Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14541 del 15/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. II, 15/07/2016, (ud. 10/03/2016, dep. 15/07/2016), n.14541

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al n.r.g. 5872/1 proposto da:

G.P. (c.f.: (OMISSIS)); S.P. (c.L.:

(OMISSIS)), parti entrambe rappresentate e difese, anche in via

disgiunta, dal prof avv. Ciro Centore e dall’avv. Nicola Di

Benedetto, in forza di procura a margine del ricorso; con domicilio

eletto presso lo studio dell’avv. Alfonso Dellarciprete, sito in

Roma, via Caio Canuleio n. 127;

– ricorrenti –

contro

P.A., (c.L.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

mandato difensivo a margine del controricorso, dall’avv. Pasquale

Crisci e con questi elettivamente domiciliato in Roma, via

Zanardelli 20, presso lo studio dell’avv. Luigi Albisinni;

– controlicorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 4009/2010 della Corte di Appello di Napoli,

depositata il 1 dicembre 2010 e non notificata

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10

marzo 2016 del Consigliere Dott. Bruno Bianchini;

uditi l’avv. Ciro Centore e l’avv. Nicola Di Benedetto, per le parti

ricorrenti, che si sono riportati agli atti depositati;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto di

entrambi i ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Augusto Pratillo, con atto notificato l’8 novembre 2000, cito’ innanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sezione distaccata di Carinola, i coniugi G.P. e S.P., chiedendo che fossero condannati ad eliminare una luce aperta, senza suo consenso, su un muro, comune a tutte le parti e prospiciente un cortile di suo uso esclusivo; i convenuti resistettero alla domanda affermando che il muro entro il quale avevano ricavato una luce, sarebbe stato di loro proprieta’: a riprova di quanto affermato produssero sia l’atto di acquisto del fabbricato ove era stata praticata la luce (atto di donazione e contestuale vendita del fabbricato del giugno 1984), nonche’ un piu’ remoto titolo di proprieta’ (atto per rogito Biondi del 1966), in capo al loro dante causa; sostennero che comunque, per le sue caratteristiche, la luce avrebbe rispettato le prescrizioni di cui all’art. 901 c.c.; formularono domanda riconvenzionale per la rimozione di arbusti e bambu’ posti a distanza inferiore a quella prescritta dall’art. 892 c.c., da un’apertura lucifera sulla parete esterna del vano terraneo confinante con il fondo di controparte. Effettuata CTU l’adito Tribunale accolse la domanda del P., ritenendo indimostrata la proprieta’ singolare del muro ove si apriva l’apertura al primo piano, e sussistente, al contrario, la presunzione di comproprieta’ dello stesso ex art. 1117 c.c., cosi’ da render applicabile il disposto dell’art. 903 c.c., comma 2, respingendo ogni altra domanda.

2 – Detta decisione fu impugnata dai coniugi G. che censurarono la interpretazione dell’atto di provenienza quale quella posta a base della gravata decisione (secondo la quale il titolo non avrebbe fatto menzione del trasferimento anche della facciata esterna dell’appartamento, cosi’ da far ritenere costituito un condominio sulla stessa), sottolineando, in via interpretativa, che nel precedente acquisto del 1966, espressamente si era venduto il vano terraneo “senza condominio”) e mettendo in evidenza che il locale aveva accessi, scale, muri maestri e coperture, del tutto autonomi rispetto a quelli di controparte; fu altresi’ sottoposta a critica la decisione di applicare la disciplina dell’art. 903 c.c., comma 2, assumendosi che, se anche si fosse ritenuto il muro comune, tuttavia la regola disciplinante la fattispecie si sarebbe dovuta rinvenire negli artt. 1100 c.c. e segg., che rendevano legittima l’apertura su un muro comune anche senza il consenso degli altri condomini, sempre che non cio’ comportasse mutamento dell’essenza strutturale e funzionale del manufatto e sempre che non fosse vietata da specifiche pattuizioni o da norme.

3 – La Corte di Appello di Napoli respinse il gravame; i coniugi G. hanno proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, sulla base di due motivi, il P. ha formulato ricorso incidentale.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Ricorso principale.

1 – Con il primo motivo viene denunciato un vizio di motivazione nonche’ la violazione e falsa applicazione delle norme sulla interpretazione dei contratti, laddove la Corte di merito non aveva ritenuto che l’espressione “senza condominio” rivestisse peso interpretativo preponderante a sostegno della propria tesi dell’assenza di un regime condominiale del muro perimetrale 1.a – Il mezzo deve dirsi infondato perche’ la surriferita interpretazione e’ ragionevole e congruamente motivata: il mero richiamo al titolo di provenienza non poteva determinare, in carenza di altri dati testuali, l’integrazione del contenuto negoziale nel senso patrocinato dai ricorrenti: va anche sottolineato che non sussiste la ineluttabilita’ interpretativa di ritenere – pur richiamata che fosse nel titolo di acquisto del 1990 la previsione “senza condominio” – che con cio’ si volesse escludere la proprieta’ sul muro di facciata, ben potendosi ritenere che con tale espressione si volesse intendere la esclusione degli oneri condominiali obbligatori; in disparte poi il profilo di inammissibilita’, dovuto alla mancata riproduzione del contenuto dei due atti di trasferimento, dal cui confronto si sarebbe dovuta ricavare, secondo i ricorrenti, un’interpretazione della volonta’ negoziale, diversa da quella presupposta dalla gravata decisione.

2 – Con il secondo motivo si fa valere la violazione degli artt. 903, 880 e 1117 c.c., nonche’ un vizio di omessa e contraddittoria motivazione – vizi disciplinati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anteriormente alle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, convertito nella L. n. 134 del 2012 – in cui sarebbe incorsa la Corte distrettuale giudicando che, qualora il muro (comune) in cui sia stata ricavata l’apertura lucifera abbia anche la funzione di isolare e separare la proprieta’ di un condomino da quella comune, allora si assisterebbe ad una deroga al principio generale secondo il quale il condomino o il partecipante alla cosa comune puo’ di essa fare un uso particolare, a condizione di non sottrarre la stessa alla sua funzione o al “pari uso” che gli altri partecipanti alla comunione ne possano fare.

2.a – Si deduce in contrario che erroneamente la Corte del merito avrebbe eletto a muro divisorio il muro di facciata – con cio’ violando i confini applicativi dell’art. 880 c.c. – che, nella costante interpretazione di legittimita’, viene qualificato tale allorche’ divida entita’ prediali omogenee; aggiungono i ricorrenti che nella fattispecie non opererebbe la presunzione di comunione del predetto.

2.a.1 – Tale interpretazione non puo’ condividersi perche’ la Corte distrettuale non qualifico’ come muro divisorio il muro di facciata bensi’ richiamo’ un indirizzo interpretativo di legittimita’ (Cass. Sez. 2, n. 3819/1981) che aveva ritenuto applicabile anche l’art. 903 c.c., comma 2, allorche’ il muro comune assolva la funzione di isolare e dividere la proprieta’ individuale di un condomino dalla proprieta’ di altro condomino dunque mettendo in rilievo la funzione e non la struttura del manufatto. Incongrua e’ dunque la dedotta violazione o la falsa applicazione di una norma – art. 880 c.c., che la Corte territoriale non ha mai inteso richiamare a sostegno della propria decisione.

Ricorso incidentale.

3 – Con l’unico motivo viene denunciata l’omissione e, al contempo, la insufficiente motivazione adottata dalla Corte del merito per respingere la domanda di risarcimento dei danni, conseguente alla riscontrata illegittimita’ dell’apertura della luce; viene altresi’ dedotta la violazione o la falsa applicazione “di norme di diritto”. Il ricorrente incidentale non condivide l’interpretazione data dalla Corte territoriale in merito alla necessita’ della dimostrazione di un danno effettivo, pur quando sia riscontrata la sussistenza di un’apertura non legittima di una luce: in contrario invoca l’interpretazione di legittimita’ (e’ citata Cass. 6165/1993) dalla quale si desumerebbe, a suo dire, l’assimilazione (per lo meno quanto ai profili risarcitori ed al connesso minor carico dimostrativo del pregiudizio) alla fattispecie in cui si assista alla violazione delle distanze tra costruzioni e quindi la sussistenza di un danno in re ipsa, come tale da provarsi – nella sua concreta incidenza negativa – anche mediante CTU, la cui effettuazione fu pero’ rifiutata.

3.a – Il motivo e’ destituito di fondamento: 1 – perche’ la citata sentenza ebbe ad oggetto l’incidenza negativa, in termini di servitu’, dell’apertura di una luce prospettante sul fondo del vicino ed il relativo modo di acquisto, ma nulla statui’ in merito ai profili risarcitori; 2 – perche’ la incidenza negativa – per il vicino – di tale attivita’ immutativa va di conseguenza provata in concreto, stante il diverso utilizzo della luce (normalmente per consentire l’ingresso di aria e luce ma a volte costituente veicolo di immissioni nocive) – e comunque essendo stata esclusa la possibilita’ di impectio e dunque di violazione della privacy – ed il non conosciuto uso del fondo gravato da tale apertura illegittima (tale da condizionare – in ipotesi – l’attivita’ edificatoria del proprietario).

3.a-1 – Il motivo presenta altresi’ degli indubbi profili di incongruenza tra il suo sviluppo argomentativo e i vizi denunciati, in quanto questi sono stati del tutto negletti nella esposizione del mezzo, cosi’ che la censura si risolve nella mera non condivisione delle scelte interpretative della Corte distrettuale.

4 – Le spese seguono la soccombenza prevalente, che va individuata in quella delle parti ricorrenti, e vanno liquidate secondo quanto indicato in dispositivo.

PQM

La Corte:

Rigetta il ricorso e condanna le parti ricorrenti al pagamento in via solidale, delle spese di lite, liquidandole in Euro 1.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 10 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA