Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14565 del 26/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 26/05/2021, (ud. 10/02/2021, dep. 26/05/2021), n.14565

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – rel. Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21719/2014 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del direttore p.t., rappresentata e

difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici, in

Roma, in via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

F. S.p.A., in persopa del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dagli avv.ti Pansieri Silvia, Falsitta

Gaspare e Gradara Rita, elettivamente domiciliata presso

quest’ultima in Roma al largo Somalia n. 67;

– controricorrente –

avverso la sentenza n.62/3/13 della Commissione tributaria regionale

dell’Emilia Romagna, pronunciata in data 24 maggio 2013, depositata

in data 18 giugno 2013 e non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 10 febbraio

2021 dal consigliere Giudicepietro Andreina.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

l’Agenzia delle Entrate ricorre con quattro motivi avverso la F. S.p.A. per la cassazione della sentenza n.62/3/13 della Commissione tributaria regionale dell’Emilia – Romagna, pronunciata in data 24 maggio 2013, depositata in data 18 giugno 2013 e non notificata, che, in controversia avente ad oggetto l’impugnativa della cartella di pagamento emessa ai sensi del D.Lgs. n. 462 del 1997, art. 2, comma 2, nei confronti della società, che non aveva pagato gli interessi dovuti, e tuttavia aveva pagato le sanzioni nella misura ridotta di un terzo, ha accolto l’appello della società contribuente, avverso la sentenza della C.t.p. di Rimini favorevole all’ufficio;

nel mese di marzo del 2006 l’Agenzia delle Entrate notificava alla F. S.p.A. una comunicazione di irregolarità con la quale contestava alla Società di avere versato in misura insufficiente gli acconti IRAP relativi al periodo d’imposta 1 settembre 2002 – 31 agosto 2003;

siccome l’imposta dovuta per l’esercizio in questione era stata comunque integralmente versata dalla F. S.p.A. al momento del saldo, la comunicazione di irregolarità aveva per oggetto il solo pagamento degli interessi e della sanzione;

la F. S.p.A. provvedeva al versamento della sanzione (nella misura ridotta prevista dal D.Lgs. n. 462 del 1997, art. 2) e contestualmente chiedeva all’Agenzia delle Entrate di rideterminare la misura degli interessi, in quanto viziata da un errore di calcolo;

tuttavia, l’Agenzia delle Entrate procedeva alla iscrizione a ruolo della sanzione nella misura piena e degli interessi nell’importo viziato dall’errore di calcolo, con conseguente notifica alla società di una cartella di pagamento;

successivamente, l’Agenzia delle Entrate emetteva un provvedimento di sgravio parziale per correggere un errore sottostante alla determinazione degli interessi;

a seguito del ricorso della società contribuente, la Commissione tributaria Provinciale di Rimini convalidava l’iscrizione a ruolo assumendo che l’errore di calcolo, di importo minimo, non giustificasse il mancato pagamento degli interessi e che, a sua volta, il mancato pagamento degli interessi precludesse la definizione delle sanzioni;

invece, con la sentenza impugnata, la Commissione tributaria Regionale dell’Emilia – Romagna, adita dall’appellante F. S.p.A., riteneva, preliminarmente, che l’appello fosse ammissibile, poichè “le argomentazioni principali a sostegno del ricorso ” erano state “sommariamente accennate anche nel ricorso proposto davanti alla Commissione tributaria provinciale”;

inoltre, il giudice di appello, ritenuto che gli avvisi bonari fossero atti autonomamente impugnabili, rilevava che, a fronte dell’errore nella determinazione degli interessi dovuti, riconosciuto dall’amministrazione, che aveva proceduto allo sgravio parziale, l’ufficio avrebbe dovuto procedere alla rideterminazione dell’importo esatto degli interessi dovuti per il ritardato pagamento dell’imposta, consentendo comunque al contribuente di beneficiare della riduzione della sanzione prevista per chi adempie tempestivamente all’ingiunzione;

di conseguenza, la C.t.r riteneva che, non potendosi considerare la società contribuente inadempiente, “in aderenza ai principi sttabiliti dalla L. n. 212 del 2000, art. 10”, la cartella impugnata doveva essere annullata, “fatta salva la facoltà dell’amministrazione finanziaria di rideterminare gli importi dovuti a titolo di interessi e sanzioni”;

a seguito della notifica del ricorso, la contribuente si costituiva e resisteva con controricorso;

il ricorso è stato fissato per la Camera di Consiglio del 10 febbraio 2021, ai sensi degli artt. 375, ultimo comma, e 380 bis 1, c.p.c., il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo, l’Agenzia delle entrate ricorrente denunzia la violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 18, commi 2 e 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

nelle controdeduzioni all’appello, l’ufficio aveva reiterato l’eccezione d’inammissibilità del ricorso, in quanto privo di specifici motivi di impugnazione della cartella e contenente solo doglianze individuate per relationem alle osservazioni esposte dalla contribuente in sede di autotutela contro l’avviso bonario in data 8 marzo 2006;

la C.t.r., secondo, la ricorrente, ha affrontato unicamente l’eccezione relativa al divieto di ius novorum in appello, ritenendola infondata, senza rilevare l’inammissibilità del ricorso introduttivo, che conteneva unicamente un richiamo ad argomenti fatti valere in altra sede;

con il secondo motivo, l’Agenzia delle entrate ricorrente denunzia la violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 57, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

secondo la ricorrente, la società contribuente, con il ricorso in appello, avrebbe introdotto nuovi argomenti e censure, che non trovano riscontro nel ricorso di primo grado;

con il terzo motivo, la ricorrente denunzia l’omesso esame di un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consistente nello sgravio solo parziale dell”importo dovuto dalla contribuente a titolo di interessi e non corrisposto;

con il quarto motivo, l’Agenzia delle entrate ricorrente denunzia la violazione del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 462, art. 2, comma 2, e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

secondo la ricorrente, la contribuente, disapplicando l’art. 2 citato, non poteva autoliquidarsi le sanzioni in misura ridotta, essendo pacifica la parziarietà del pagamento effettuato dalla società, che aveva contestato e non aveva pagato gli interessi moratori;

pertanto, la decisione di segno contrario della C.t.r. violava la normativa citata, ritenendo che la contribuente potesse contestare gli interessi dovuti e procedere al pagamento della sola imposta e della sanzione in misura ridotta, peraltro sul presupposto del legittimo affidamento della società sull’emissione di un nuovo avviso bonario per il fatto di aver presentato un’istanza di ricalcolo delle somme dovute a titolo di interessi;

il primo ed il secondo motivo, da esaminare congiuntamente perchè connessi, sono infondati e vanno rigettati;

invero, la C.t.r. ha disposto l’annullamento della cartella di pagamento per una ragione che era stata dedotta dalla contribuente sia nel ricorso di primo grado, sia nell’atto di appello, ritenendo che ” a fronte del constatato errore nella determinazione degli interessi maturati in seguito al ritardato versamento dell’imposta dovuta, errore nella sostanza ammesso dall’amministrazione finanziaria che successivamente ha operato lo sgravio della somma contestata, l’ufficio avrebbe dovuto rideterminare l’esatta somma dovuta a quel titolo”;

ebbene, nel ricorso di primo grado (come riportato dall’Agenzia delle entrate nel ricorso in cassazione) la società aveva eccepito che “è appunto lo sgravio operato, per quanto solo parziale rispetto a quanto chiesto dalla contribuente, a dimostrare la validità delle ragioni di quest’ultima: se una cartella che riporta gli stessi dati di un avviso bonario viene emendata, ciò significa che l’avviso bonario medesimo doveva essere emendato, come richiesto più volte allo sportello dell’Agenzia delle Entrate di Rimini dapprima verbalmente e poi in forma di istanza scritta”;

ed ancora, come ulteriormente riportato dalla ricorrente, la società con il ricorso di primo grado aveva affermato di non aver pagato gli interessi nell’attesa che questi venissero quantificati correttamente dall’ufficio, tenendo ben presente che il suo comportamento nessun ulteriore danno poteva arrecare all’Erario in quanto le imposte erano state tutte già pagate;

infine, nelle conclusioni del ricorso, la contribuente chiedeva l’annullamento della cartella “in considerazione del fatto che essa (la cartella) discende integralmente da un avviso bonario errato che l’Amministrazione finanziaria, nonostante le ripetute e formali richieste della contribuente, si è rifiutata di emendare e quindi di riemettere in forma corretta”;

pertanto, nonostante il riferimento per relationem alle osservazioni espresse in sede di autotutela, il ricorso della contribuente avverso la cartella di pagamento appare sufficientemente specifico nella sua motivazione essenziale, consistente nel fatto che la cartella stessa sarebbe illegittima, in quanto conseguenza di un avviso bonario errato e da emendare, come successivamente riconosciuto dalla stessa amministrazione finanziaria;

l’eccezione formulata nel ricorso introduttivo è stata riproposta in termini pressochè identici nell’atto di appello (come riportato nel ricorso dell’Agenzia delle entrate), in cui si legge che ” è proprio lo sgravio successivo che l’Ufficio ha operato, per quanto solo parziale rispetto a quanto richiesto dalla contribuente, a dimostrare la validità delle ragioni di quest’ultima: se una cartella che riporta gli stessi dati di un avviso bonario viene rettificata, ciò significa che l’avviso bonario doveva essere rettificato, come richiesto più volte allo sportello dell’Agenzia delle Entrate di Rimini dapprima verbalmente e poi nella forma di istanza scritta per autotutela”;

non risultano, quindi, fondate le doglianze relative alla violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, perchè nel testo del ricorso di primo grado è stato formulato il motivo di impugnazione, reiterato nell’atto di appello, che è stato poi accolto dalla Commissione tributaria Regionale nella sentenza di secondo grado;

nè risulta fondata la doglianza relativa alla supposta violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, perchè il motivo di impugnazione accolto dalla Commissione tributaria Regionale nella sentenza di secondo grado non è stato proposto per la prima volta nell’atto di appello, ma era stato già formulato dalla società con il ricorso di primo grado;

è, invece, fondato il quarto motivo, con conseguente assorbimento del terzo;

a mente del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 462, art. 2, nel testo vigente ratione temporis, “1. Le somme che, a seguito dei controlli automatici effettuati ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36- bis, e D.P.R. 29 settembre 1972, n. 633, art. 54- bis, risultano dovute a titolo d’imposta, ritenute, contributi e premi o di minori crediti già utilizzati, nonchè di interessi e di sanzioni per ritardato o omesso versamento, sono iscritte direttamente nei ruoli a titolo definitivo, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione.

2. L’iscrizione a ruolo non è eseguita, in tutto o in parte, se il contribuente o il sostituto d’imposta provvede a pagare le somme dovute con le modalità indicate nel D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241, art. 19, concernente le modalità di versamento mediante delega, entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, prevista dall’art. 36-bis e art. 54-bis, commi 3, predetti, ovvero della comunicazione definitiva contenente la rideterminazione in sede di autotutela delle somme dovute, a seguito dei chiarimenti forniti dal contribuente o dal sostituto d’imposta. In tal caso, l’ammontare delle sanzioni amministrative dovute è ridotto ad un terzo”;

questa Corte ha già chiarito – con indirizzo che deve essere senz’altro qui ribadito – che “da tale previsione testuale (D.Lgs. n. 462 del 1997, art. 2, comma 2) risulta corretto concludere che la mancata iscrizione a ruolo costituisce presupposto per la riduzione delle sanzioni amministrative di un terzo, ossia al 10/0 dell’importo tardivamente versato, e che l’iscrizione a ruolo deve essere effettuata in caso di omesso pagamento delle somme dovute entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione concernente la determinazione dell’imposta dovuta. Di conseguenza, quando vi è stata iscrizione a ruolo dell’imposta, e detta iscrizione ha fatto seguito all’omesso pagamento delle somme dovute entro trenta giorni dal ricevimento della prescritta comunicazione, il contribuente non può beneficiare della riduzione della sanzione nella misura indicata dal D.Lgs. 462 del 1997, art. 2, comma 2, ultimo periodo” (così Sez. 5, 25 ottobre 2017, n. 25287, in motivazione; citata in Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 14194 del 24/05/2019);

la previsione normativa in esame, dunque, consente al contribuente di provvedere al pagamento della sanzione nella misura ridotta ad un terzo qualora corrisponda le somme dovute, le quali, secondo quanto precisato nel medesimo articolo, comma 1, consistono negli importi che lo stesso è tenuto a versare “a titolo d’imposta, ritenute, contributi e premi o di minori crediti già utilizzati, nonchè di interessi e di sanzioni per ritardato o omesso versamento”;

sicchè, differentemente da quanto sostenuto dalla controricorrente, non è sufficiente il versamento della sola imposta e della sanzione ridotta, quando venga completamente omesso il pagamento degli interessi per il ritardato versamento dell’imposta;

il vantaggio della riduzione a un terzo della sanzione, invero, può essere riconosciuto solo ove il contribuente provveda al pagamento, entro il termine di trenta giorni, dell’intera pretesa fatta valere con la comunicazione;

sul punto, in particolare, si è già espressa questa Corte (Cass. civ., 6 giugno 2018, n. 14603), secondo cui la riduzione delle sanzioni è prevista dalla legge unicamente nel caso in cui il pagamento non effettuato venga eseguito nella sua interezza e non anche allorquando il contribuente effettui un pagamento parziale, in quanto la finalità della disciplina in esame consiste nella riduzione della sanzione se l’intero importo, che avrebbe dovuto essere iscritto a ruolo, è stato versato per intero nei termini previsti (cfr. Cass.n. 24884/2020);

nel caso di specie è pacifico che la società avesse completamente omesso il pagamento degli interessi moratori, per i quali solo successivamente l’amministrazione ha emesso un provvedimento di sgravio parziale per un importo modesto (di circa 260,00 Euro), di molto inferiore alla somma contestata dalla società contribuente;

pertanto, nel caso in esame non era possibile il pagamento della sanzione in misura ridotta, in quanto la contribuente non aveva provveduto al versamento di quanto indicato in cartella a titolo di interessi, nè al minore importo che è risultato a tale titolo effettivamente dovuto a seguito dello sgravio parziale;

tale circostanza, assolutamente pacifica, esclude anche che la società possa invocare una violazione, da parte dell’ufficio, del principio di leale collaborazione tra contribuente ed amministrazione finanziaria, non avendo effettuato il versamento dell’importo effettivamente dovuto a titolo di interessi (e neanche dell’importo corrispondente agli interessi non contestati);

per quanto fin qui detto, la Corte accoglie il quarto motivo di ricorso, rigettati il primo ed il secondo ed assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla C.t.r. dell’Emilia – Romagna, in diversa composizione, che provvederà anche alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

la Corte accoglie il quarto motivo di ricorso, rigettati il primo ed il secondo ed assorbito il terzo ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla C.t.r. dell’Emilia Romagna, in diversa composizione, che provvederà anche alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2021

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