Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14569 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 14569 Anno 2018
Presidente: LOCATELLI GIUSEPPE
Relatore: CRUCITTI ROBERTA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
SICIGNANO VINCENZO, elettivamente domiciliato in Roma, via
Belsiana n.100, presso lo studio dell’Avv. Silvio Crapolicchio che lo
rappresenta e difende per procura in notaio Anna Lupi
rep.n.23946 del 27.1.2012;
– ricorrente contro
AGENZIA DELLE ENTRATE,

in persona del direttore

pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n.
12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e
difende;
-controricorrente/ricorrente incidentaleper la cassazione della sentenza della Commissione tributaria
regionale della Campania n.20/34/11, depositata il 4.02.2011.
Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
14 febbraio 2018 dal relatore Cons.Roberta Crucitti.
Rilevato che:
nella controversia concernente l’impugnazione da parte di
Vincenzo Sicignano di avviso di accertamento, relativo ad Irpef,
Irap ed Iva dell’anno 1999 con relative sanzioni, la Commissione

Data pubblicazione: 06/06/2018

tributaria regionale della Campania, con la sentenza indicata in
epigrafe, in parziale accoglimento dell’appello proposto
dall’Agenzia delle entrate e rigettando l’appello incidentale
proposto dal contribuente, riformava la decisione di primo grado
(integralmente favorevole al contribuente), rideterminando il
reddito imponibile di lavoro autonomo per l’anno 1999 in euro
19.128, 98 ai fini dell’Irpef e dell’addizionale regionale e in misura
pari il valore della produzione ai fini dell’irap; determinava,

minimi di legge ed interessi come per legge;
in particolare, il Giudice di appello -riformata la sentenza di
primo grado (che aveva dichiarato l’Amministrazione finanziaria
decaduta dal potere accertativo), essendo stata presentata nei
confronti del contribuente denuncia penale- nel merito, premesso
che nell’atto impositivo impugnato coesistevano due rilievi, uno
fondato su un accertamento parziale operato con riferimento agli
studi di settore, ed un altro basato su movimentazioni bancarie
ritenute prive di giustificazione, riteneva che il primo
accertamento basato sugli studi di settore fosse privo di
motivazione, in quanto fondato su circostanze contrastanti,
mentre, con riguardo alle movimentazioni bancarie, rilevava che il
contribuente non aveva fornito giustificazioni idonee alla
rideterminazione dell’imponibile; infine, riteneva che la domanda
di risarcimento ex art.96 c.p.c. formulata con l’appello incidentale
non rientrasse nella competenza della Commissione.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso, su quattro motivi,
Vincenzo Sicignano;
l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso e propone
riCeff-545 incidentale su unit_u motivo,

il ricorso è stato fissato in camera di consiglio ai sensi
dell’art.375, secondo comma, e dell’art.380 bis 1 cod.proc.civ.,
introdotti dall’art.lbis del d.l. 31 agosto 2016 n.168, convertito,
con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2016 n.197;
il ricorrente principale ha depositato memoria ex art.380 bis
1 cod.proc.civ.
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inoltre, l’imponibile ai fini IVA in euro 21.279,00 con sanzioni nei

Considerato che :
con il primo motivo -articolato in rubrica ai sensi
dell’art.360, comma 1, numero 3,4, e 5 cod. proc.civ.- si deduce
la violazione e/o falsa applicazione di plurime disposizioni di legge
nonché l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione

in

punto di decadenza degli uffici amministrativi dal potere
accerta tivo nei confronti del dott. Vincenzo Sicignano per i redditi
di imposta 1999;

sensi dell’art.360, comma 1, numero 3,4, e 5 cod. proc.civ.- si
deduce la violazione e/o falsa applicazione di plurime disposizioni
di legge nonché l’omessa, insufficiente o contraddittoria
motivazione in ordine alla presunta non giustificazione di talune
operazioni assoggettate ad imposta e, specificatamente, quelle
registrate presso la Banca Intesa, ed alla conseguente irrogazione
di sanzione amministrativa;
con il terzo motivo -anch’esso articolato in rubrica ai sensi
dell’art.360, comma 1, numero 3,4, e 5 cod. proc.civ.- si deduce
la violazione e/o falsa applicazione di plurime disposizioni di legge
nonché l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in
ordine alla pretesa debenza dell’Imposta regionale sulle Attività
Produttive;
infine, con il quarto motivo -rubricato come i primi tre- si
deduce la violazione e/o falsa applicazione di plurime disposizione
di legge nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria
motivazione

in ordine alla condanna dell’Amministrazione

finanziaria alla re fusione delle spese di lite

e si censura,

sostanzialmente la C.T.R. per avere affermato il difetto di
competenza in ordine a tale domanda;
il primo motivo di ricorso (cosi come gli ulteriori) -non
essendo possibile, tra le argomentazioni che illustrano le
censure, isolare parti specificamente riferite all’uno o all’altro dei
profili sollevati- è inammissibile alla luce dell’orientamento
giurisprudenziale di questa Corte Sentenza (di recente, tra le
altre, Cass n.18021 del 14/09/2016) secondo cui “nel ricorso per
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egualmente con il secondo motivo -articolato in rubrica ai

cassazione, i motivi di impugnazione che prospettino una pluralità
di questioni precedute unitariamente dalla elencazione delle
norme asseritamente violate sono inammissibili in quanto, da un
lato, costituiscono una negazione della regola della chiarezza e,
dall’altro, richiedono un intervento della Corte volto ad enucleare
dalla mescolanza dei motivi le parti concernenti le separate
censure”;
è stato, infatti, condivisibilmente statuito che sono

a prospettare una pluralità di profili relativi ad una questione
(formulazione, peraltro, ritenuta essa stessa inammissibile cfr.
sez. 1, n. 19443 del 2011), ma addirittura prospettano una
pluralità di questioni precedute unitariamente dalla elencazione
delle norme che si assumono violate. Le formulazioni della specie
costituiscono, da un lato, una negazione della regola di chiarezza
(già posta dall’art. 366-bis cod. proc. civ. abrogato, ma
desumibile dall’obiettivo del sistema di attribuire rilevanza allo
scopo del processo costituito dalla tendente finalizzazione ad una
decisione di merito); dall’altro, ammettere l’ammissibilità
significherebbe affidare alla Corte di cassazione il compito di
enucleare dalla mescolanza dei motivi le parti concernenti le
separate censure (Cass.n.21611 del 2013);
va, comunque, evidenziato che, in ogni caso, la C.T.R. ha
esplicitamente motivato in ordine alla ricorrenza dei presupposti
per il raddoppio dei termini per procedere all’accertamento sulla
scia dell’orientamento consolidato di questa Corte (v.Cass.Sez. 6 5, Ordinanza n.11171 del 30/05/2016:«in tema di accertamento
tributario, il raddoppio dei termini previsto dagli artt. 43, comma
3, del d.P.R. n. 600 del 1973 e 57, comma 3, del d.P.R. n. 633 del
1972, nei testi applicabili

ratione temporis,

presuppone

unicamente l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331
c.p.p., per uno dei reati previsti dal d.lgs. n. 74 del 2000, e non
anche la sua effettiva presentazione, come chiarito dalla Corte
costituzionale nella sentenza n. 247 del 2011» e Ordinanza n.
13483 del 30/06/2016 «In materia tributaria, la soglia di
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inammissibili i motivi di ricorso per cassazione che non si limitano

rilevanza penale di cui all’artt. 43, comma 3, del d.P.R. n. 600 del
1973, nel testo vigente ratione temporis, relativo al raddoppio dei
termini per l’accertamento, va valutata con riferimento al
momento in cui è stata commessa la violazione ed effettuato
l’accertamento, non rilevando che, successivamente, a seguito
dell’annullamento di una parte della pretesa tributaria, sia venuta
meno la soglia di punibilità e conseguentemente l’obbligo di
denuncia penale, salvo che, in linea con quanto affermato dalla

l’Amministrazione finanziaria abbia fatto un uso pretestuoso o
strumentale della disposizione, al solo fine di fruire,
ingiustificatamente, di un più ampio termine>>);
il secondo motivo è inammissibile per le stesse ragioni
svolte con riguardo al primo mezzo di impugnazione;
il terzo motivo soggiace ad ulteriore causa di inammissibilità
(per difetto di conducenza con il

decisum) ribadendosi con il

mezzo, una questione (l’assoggettabilità o meno ad Irap) che,
correttamente, il Giudice di appello non ha esaminato perché
dedotta, per come riconosciuto dalla stesso ricorrente, solo nel
secondo grado di giudizio;
il quarto motivo incorre, anch’esso, in un ulteriore profilo di
inammissibilità (difetto di interesse) laddove lo stesso ricorrente ribadendo l’errore in cui era incorsa la CTR nel ritenere di non
essere competente a decidere sulla domanda di risarcimento dei
danni- riconosce, però, che non sussistevano, in presenza di
soccombenza reciproca, i presupposti di legge per una condanna
dell’Amministrazione ai danni ex art.96 c.p.c.;
il ricorso principale va, pertanto, dichiarato inammissibile;
con l’unico motivo di ricorso incidentale l’Agenzia delle
entrate deduce, ai sensi dell’art.360, I comma n.5 c.p.c.,
insufficiente motivazione su fatti controversi per il giudizio
laddove la C.T.R., nell’accogliere solo parzialmente l’appello
proposto dall’Ufficio, non aveva considerato che:le indagini
finanziarie erano state già depurate di tutte le movimentazioni
giustificate dal ricorrente; il contribuente versava nella condizione
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sentenza n. 247 del 2011 della Corte costituzionale,

di evasore totale, per essere stato sorpreso ad esercitare l’attività
professionale senza impianto delle scritture contabili, mentre allo
stesso tempo era stata rinvenuta documentazione extracontabile
che aveva confermato l’esistenza di un’attività professionale;
il ricorso incidentale è inammissibile;
l’atto difensivo, redatto secondo la tecnica dell’assemblaggio
di copie informi di altri atti e documenti, non supera il vaglio
relativo alla necessaria autosufficienza (cfr. Cass.n. Sez. 5,

cassazione, la tecnica di redazione mediante integrale
riproduzione di una serie di documenti si traduce in un’esposizione
dei fatti non sommaria, in violazione dell’art. 366, comma 1, n. 3,
c.p.c., e comporta un mascheramento dei dati effettivamente
rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicché
è sanzionabile con l’inammissibilità, a meno che il coacervo dei
documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente
individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto
dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi
conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni
globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri ed in
relazione ai singoli motivi>>);
conclusivamente, quindi, entrambi i ricorsi, principale e
incidentale, vanno dichiarati inammissibili;
attesa la reciproca soccombenza, le spese processuali vanno
integralmente compensate tra le parti.
P.Q.M.
Dichiara

inammissibili

il

ricorso

principale

e

quello

incidentale.
Compensa integralmente tra le parti le spese processuali.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 14
febbraio 2018.

Sentenza n. 18363 del 18/09/2015 «in tema di ricorso per

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