Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14590 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 14590 Anno 2018
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: CRUCITTI ROBERTA

ORDINANZA

C.C. 11-04-2018

sul ricorso proposto da:
COC Farmaceutici s.r.I., in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via della Scrofa 64
presso lo studio del Prof Avv.Stefano Zunarelli che la rappresenta
e difende anche disgiuntamente al Prof.Avv.Lorenzo del Federico
per procura in calce al ricorso
– ricorrente contro
AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore centrale

tempore,

pro

elettivamente domiciliata in Roma, via dei

Portoghesi n.12 presso gli uffici dell’Avvocatura Generale
dello Stato che la rappresenta e difende;
-controricorrenteper la cassazione della sentenza della Commissione tributaria
regionale dell’Abruzzo, n.690/9/12, depositata il 24 maggio 2012.
Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
giorno 11 aprile 2018 dal relatore Cons.Roberta Crucitti.
Rilevato che:
COC Farmaceutici s.r.I., in persona del legale rappresentante
pro tempore, impugnò il provvedimento con il quale l’Agenzia
delle Entrate le aveva negato, per l’esaurimento delle risorse

Data pubblicazione: 06/06/2018

finanziarie disponibili, il nulla osta alla fruizione del credito
d’imposta concesso ai sensi dell’art.1, comma 280-283 della legge
296/2006;
in particolare, la Società, con il ricorso, eccepì, tra l’altro,
l’illegittimità costituzionale dell’art.29 del d.l. n.185/2008,
convertito nella legge n.2/2009 che aveva modificato, con
efficacia retroattiva, la normativa di riferimento, prevedendo, per
gli anni 2008-2011, uno stanziamento fisso nel bilancio dello

stabilendo che le somme stanziate sarebbero state attribuite agli
aventi diritto secondo un criterio meramente temporale,
privilegiandosi coloro che per primi, a decorrere dal 6 maggio
2008, avessero inoltrato il formulario di prenotazione tramite invio
telematico;
la Commissione tributaria provinciale rigettò il ricorso e che
tale decisione, impugnata dalla contribuente, è stata
integralmente confermata dalla Commissione Tributaria Regionale
dell’Abruzzo che, con la sentenza indicata in epigrafe, ha
confermato la legittimità del provvedimento di diniego;
avverso la sentenza la Società propone ricorso su sei motivi;
l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso;
il ricorso è stato fissato in camera di consiglio ai sensi
dell’art.375, secondo comma, e dell’art.380 bis

1 cod.proc.civ.,

introdotti dall’art.lbis del d.l. 31 agosto 2016 n.168, convertito,
con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2016 n.197;
la ricorrente ha depositato memoria ex art.380 bls.i., cod.

proc.cív.,
Considerato che:
con il primo motivo si reitera l’eccezione di illegittimità
costituzionale dell’art.29 co 1, 2 e 3 del d.l. 29.11.2008 n.185,
convertito in legge 28.1.2009 n.2, per violazione degli artt.3, 41,
97 e 177 Cost;
con il secondo motivo si denuncia la sentenza impugnata di
motivazione illogica e contraddittoria laddove la C.T.R. -pur
affermando che la contribuente avesse tutti i requisiti richiesti per
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Stato, entro il quale quei crediti avrebbero trovato copertura,

usufruire del credito di imposta e che, pertanto, fosse titolare del
relativo diritto- aveva poi ritenuto legittimo il diniego che di tale
diritto negava completamente l’esercizio;
con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa
applicazione dell’art.3 della legge n.212/2000 laddove la C.T.R.
aveva ritenuto che non esistesse un divieto costituzionale
all’efficacia retroattiva della norma;
con il quarto motivo si deduce la violazione e falsa

principi comunitari in tema di legittimo affidamento laddove la
C.T.R. aveva affermato che il legittimo affidamento non sarebbe
invocabile con riferimento alle norme giuridiche, non potendo tale
principio porre alcun vincolo alla potestà legislativa;
le censure -esaminate congiuntamente siccome vertenti sulla
stessa questione, e rilevata, da subito, l’inammissibilità del
secondo motivo laddove il vizio motivazionale di cui al n.5, I
comma, art.360 c.p.c. deve, pur sempre, attenere ad un “fatto”
storico e normativo (v.tra le altre Cass.n.2805/2011) mentre con
il mezzo si censurano le valutazioni in diritto effettuate dal Giudice
di appello- sono infondate;
in ordine al primo motivo, infatti, va, rilevato che, in ordine
all’asserito contrasto della suddetta normativa con gli art.41, 97,
e 117 Cost., questa Corte si è già espressa con l’ordinanza n.3576
del 2015 dichiarando la questione non manifestamente fondata,
con motivazione che il Collegio condivide e alla quale si riporta
integralmente; mentre in relazione al contrasto con l’art.3 Cost. è
intervenuta, di recente, a seguito di rimessione ad opera anche di
questa Corte (Cass. ord. n 3576 del 2015 cit.), la Corte
Costituzionale la quale, con sentenza n. 149 del 2017, ha
dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale in
merito all’art. 29, comma 1, del d.l. n. 185 del 2008 e
inammissibile in merito al secondo comma dello stesso articolo;
in particolare, in riferimento alla prima questione, la Corte
Costituzionale ha ritenuto che <> e che la mancanza
di un tetto massimo per la fruibilità dei crediti di imposta
giustificasse un intervento anche retroattivo per salvaguardare le

legge 191 del 2009 per tutelare le posizioni dei titolari di crediti
“perdenti” avevano salvaguardato il rispetto dei principi di
ragionevolezza e proporzionalità dell’intera disciplina;
in merito alla seconda questione, relativa al contrasto
dell’art.29, comma 2 lett.a) e 3 d.l. 185 del 2008 con l’art.3 Cost.,
la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione
perché un eventuale accoglimento della stessa determinerebbe un
nuovo assetto normativo “caratterizzato da iniquità e
irragionevolezza” in quanto nel frattempo il legislatore è
intervenuto con la legge n.191 del 2009 per salvaguardare,
almeno in parte, la posizione dei “perdenti” cosicché la
dichiarazione di illegittimità della normativa del 2008 farebbe
perdere ai “vincitori” il beneficio ottenuto, senza che gli stessi
possano essere recuperati ai sensi della legge n.191 del 2009,
dato che i finanziamenti da essa previsti sono riservati ai soli
“perdenti” della prima procedura;
alla luce dei principi espressi dalla Corte Costituzionale nella
sopra citata sentenza n.149 del 2007 sono infondate anche le
censura formulate con il terzo ed il quarto motivo;
con riferimento alla questione introdotta con il terzo motivo
la Corte Costituzionale ha, infatti, affermato che un intervento
normativo anche retroattivo, incidente su diritti perfetti, non è
necessariamente incostituzionale, purchè risponda a criteri di
razionalità, di salvaguardia di altri valori costituzionali, e di
proporzionalità e ha rilevato che, nella specie, l’intervento era
necessario per tutelare altri sopravvenuti interessi pubblici di
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finanze statali; inoltre, gli ulteriori interventi normativi, di cui alla

rilievo costituzionale, quale la tutela dell’equilibrio del bilancio
dello Stato, e, che nel necessario bilanciamento degli interessi in
gioco quest’ultimo elemento non rende illegittima la normativa
sopravvenuta nel 2008;
con riferimento, invece, alla questione introdotta con il
quarto motivo la stessa Corte Costituzionale ha affermato che “il
valore del legittimo affidamento non esclude che il legislatore
possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole

di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti, ma esige che
ciò avvenga alla condizione che tali disposizioni non trasmodino in
un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni
sostanziali fondate su leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini
nella sicurezza giuridica. Solo in presenza di posizioni giuridiche
non adeguatamente consolidate, dunque, ovvero in seguito alla
sopravvenienza di interessi pubblici che esigano interventi
normativi diretti a incidere peggiorativamente su di esse, ma
sempre nei limiti di proporzionalità della proporzionalità
dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti,
è consentito alla legge di intervenire in senso sfavorevole su
assetti regolatori precedentemente definiti” (cfr.Corte
Costituzionale .n.149/2017, paragrafo 9 del “considerato”);
in sintesi, la Corte costituzionale ha ritenuto che l’intervento
retroattivo del legislatore possa incidere sull’affidamento dei
cittadini al verificarsi di determinate condizione, nella specie, tutti
sussistenti in quanto l’intervento normativo, in questione, era
giustificato per la necessità di mantenere il bilancio dello Stato nel
rispetto dei parametri approvati anche in sede europea, con la
possibilità, al contempo, di creare disponibilità finanziarie per
rilanciare l’economia e tutelare i lavoratori e le famiglie a fronte
di una situazione di eccezionale crisi internazionale generalizzata;
va, peraltro, rilevato che -per quanto possa rilevare nella
misura in cui la materia sia regolata da norme eurounitarie- che
anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, occupandosi del
concetto di legittimo affidamento, ha affermato che lo stesso, per
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agli interessati la disciplina dei rapporti giuridici anche se l’oggetto

quanto sia un principio fondamentale dell’ordinamento dell’Unione
non si traduce nella aspettativa di intangibilità di una normativa,
in particolare in settori in cui è necessario, e di conseguenza
ragionevolmente prevedibile, che le norme in vigore vengano
continuamente adeguate alle variazioni della congiuntura
economica (Corte Giust. Sentenza del 23.11.1999, in C-149/96) e
che di conseguenza, gli operatori economici non possono fare
legittimamente affidamento sulla conservazione di una situazione

discrezionale delle istituzioni comunitarie (v. sentenza 15 luglio
1982, causa 245/81 Edekam race 1982 pag.2745, punto 27;
sentenza 28 ottobre 1982, causa 52/81, Faust, race 1987, 3745,
punto 27; sentenza 17 giugno 1987, cause riunite 424 e 425/85,
Frico, Race,1979, pag.2755, punto 33) (v.Corte di Giustizia caso
C-350/88);
nella specie, appare sufficiente rammentare che il d.l. n.158
del 2008 venne dettato, come sopra già evidenziato per
fronteggiare l’eccezionale situazione di crisi economica venutasi a
creare a livello internazionale e per consentire allo Stato italiano
di rispettare gli impegni sui parametri economici connaturati
all’appartenenza all’Unione europea e che, peraltro, lo Stato con il
successivo intervento della legge n.191 del 2009 è, comunque,
intervenuto a regolare le situazioni che si erano verificate a
detrimento dei cosiddetti “perdenti” nella procedura di cui al d.l.
185 del 2008;
con il quinto motivo si deduce la violazione e falsa
applicazione dell’art.7, comma 1, della legge n.212/2000 nonché
dell’art.3 della legge n.241/1990 laddove la C.T.R. aveva ritenuto
motivato il provvedimento di diniego;
la censura è infondata a fronte della motivazione fornita sul
punto dal Giudice di appello (ovvero che il diniego illustrava le
ragioni per cui il credito di imposta non veniva concesso e cioè
l’esaurimento delle risorse mentre era chiaro che il diniego si
riferiva a tutte le somme stanziate fino al 2011) in adesione
all’orientamento di questa Corte la quale ha ritenuto, in tema di
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esistente che può essere modificata nell’ambito del potere

motivazione degli atti, che è sufficiente l’indicazione degli
elementi che permettano di controllare la legittimità della
procedura cui esso si riferisce (v.tra le altre Cass. 11466/2011
con riferimento al ruolo ed alla cartella);
infine, con il sesto motivo si deduce la violazione e falsa
applicazione dell’art.7, comma 2. della legge n.212/2000 nonché
dell’art.21 octies della legge n.2417/1990 laddove la C.T.R. aveva
ritenuto che il provvedimento impugnato non necessitava

la censura è infondata avendo il Giudice di appello, anche
su tale questione, correttamente applicato la normativa di
riferimento come interpretata da questa Corte;
l’art. 7, comma 2, legge 212 del 2000, secondo il quale gli
atti dell’amministrazione finanziaria e dei concessionari della
riscossione devono tassativamente indicare, tra l’altro, l’ufficio
presso il quale e’ possibile ottenere informazioni complete in
merito all’atto notificato o comunicato e il responsabile del
procedimento, peraltro non prevede sanzione; per la cartelle
esattoriali, poi, la normativa specifica che prevede espressamente
la nullità è stata introdotta a partire dal 2008;
l’art. 36, comma 4-ter, del decreto-legge n. 248 del 2007, ha
previsto tale sanzione solo con riguardo alle cartelle di pagamento
relative a ruoli consegnati a decorrere dalla data menzionata (in
tale senso, per tutte, Sezioni Unite, sentenza n. 11722 del 2010),
né, per le cartelle anteriori prive di tale requisito, ricorre
l’annullabilità delle stesse, atteso che, «essendo la disposizione di
cui all’art. 7 della legge n. 212 del 2000 priva di sanzione, e non
incidendo direttamente la violazione in questione sui diritti
costituzionali del destinatario, trova applicazione l’art. 21 octies
della legge 7 agosto 1990, n. 241, il quale, allo scopo di sanare
con efficacia retroattiva tutti gli eventuali vizi procedimentali non
influenti sul diritto di difesa, prevede la non annullabilità del
provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o
sulla forma degli atti, qualora, per la natura vincolata del
provvedimento, come nel caso di cartella esattoriale, il suo
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dell’indicazione del responsabile del procedimento;

contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello
in concreto adottato» (ordinanza n. 332 del 2016; nello stesso
senso, sentenze n. 25773 del 2014, n. 3754 del 2013 e n. 4516
del 2012);
peraltro, tale norma (art 36 comma 4 ter d.l. n. 248 del
2007) si riferisce espressamente solo alle cartelle esattoriali di
cui all’art 25 dpr 600 del 73, mentre nella specie, sebbene si tratti
di un atto del giugno 2009, siamo davanti ad un diniego di

l’art. 21 septies della legge 241 del 1990 commina la nullità
al provvedimento che manca degli elementi essenziali, ma non
prevede il nome del responsabile del procedimento come uno
degli elementi essenziali dell’atto e peraltro, va osservato che,
nella specie, ci si trova in presenza di un procedimento
particolare, completamente telematico, consistente nella
introduzione in via elettronica di una domanda alla quale segue, a
distanza di tempo, un provvedimento, emesso sulla base di una
elaborazione – anche in questo caso – meramente informatica
della domanda. L’elaborazione consiste nella mera assegnazione
automatica di fondi in base ad un puro criterio cronologico, fino ad
esaurimento risorse, ed il provvedimento, che dà semplicemente
atto dell’assegnazione o meno del credito di imposta, è
comunicato sempre in via informatica;
in tale contesto, il provvedimento, come detto, è telematico,
generato automaticamente dal sistema, e quindi a contenuto
vincolato, nel senso che, nei casi di rigetto della domanda, è
predeterminato nella forma e nel contenuto. Può, quindi,
fondatamente ritenersi uno di quegli atti a contenuto vincolato per
il quale l’art. 21-octies, comma 2, legge 241 del 1990 esclude non
solo la nullità, ma anche l’annullabilità in caso di adozione in
violazione delle norme sul procedimento o sulla forma (v.Cass.
5733 del 09/03/2018);
va, in ogni caso, anche osservato che la C.T.R. ha dato atto
del fatto che, inoltre, l’indicazione di un nominativo al quale
riferire il provvedimento, e quindi il procedimento, era presente
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agevolazione, quindi a un atto di natura diversa;

sull’atto, nella persona del direttore del Centro operativo di
Pescara;
conclusivamente, il ricorso va rigettato con compensazione
integrale tra le parti delle spese processuali, attesa la novità,
rispetto alla proposizione del ricorso, dell’intervento della Corte
Costituzionale.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 11
aprile 2018.

Compensa integralmente tra le parti le spese processuali.

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