Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14510 del 26/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/05/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 26/05/2021), n.14510

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32324-2018 proposto da:

ICAM SRL, in persona dell’Amministratore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA SALARIA, n. 213, presso lo studio

dell’avvocato NICOLA ALAIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIOVANNI LIGUORI;

– ricorrente –

contro

CURATELA DEL FALLIMENTO C.G., IPER SRL IN LIQUIDAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 224/2018 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 30/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURO DI

MARZIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – ICAM S.r.l. ricorre per tre mezzi, nei confronti del Fallimento C.G. e di IPER S.r.l. in liquidazione, contro la sentenza del 30 aprile 2018 con cui la Corte d’appello di Caltanisetta ha respinto l’appello dell’odierna ricorrente avverso sentenza del Tribunale di Gela che, in esito ad un procedimento di accertamento dell’obbligo del terzo introdotto dal Fallimento, aveva dichiarato ICAM S.r.l. debitrice di IPER S.r.l. dell’importo di Euro 300.000,00, quale corrispettivo non pagato per la compravendita di un immobile in precedenza alienato, prima della dichiarazione di fallimento, dal C. ad IPER S.r.l., compravendita fatta oggetto di revocatoria fallimentare.

2. – Gli intimati non spiegano difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

3. – Il primo mezzo denuncia violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, in relazione alla domanda istruttoria ex art. 210 c.p.c., censurando la sentenza impugnata per avere la Corte d’appello disatteso l’istanza di esibizione della documentazione bancaria comprovante il pagamento di Euro 175.000,00 da ICAM S.r.l. a IPER S.r.l., ritenendo ostativa la previsione del citato art. 345, comma 3, quantunque si trattasse di prova indispensabile e dunque ammissibile, in applicazione della menzionata disposizione nella formulazione applicabile catione temporis, avendo la stessa Corte d’appello ammesso trattarsi di prova “non nuova”.

Il secondo mezzo denuncia difetto di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, nonchè erronea interpretazione ed applicazione dell’art. 116 c.p.c., censurando la sentenza impugnata per aver omesso di prendere posizione in ordine alla censura concernente l’erronea valutazione delle prove da parte del giudice di primo grado, sicchè si sarebbe “in presenza del classico “errore di fatto” che va censurato, come ha insegnato la Suprema Corte… attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360, c.p.c., n. 5.”. Nel corpo del motivo si sostiene altresì che la Corte d’appello, nel confermare la sentenza di primo grado, avrebbe errato nel ritenere che la produzione di assegni non risultanti negoziati non comprovasse il pagamento del prezzo dell’immobile, mentre “nella specie il terzo pignorato, eccependo di avere soddisfatto le ragioni creditorie del debitore esecutato, ha provato sia il fatto estintivo dedotto che l’anteriorità di esso al sequestro, con i limiti di opponibilità rispetto al creditore dalla data delle scritture sottoscritte dal debitore secondo l’insegnamento della SC”. Si sarebbe dunque verificata “l’estinzione ipso iure dell’obbligazione sulla scorta di quanto prescritto dall’art. 1197 c.c., il quale prevede l’estinzione ipso iure dell’obbligazione sulla base della semplice esecuzione della prestazione sostitutiva dell’adempimento”.

Il terzo mezzo, spiegato in linea subordinata, denuncia violazione dell’art. 1997 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, affermando che “il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere infondato il petitum del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo e riformare la sentenza del Tribunale. La curatela del fallimento infatti una volta appreso della dichiarane del terzo sequestrato della inesistenza di alcun credito per avere effettuato il pagamento del debito scaturente dalla compravendita a melo di assegni bancari avrebbe dovuto procedere non al sequestro presso terzi ex art. 548-549, come in effetti ha proceduto, ma nelle forme del sequestro stabilito dall’art. 1997 c.c., a carico del debitore principale in possesso del titolo”.

4. – Il ricorso è inammissibile.

4.1. – Il primo mezzo è inammissibile sotto una pluralità di profili.

4.1.1. – Deve in primo luogo osservarsi che il giudice di appello, dopo aver affermato che l’istanza di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c., non poteva essere accolta perchè preclusa dall’art. 345 c.p.c., trattandosi di mezzo di prova che l’appellante aveva omesso di articolare nel corso del giudizio di primo grado, “opponendosi persino alla richiesta che era stata formulata dalla curatela”, nè formulando alcuna richiesta in tal senso nelle conclusioni definitive, ha aggiunto che “trattandosi di documentazione bancaria… avrebbe dovuto essere la stessa appellante a fornirla” e ciò in ragione del principio di “prossimità o vicinanza della prova”” (pagina 5 della sentenza impugnata).

Tale ratio decidendi, da sola idonea a sostenere la decisione impugnata, non è stata censurata, di guisa che la statuizione in questione non può che, sol per questo, rimanere ferma.

Non ha difatti bisogno di essere rammentato che una pronuncia basata su due distinte rationes decidendi, ciascuna di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, onera il ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione (tra le tantissime di recente Cass. 14 agosto 2020, n. 17182).

4.1.2. – Ciò detto il motivo è altresì inammissibile perchè la società ricorrente mostra di non aver bene identificato la ratio decidendi che ha inteso censurare.

La sentenza impugnata, infatti, ha affermato che l’istanza di esibizione ex art. 210 c.p.c., non era stata formulata in primo grado da ICAM S.r.l., che anzi si era opposta all’istanza in tal senso della controparte, nè era stata formulata nelle conclusioni definitive.

Ora, costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui le istanze istruttorie proposte e disattese dal giudice di primo grado devono aversi per abbandonate se non riproposte al momento della precisazione delle conclusioni, con l’ulteriore conseguenza che esse non possono essere riproposte in appello (p. es. Cass. 10 agosto 2016, n. 16886; Cass. 4 agosto 2016, n. 16290; Cass. 14 ottobre 2008, n. 25157; da ult. Cass. 20 novembre 2020, n. 26523, in motivazione).

E, nel giudizio di appello, l’istanza di esibizione di documenti, ai sensi dell’art. 210 c.p.c., è sottoposta agli stessi limiti di ammissibilità previsti dall’art. 345 c.p.c., comma 3, con riferimento alla produzione documentale, con la conseguenza che essa non è ammissibile in relazione a documenti la cui esibizione non sia stata richiesta nel giudizio di primo grado (Cass. 19 novembre 2009, n. 24414): ed evidentemente l’istanza di esibizione non riproposta, dunque rinunciata, equivale a quella neppure proposta.

Sicchè non c’era alcuno spazio perchè la Corte d’appello si avvalesse dell’art. 210 c.p.c..

4.1.3. – Quanto infine all’aspetto della indispensabilità dell’acquisizione documentale, la censura è inammissibile per la sua novità, giacchè la sentenza impugnata non se ne è affatto occupata, mentre la ricorrente per cassazione nulla dice in proposito.

4.2. – Anche il secondo mezzo è inammissibile.

4.2.1. – Laddove denuncia vizio motivazionale ai sensi del numero 5 dell’art. 360 c.p.c., il motivo è inammissibile per il fatto che detta disposizione, nel testo applicabile ratione temporis, consente esclusivamente la denuncia dell’omessa considerazione di un fatto storico decisivo e controverso, mentre, nel caso di specie, la doglianza ha ad oggetto la complessiva valutazione, che il Tribunale prima e la Corte d’appello poi, avrebbe erroneamente condotto del materiale istruttorio disponibile.

4.2.2. – In ogni caso, il motivo non spiega in che cosa avrebbe errato la Corte d’appello nell’affermare che la produzione di copie di assegni bancari emessi all’ordine di IPER S.r.l., i quali non risultavano incassati, non comprovasse il pagamento del prezzo dovuto a quest’ultima società a corrispettivo dell’acquisto di un immobile: affermazione, quest’ultima, conforme all’insegnamento di questa Corte secondo cui, in tema di adempimento di obbligazioni pecuniarie mediante il rilascio di assegni bancari, l’estinzione del debito si perfeziona soltanto nel momento dell’effettiva riscossione della somma portata dal titolo, poichè la consegna dello stesso deve considerarsi effettuata, salva diversa volontà delle parti, pro solvendo (Cass. 5 giugno 2018, n. 14372).

4.2.3. – L’assunto secondo cui l’estinzione dell’obbligazione si sarebbe verificata con la consegna degli assegni bancari, qualificata come prestazione in luogo di adempimento, è inammissibile per la sua novità, giacchè dalla sentenza impugnata la prospettazione dell’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 1197 c.c., non è affatto presa in considerazione, nè il ricorso chiarisce come e quando la questione sarebbe stata eventualmente sollevata.

4.3. – Il terzo motivo è inammissibile: anche in questo caso si tratta di censura spiegata in violazione del principio secondo cui nel giudizio di cassazione non è consentita la prospettazione di nuove questioni di diritto o contestazioni che modifichino il thema decidendum ed implichino indagini ed accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, anche ove si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass. 6 giugno 2018, n. 14477; Cass. 17 gennaio 2018, n. 907).

5. – Nulla per le spese. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2021

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