Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14574 del 04/07/2011

Cassazione civile sez. II, 04/07/2011, (ud. 03/05/2011, dep. 04/07/2011), n.14574

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

CASEIFICIO CABBIONI ANTONIO & C. s.n.C., in persona del

legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, per procura

speciale a margine del ricorso, dall’Avvocato DE ANGELIS Paolo,

presso lo studio del quale in Roma, Largo del Teatro Valle n. 6, è

elettivamente domiciliato;

– ricorrente –

contro

B.M., rappresentato e difeso, per procura a margine del

controricorso, dagli Avvocati ROTILI Carlo A. e Paolo Quadruccio,

elettivamente domiciliato presso lo studio del primo in Roma, Via

Rubicone n. 42;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di L’Aquila n. 879 del

2008, depositata il 10 dicembre 2008.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 3

maggio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, il quale nulla ha osservato rispetto alla

relazione.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che l’arch. B.M. ottenne dal Presidente del Tribunale di L’Aquila decreto ingiuntivo di condanna della Caseificio Cabbioni Antonio & C. s.n.c. al pagamento della somma di L. 147.337.305, oltre accessori per compensi professionali a lui dovuti per progettazione e direzione dei lavori di ristrutturazione del caseificio;

che l’ingiunta si oppose deducendo l’inadeguata esecuzione dei lavori e l’inesatta applicazione dei parametri di valore delle opere ai fini della determinazione del compenso dovuto, e propose altresì domanda riconvenzionale di danni;

che, costituitosi l’opposto, il Tribunale di L’Aquila, con sentenza depositata il 13 luglio 2006, rigettò l’opposizione e la riconvenzionale;

che avverso questa sentenza ha proposto appello la Caseificio Cabbioni;

che, nella resistenza del B., la Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza depositata il 10 dicembre 2008, ha rigettato il gravame;

che, con riferimento alla questione del valore dell’opera commissionata – quantificata dall’appellante in L. 1.583.010.161 cui corrisponderebbe un compenso di L. 129.840.166, laddove in sentenza detto valore era stato determinato in L. 1.800.000.000, per un compenso di L. 147.337.035 – la Corte d’appello ha ritenuto che dovessero essere corretti sia l’importo indicato in sentenza (L. 2.700.000.000), in quanto comprensivo anche del costo di macchinari estranei al rapporto professionale, sia quello indicato dal c.t.u., sul quale l’appellante aveva fondato le proprie doglianze, in quanto il detto importo risultava approssimato per difetto rispetto all’importo effettivo e reale che doveva essere stabilito in L. 1.800.000.000, così come dedotto dal creditore opposto e documentato dai documenti provenienti dalla stessa appellante, e consistenti nei tre stati di avanzamento presentati alla BNL per ottenere il finanziamento, dai quali, scomputate le somme riferite ai macchinari, residuava un importo, per opere murarie, pari a quello indicato dal B.; con la precisazione che, rispetto a tale importo, era del tutto congrua la somma richiesta;

che la Corte ha ritenuto poi inammissibile e infondato il gravame con riferimento alla reiezione della domanda riconvenzionale, tenuto conto della esiguità e assoluta inadeguatezza della prospettazione in fatto della censura, senza alcuna precisazione in concreto circa le opere mal eseguite e i difetti riscontrati, al fine di consentirne la riconducibilità non già alla responsabilità dell’appaltatore, ma a inadempimento dell’obbligazione di risultato gravante sul direttore dei lavori;

che per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso Caseificio Cabbioni Antonio & C. s.n.e. sulla base di tre motivi;

che l’intimato ha resistito con controricorso, la cui prima notifica, eseguita presso il domicilio indicato nel ricorso, non è andata a buon fine;

che, ravvisate le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all’art. 380 bis cod. proc. civ., ai sensi di tale norma è stata redatta la prevista relazione, depositata il 10 marzo 2011, che è stata notificata alle parti e comunicata al pubblico ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“(…) Con il primo motivo, la ricorrente deduce vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria sul fatto controverso consistente nel valore complessivo delle opere progettate e dirette dal B., che costituisce la base di calcolo per le sue competenze professionali. La ricorrente si richiama alla determinazione del valore fatta dal c.t.u. in primo grado e si duole che la Corte d’appello abbia disatteso detta stima limitandosi ad affermare che la stessa era approssimata per difetto, senza esplicitare quali fossero gli importi, presenti negli stati di avanzamento, che dovevano essere detratti per ottenere il valore delle opere progettate ed eseguite dal B.. In proposito, la ricorrente rileva che in quei documenti il valore delle opere murarie era limitato a complessive L. 681.399.000.

Il motivo è inammissibile. Esso si risolve infatti in una censura su un apprezzamento di fatto condotto dalla Corte d’appello sulla documentazione prodotta dalla stessa appellante (stati di avanzamento) e si sostanzia nel rilevare che le opere murarie, in detta documentazione, avrebbero avuto un importo di gran lunga inferiore a quello ritenuto provato dalla Corte d’appello. La ricorrente, peraltro, ha omesso di riprodurre in ricorso il contenuto dei documenti dai quali emergerebbe l’errore contabile della Corte d’appello, onde consentire alla Corte di legittimità di riscontrare sulla base della sola lettura del ricorso la fondatezza dell’assunto.

Peraltro, non può non rilevarsi che la indicazione del valore delle opere murarie effettuata dalla ricorrente si discosta grandemente non solo dalla quantificazione effettuata dalla Corte d’appello, ma anche e soprattutto dalla stessa quantificazione del c.t.u. alla quale la medesima ricorrente ha affermato di prestare consenso.

Con il secondo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto (L. n. 143 del 1949, art. 2 e D.M. n. 233 del 1987), dolendosi del fatto che la Corte d’appello non abbia determinato il compenso sulla base del valore effettivo delle opere, sul presupposto che detto valore fosse quello stimato dal c.t.u.. A conclusione del motivo, la ricorrente formula il seguente quesito di diritto: Nella controversia tra progettista e committente relativa al pagamento dei compensi dovuti dal secondo al primo in ragione di attività professionale di progettazione e direzione lavori, ai fini dell’applicazione della tariffa professionale di cui alla L. 2 marzo 1949, n. 143 ed al D.M. 11 giugno 1987, n. 233, integrativo della prima, e della determinazione degli onorari la percentuale, il giudice è tenuto a considerare quale importo dell’opera al quale rapportare la percentuale stessa il valore effettivo dei lavori progettati e diretti, anzichè, come ha erroneamente statuito il giudice a quo, la somma indicata sugli stati di avanzamento dei lavori.

Il motivo è inammissibile. Dalla inammissibilità del primo motivo, concernente la quantificazione del valore delle opere progettate dal professionista al fine di calcolare il compenso spettantegli, discende la inidoneità del quesito di diritto formulato dalla ricorrente. Esso, invero, postula un accertamento di fatto diverso da quello che il giudice del gravame, con motivazione non idoneamente censurata con il primo motivo di ricorso, ha posto a fondamento della propria decisione; anzi la stessa ricorrente non contesta che la determinazione dei compensi professionali sia avvenuta con riferimento al valore quantificato dalla Corte d’appello, in modo conforme alla proporzione rappresentata in ricorso. Il quesito, dunque, appare del tutto generico, atteso che dalla risposta in ipotesi affermativa che si voglia dare allo stesso non potrebbe comunque discendere l’accoglimento del motivo, atteso che la Corte d’appello ha ritenuto che il compenso dovesse essere determinato sulla base del valore effettivo dei lavori progettati, proprio come richiesto nel quesito di diritto.

Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia il vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria quanto alle statuizioni relative alla sua domanda riconvenzionale.

Il motivo è manifestamente infondato. La Corte d’appello ha ritenuto le doglianze svolte sul punto dalla appellante esigue e inadeguate quanto alla prospettazione in fatto delle censure e le circostanze riferite dalla ricorrente nel terzo motivo non appaiono idonee a scalfire detta valutazione. Invero, si legge in ricorso che nell’atto di appello la ricorrente ebbe ad affermare: in merito alla domanda riconvenzionale di risarcimento del danno, formulata dalla opponente Società sul presupposto della responsabilità professionale dell’arch. B., quale direttore dei lavori, per i vizi e le difformità riscontrate sull’opera, il Tribunale afferma che (omissis). Occorre, innanzitutto, rilevare che il Tribunale, al di là di ogni opinabile considerazione sull’entità dei vizi, stimati dal CTU nella rilevante somma di Euro 46.100,24, ha erroneamente escluso che il direttore dei lavori risponda dei vizi di costruzione.

Infatti è evidentemente compito del direttore dei lavori vigilare sulla corretta esecuzione delle opere da parte delle imprese appaltatrici, di talchè, ove si ravvisino vizi o difetti nella realizzazione di queste, non vi è dubbio che essi si pongano, sotto il profilo causale, quale conseguenze sia dell’attività delle imprese esecutrici che del direttore dei lavori.

Tali essendo le argomentazioni svolte dall’appellante sul punto, il giudizio di inadeguatezza delle stesse a censurare la sentenza di primo grado appare tutt’altro che impropriamente espresso, non risultando esplicitati nè i vizi denunciati, nè gli specifici profili di responsabilità del direttore dei lavori rispetto a quelli propri delle imprese appaltatrici. In tale contesto, avendo la Corte d’appello affermato la inammissibilità dell’appello per difetto di specificità dei motivi, le successive argomentazioni in ordine alla infondatezza della censura devono essere ritenute espresse ad abundantiam e come tali inidonee ad integrare la ratio decidendi della sentenza impugnata sul punto, che si compendia nella genericità della censura.

Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione dello stesso in camera di consiglio”;

che la richiamata proposta di decisione, alla quale non sono state rivolte critiche di sorta, è condivisa dal Collegio;

che deve solo disporsi, ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio, la rimessione in termini del controricorrente, atteso che le ragioni dal medesimo addotte a sostegno della propria istanza – avere eseguito la notificazione nel domicilio eletto dal ricorrente quale risultante dal ricorso per cassazione – appaiono meritevoli di accoglimento, ed essendo la notifica del controricorso stata eseguita il 7 giugno 2010;

che il ricorso va quindi rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2011

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