Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14565 del 04/07/2011

Cassazione civile sez. II, 04/07/2011, (ud. 03/05/2011, dep. 04/07/2011), n.14565

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

B.D. e T.M.S., rappresentati denuncia

di nuova opera e difesi, in forza di procura speciale in calce al

ricorso, dagli Avv. CARBONI Giuseppe e Salvatore Achenza,

elettivamente domiciliati in Roma, Via Giuseppe Nicotera n. 29, nello

studio dell’Avv. Chiara Jacorossi;

– ricorrenti –

contro

R.R., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale

in calce al controricorso, dall’Avv. MESSINA Gabriella, elettivamente

domiciliata nello studio dell’Avv. Leonella Leone in Roma,

circonvallazione Trionfale, n. 145;

– controricorrente –

e

sul ricorso proposto da:

R.R., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale

in calce al controricorso, dall’Avv. Gabriella Messina, elettivamente

domiciliata nello studio dell’Avv. Leonella Leone in Roma,

circonvallazione Trionfale, n. 145;

– ricorrente in via incidentale –

contro

B.D. e T.M.S.;

– intimati –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Milano n.

1026 in data 6 aprile 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 3

maggio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

sentito l’Avv. Salvatore Achenza;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso: “aderisce

alla relazione”.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che il consigliere designato ha depositato, in data 2 marzo 2011, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.:

“Con ricorso per denuncia di nuova opera, R.R., proprietaria di una villetta sita in (OMISSIS), lamentando che B.D. e T.M.S., proprietari dell’immobile confinante, avevano intrapreso opere di sopraelevazione e di ampliamento del loro edificio in violazione delle distanze legali, chiedeva che venisse loro vietata la prosecuzione dei lavori.

Si costituivano i convenuti, resistendo alla domanda.

Rigettato il ricorso, disposta la prosecuzione del giudizio ed espletata c.t.u., il Tribunale di Milano, con sentenza in data 23 luglio 2004, respingeva le domande dell’attrice.

La pronuncia è stata riformata dalla Corte d’appello, che, su impugnazione della R., ha, con sentenza n. 1026 resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 6 aprile 2009, condannato gli appellati ad arretrare sino alla distanza di 3 metri dal confine con la proprietà dell’appellante il corpo di fabbrica obliquo sporgente dal fronte originario sul lato ovest, la scala che conduce al giardino ed il sopralzo centrale.

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello hanno proposto ricorso il B. e la T., con atto notificato il 19 maggio 2010, sulla base di due motivi.

Ha resistito, con controricorso, la R., la quale, a sua volta, ha proposto ricorso incidentale, affidato ad un motivo di censura.

Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 873 cod. civ..

Il secondo mezzo è rubricato “violazione e falsa applicazione degli artt. 189 e 345 cod. proc. civ.”.

Entrambi i motivi sono inammissibili, perchè sono privi del quesito di diritto, prescritto, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 bis cod. proc. civ., ratione temporis applicabile.

Per la stessa ragione è inammissibile l’unico motivo del ricorso incidentale, con cui si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 92 cod. proc. civ. Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione dei ricorsi in camera di consiglio”.

Letta, la memoria dei ricorrenti in via principale.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra;

che questa Corte ha in più occasioni chiarito che i quesiti di diritto imposti dall’art. 366 bis cod. proc. civ. – introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, secondo una prospettiva volta a riaffermare la cultura del processo di legittimità – rispondono all’esigenza di soddisfare non solo l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata ma, al tempo stesso e con più ampia valenza, anche di enucleare il principio di diritto applicabile alla fattispecie, collaborando alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione; i quesiti costituiscono, pertanto, il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando, altrimenti, inadeguata e, quindi, non ammissibile l’investitura stessa del giudice di legittimità (tra le tante, Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2009, n. 2863; Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2008, n. 3519; Cass., Sez. Un., 29 ottobre 2007, n. 22640);

che per questo – la funzione nomofilattica demandata al giudice di legittimità travalicando la risoluzione della singola controversia – il legislatore ha inteso porre a carico del ricorrente l’onere imprescindibile di collaborare ad essa mediante l’individuazione del detto punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del più generale principio giuridico, alla quale il quesito è funzionale, diversamente risultando carente in uno dei suoi elementi costitutivi la stessa devoluzione della controversia ad un giudice di legittimità;

che, diversamente da quanto sembrano presupporre i ricorrenti in via principale nella loro memoria illustrativa, il quesito di diritto non può essere desunto per implicito dalle argomentazioni a sostegno della cen-sura, ma deve essere esplicitamente formulato, diversamente pervenendosi ad una sostanziale abrogazione della norma (Cass., Sez. Un., 17 aprile 2009, n. 9153);

che, pertanto, i motivi che denunciano vizi di violazione e falsa applicazione di legge sono inammissibili, perchè nessuno di essi si conclude con un quesito che individui tanto il principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato, quanto, correlativamente, il principio di diritto, diverso dal precedente, la cui auspicata applicazione ad opera della Corte medesima possa condurre ad una decisione di segno inverso rispetto a quella impugnata;

che in ordine al rilievo, contenuto nella memoria illustrativa, secondo cui i ricorrenti avrebbero, a pag. 22 del ricorso, formulato una censura di vizio di motivazione, va osservato che tale doglianza manca del prescritto momento di sintesi;

che, invero, questa Corte regolatrice – alla stregua della stessa letterale formulazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. – è fermissima nel ritenere che a seguito della novella del 2006 nel caso previsto dall’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, allorchè, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione;

che ciò importa in particolare che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603);

che, al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata;

che non si può dubitare che allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (in termini, Cass., Sez. Ili, 30 dicembre 2009, n. 27680);

che nella specie il motivo del ricorso principale, formulato ex art. 360 c.p.c., n. 5, è totalmente privo di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione della censura;

che, d’altra parte, non rileva che il ricorso sia stato notificato quando la legge 18 giugno 2009, n. 69, era già stata pubblicata ed entrata in vigore;

che, invero, alla stregua del principio generale di cui all’art. 11 preleggi, comma 1, secondo cui, in mancanza di un’espressa disposizione normativa contraria, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto retroattivo, nonchè del correlato specifico disposto della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, in base al quale le norme previste da detta legge si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), l’abrogazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (intervenuta ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace per i ricorsi avanzati con riferimento ai provvedimenti pubblicati successivamente alla suddetta data, con la conseguenza che per quelli proposti – come nella specie – contro provvedimenti pubblicati antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) tale norma è da ritenere ancora applicabile (Cass., Sez. 1^, 26 ottobre 2009, n. 22578; Cass., Sez. 3^, 24 marzo 2010, n. 7119);

che, di fronte alla chiarezza del dato normativo e alla uniformità della giurisprudenza sul punto, non vi è spazio per riconoscere una rimessione in termini da errore scusabile;

che, pertanto, il ricorso principale ed il ricorso incidentale devono, entrambi, essere dichiarati inammissibili;

che l’esito dell’impugnazione e la reciproca soccombenza giustificano l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili i ricorsi e dichiara interamente compensate tra le parti le spese processuali del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2011

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