valore del
legittimo affidamento non esclude che il legislatore possa assumere
disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la
disciplina dei rapporti giuridici anche se l’oggetto di questi sia costituito
da diritti soggettivi perfetti, ma esige che ciò avvenga alla condizione
che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale,
frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate su leggi
precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica. Solo in
presenza di posizioni giuridiche non adeguatamente consolidate, dunque,
ovvero in seguito alla sopravvenienza di interessi pubblici che esigano
interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente su di esse, ma
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dichiarazione di illegittimità della normativa del 2008 farebbe perdere ai

sempre nei limiti di proporzionalità della proporzionalità dell’incisione
rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti, è consentito alla
legge di intervenire in senso sfavorevole su assetti regolatori
precedentemente definiti”

(cfr.Corte Costituzionale .n.149/2017,

paragrafo 9 del “considerato”);
in sintesi, la Corte costituzionale ha ritenuto che l’intervento
retroattivo del legislatore possa incidere sull’affidamento dei cittadini al
verificarsi di determinate condizione, nella specie, tutti sussistenti in
quanto l’intervento normativo, in questione, era giustificato per la

approvati anche in sede europea, con la possibilità, al contempo, di
creare disponibilità finanziarie per rilanciare l’economia e tutelare i
lavoratori e le famiglie a fronte di una situazione di eccezionale crisi
internazionale generalizzata;
va, peraltro, rilevato che -per quanto possa rilevare nella misura in
cui la materia sia regolata da norme eurounitarie- che anche la Corte di
Giustizia dell’Unione Europea, occupandosi del concetto di legittimo
affidamento, ha affermato che lo stesso, per quanto sia un principio
fondamentale dell’ordinamento dell’Unione non si traduce nella
aspettativa di intangibilità di una normativa, in particolare in settori in

cui è necessario, e di conseguenza ragionevolmente prevedibile, che le
norme in vigore vengano continuamente adeguate alle variazioni della
congiuntura economica (Corte Giust. Sentenza del 23.11.1999, in C149/96) e che di conseguenza, gli operatori economici non possono fare

legittimamente affidamento sulla conservazione di una situazione
esistente che può essere modificata nell’ambito del potere discrezionale
delle istituzioni comunitarie (v.sentenza 15 luglio 1982, causa 245/81
Edekam race 1982 pag.2745, punto 27; sentenza 28 ottobre 1982,
causa 52/81, Faust, race 1987, 3745, punto 27; sentenza 17 giugno
1987, cause riunite 424 e 425/85, Frico, Race,1979, pag.2755, punto
33) (v.Corte di Giustizia caso C-350/88);
nella specie, appare sufficiente rammentare che il d.l. n.158 del
2008 venne dettato, come sopra già evidenziato per fronteggiare
l’eccezionale situazione di crisi economica venutasi a creare a livello
internazionale e per consentire allo Stato italiano di rispettare gli
impegni sui parametri economici connaturati all’appartenenza all’Unione
europea e che, peraltro, lo Stato con il successivo intervento della legge
n.191 del 2009 è, comunque, intervenuto a regolare le situazioni che si
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necessità di mantenere il bilancio dello Stato nel rispetto dei parametri

erano verificate a detrimento dei cosiddetti “perdenti” nella procedura di
cui al d.l. 185 del 2008;
con il quinto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione
dell’art.7, comma 1, della legge n.212/2000 nonché dell’art.3 della legge
n.241/1990 laddove la C.T.R. aveva ritenuto motivato il provvedimento
di diniego;
la censura è infondata a fronte della motivazione fornita sul punto
dal Giudice di appello (ovvero che il diniego illustrava le ragioni per cui il
credito di imposta non veniva concesso e cioè l’esaurimento delle risorse

fino al 2011) in adesione all’orientamento di questa Corte la quale ha
ritenuto, in tema di motivazione degli atti, che è sufficiente l’indicazione
degli elementi che permettano di controllare la legittimità della
procedura cui esso si riferisce (v.tra le altre Cass. 11466/2011 con
riferimento al ruolo ed alla cartella);
infine, con il sesto motivo si deduce la violazione e falsa
applicazione dell’art.7, comma 2. della legge n.212/2000 nonché
dell’art.21 octies della legge n.2417/1990 laddove la C.T.R. aveva
ritenuto che il provvedimento impugnato non necessitava dell’indicazione
del responsabile del procedimento;
la censura è infondata avendo il Giudice di appello, anche su tale
questione, correttamente applicato la normativa di riferimento come
interpretata da questa Corte;
l’art. 7, comma 2, legge 212 del 2000, secondo il quale gli atti
dell’amministrazione finanziaria e dei concessionari della riscossione
devono tassativamente indicare, tra l’altro, l’ufficio presso il quale e’
possibile ottenere informazioni complete in merito all’atto notificato o
comunicato e il responsabile del procedimento, peraltro non prevede
sanzione; per la cartelle esattoriali, poi, la normativa specifica che
prevede espressamente la nullità è stata introdotta a partire dal 2008;
l’art. 36, comma 4-ter, del decreto-legge n. 248 del 2007, ha
previsto tale sanzione solo con riguardo alle cartelle di pagamento
relative a ruoli consegnati a decorrere dalla data menzionata (in tale
senso, per tutte, Sezioni Unite, sentenza n. 11722 del 2010), né, per le
cartelle anteriori prive di tale requisito, ricorre l’annullabilità delle stesse,
atteso che, «essendo la disposizione di cui all’art. 7 della legge n. 212
del 2000 priva di sanzione, e non incidendo direttamente la violazione in
questione sui diritti costituzionali del destinatario, trova applicazione
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mentre era chiaro che il diniego si riferiva a tutte le somme stanziate

l’art. 21 octies della legge 7 agosto 1990, n. 241, il quale, allo scopo di
sanare con efficacia retroattiva tutti gli eventuali vizi procedimentali non
influenti sul diritto di difesa, prevede la non annullabilità del
provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla
forma degli atti, qualora, per la natura vincolata del provvedimento,
come nel caso di cartella esattoriale, il suo contenuto dispositivo non
avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato»
(ordinanza n. 332 del 2016; nello stesso senso, sentenze n. 25773 del
2014, n. 3754 del 2013 e n. 4516 del 2012);

riferisce espressamente solo alle cartelle esattoriali di cui all’art 25 dpr
600 del 73, mentre nella specie, sebbene si tratti di un atto del giugno
2009, siamo davanti ad un diniego di agevolazione, quindi a un atto di
natura diversa;
l’art. 21 septies della legge 241 del 1990 commina la nullità al
provvedimento che manca degli elementi essenziali, ma non prevede il
nome del responsabile del procedimento come uno degli elementi
essenziali dell’atto e peraltro, va osservato che, nella specie, ci si trova
in presenza di un procedimento particolare, completamente telematico,
consistente nella introduzione in via elettronica di una domanda alla
quale segue, a distanza di tempo, un provvedimento, emesso sulla base
di una elaborazione – anche in questo caso – meramente informatica
della domanda. L’elaborazione consiste nella mera assegnazione
automatica di fondi in base ad un puro criterio cronologico, fino ad
esaurimento risorse, ed il provvedimento, che dà semplicemente atto
dell’assegnazione o meno del credito di imposta, è comunicato sempre in
via informatica;
in tale contesto, il provvedimento, come detto, è telematico,
generato automaticamente dal sistema, e quindi a contenuto vincolato,
nel senso che, nei casi di rigetto della domanda, è predeterminato nella
forma e nel contenuto. Può, quindi, fondatamente ritenersi uno di quegli
atti a contenuto vincolato per il quale l’art. 21-octies, comma 2, legge
241 del 1990 esclude non solo la nullità, ma anche l’annullabilità in caso
di adozione in violazione delle norme sul procedimento o sulla forma
(v.Cass. 5733 del 09/03/2018);
va, in ogni caso, anche osservato che la C.T.R. ha dato atto del
fatto che, inoltre, l’indicazione di un nominativo al quale riferire il
provvedimento, e quindi il procedimento, era presente sull’atto, nella
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peraltro, tale norma (art 36 comma 4 ter d.l. n. 248 del 2007) si

persona del direttore del Centro operativo di Pescara;
conclusivamente,

il ricorso va rigettato con compensazione

integrale tra le parti delle spese processuali, attesa la novità, rispetto
alla proposizione del ricorso, dell’intervento della Corte Costituzionale.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso.
Compensa integralmente tra le parti le spese processuali.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 11 aprile

2018.

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