Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14502 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 14502 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CRISCUOLO MAURO

ORDINANZA
sul ricorso 25890-2014 proposto da:
BARBAGLI NADIO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
CELIMONTANA 38, presso lo studio dell’avvocato PAOLO
PANARITI, rappresentato e difeso dall’avvocato MARIA
ELISABETTA ROSSI DEL CORTO giusta procura in calce al
ricorso;
– ricorrente contro

GHEZZI DONATELLA, MANGIAVACCHI GIULIANA, PANARESE
FRANCESCA, elettivamente domiciliate in ROMA, VIA FORNOVO
3, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO TEDESCO,
rappresentate e difese dall’avvocato GABRIELLA CALUSSI in
virtù di procura in calce al controricorso;
– con troricorrenti –

avverso la sentenza n. 440/2014 della CORTE D’APPELLO di
FIRENZE, depositata il 11/03/2014;

Data pubblicazione: 06/06/2018

Yr

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio
del 06/04/2018 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
Lette le memorie depositate dal ricorrente;
RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO
1. Barbagli Nadio, quale possessore e proprietario di un fondo in

conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Arezzo Mangiavacchi
Giuliana, Ghezzi Donatella e Panarese Francesca, proprietarie di
fondi confinanti, meglio identificati in citazione, per sentire
accertare e dichiarare l’estinzione della servitù gravante sul suo
fondo ed in favore di quelli delle convenute, a seguito del
mutamento della destinazione del fondo dominante da agricolo,
con annesso edificio rurale, a condominio residenziale.
Nella resistenza delle convenute, le quali deducevano che la servitù
era finalizzata sia all’utilizzo agricolo del fondo che alla
destinazione abitativa, come confermato dall’uso fattone dal loro
dante causa dal 1975 sino alla fine del 2005, il Tribunale adito con
la sentenza del 22/11/2012 rigettava la domanda dichiarando
inammissibile la domanda riconvenzionale delle convenute di
accertamento dell’esistenza della servitù.
La Corte d’Appello di Firenze con la sentenza n. 440 dell’Il marzo
2014 respingeva l’appello, condannando l’appellante al rimborso
delle spese del grado.
Quanto al rigetto della domanda di estinzione della servitù vantata
dalle convenute, la Corte distrettuale ricordava che il Tribunale
aveva rilevato che nel caso in cui venga meno l’utilità in ragione
della quale è stata costituita la servitù, l’estinzione della stessa
presuppone il decorso del ventennio, che alla data di proposizione
del giudizio non era ancora maturato, tenuto conto della data della
morte del dante causa delle convenute, aggiungendo altresì che

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Foiano della Chiana, riportato in catasto al foglio 22, part. 127

l’eventuale aggravio della servitù non determina l’estinzione del
diritto.
A fronte di tale motivazione, la sentenza d’appello osservava che
l’appello non aveva speso alcuna parola per confutare la

ratio

decidendi del Tribunale, sostenendo in maniera eccentrica che

estintivo immediato e definitivo, conseguente al trasferimento a
terzi della proprietà del terreno, avvenuto dopo il decesso del
precedente titolare.
Ne derivava quindi che il motivo di appello era inammissibile ex
art. 342 c.p.c.
Quanto al secondo motivo di gravame,con il quale si deduceva il
vizio di omessa pronuncia sulla domanda di condanna delle
convenute alla cessazione delle turbative e molestie in
conseguenza dell’esercizio abusivo della servitù, la Corte d’Appello
riteneva che si trattasse in realtà di una domanda nuova posto che
la domanda originaria conteneva sì la richiesta di cessazione delle
condotte moleste e delle turbative, ma quale conseguenza
dell’accoglimento della negatoria servitutis, laddove la richiesta di
cui all’atto di appello si ricollegava alla denuncia di un
aggravamento della servitù, che costituiva evidentemente una
domanda nuova rispetto a quella fondata sulla previsione di cui
all’art. 949 c.c.
Infine, disattendeva il motivo di appello concernente la condanna
alle spese di lite, in quanto doveva confermarsi la valutazione di
prevalente soccombenza dell’attore, nonostante la tardività delle
difese delle convenute, quanto alla proposizione della domanda
riconvenzionale.
Barbagli Nadio ha proposto ricorso per cassazione sulla base di
quattro motivi.
Le intimate hanno resistito con controricorso.

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l’estinzione della servitù sarebbe riconducibile ad un fenomeno

2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa
applicazione dell’art. 1067 c.c., sostenendosi che la sentenza
gravata, avendo condiviso le conclusioni del giudice di primo
grado, è affetta dal medesimo errore giuridico commesso dal
Tribunale, nella parte in cui si è escluso che l’aggravio della servitù

Si deduce quindi che, a seguito del decesso dell’originario
proprietario del fondo dominante, le sue eredi avevano cessato
l’utilizzo agricolo del bene, con il cambiamento della sua
destinazione urbanistica, mediante la creazione di numerose unità
immobiliari ad uso civile abitazione, situazione questa che ha fatto
assumere al fondo una funzione economico sociale affatto diversa,
che implicava altresì il venir meno immediato del rapporto
funzionale che originariamente sussisteva tra i due fondi e che
giustificava la stessa servitù.
Il motivo è inammissibile in quanto la censura non si confronta
con l’effettivo tenore della decisione impugnata.
Infatti, i giudici di appello, in relazione al motivo con il quale ci si
doleva della mancata dichiarazione di estinzione del diritto di
servitù, lungi dal procedere ad una disamina nel merito delle
censure mosse, hanno in limine osservato che le motivazioni del
Tribunale, che aveva escluso la ricorrenza di un’ipotesi di
estinzione immediata del diritto di servitù, occorrendo attendere il
decorso di un ventennio dal venir meno dell’utilità garantita dalla
servitù, non erano state in alcun modo attinte dal motivo di
appello, il che rendeva il motivo stesso inammissibile per difetto di
specificità ex art. 342 c.p.c.
Ne discende che il ricorrente non può in questa sede limitarsi a
riproporre le doglianze di merito, senza prima avere contestato la
correttezza della valutazione in rito operata dalla sentenza gravata,
con la conseguenza che l’omessa censura circa l’esattezza del

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non determini l’estinzione del diritto di servitù.

richiamo alla previsione di cui all’art. 342 c.p.c., determina
l’inammissibilità del motivo in esame.
3.

Il secondo motivo denuncia l’omesso esame di un fatto

decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in quanto i
giudici di appello non avrebbero preso in considerazione le

destinazione del fondo a seguito della consistente attività
edificatoria posta in essere dalle convenute dopo la morte del
dante causa.
Il rilievo circa l’inammissibilità del primo motivo di ricorso, come
evidenziato al punto che precede, determina evidentemente
l’assorbimento del motivo in esame, che presuppone chiaramente
che fosse stata a monte censurata la valutazione di inammissibilità
del motivo di appello con il quale si intendeva ridiscutere la
ricorrenza di una causa di estinzione della servitù per effetto della
condotta posta in essere dalle controricorrenti.
4. Il terzo motivo lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo
per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in quanto i giudici
di appello avrebbero omesso di valutare la domanda attorea nella
parte in cui chiedeva la condanna delle convenute a cessare le
turbative e le molestie al diritto di proprietà dell’attore,
aggiungendosi altresì che sarebbe erronea la qualificazione della
domanda, come riproposta in appello, quale domanda nuova ex
art. 345 c.p.c.
Anche tale motivo deve essere disatteso.
Ed invero,in disparte l’inammissibilità della deduzione del vizio di
cui all’art. 360 co. 1 n. 5 c.p.c., a fronte di una sentenza di appello
che risulta conforme a quella di primo grado, stante l’applicabilità
alla fattispecie delle previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c. (essendo
stato il giudizio di appello introdotto in data successiva al 12
settembre 2012, data di entrata in vigore della legge n.

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allegazioni di parte attrice circa l’avvenuto mutamento di

134/2012), va osservato che il motivo anche in questo caso non
risulta avere colto l’effettivo senso della decisione gravata che, pur
dando atto dell’apparente identità delle richieste di condanna delle
convenute alla cessazione delle molestie e delle turbative, ha
correttamente evidenziato, riportando anche il tenore dell’atto di

all’accoglimento, come dedotto in citazione, di una

negatoria

servitutis, fondata cioè sul presupposto del venir meno del diritto

di servitù, quanto all’accertamento di un esercizio abusivo della
servitù, in quanto interessata da un aggravamento per effetto della
condotta delle convenute.
In tal senso va richiamata la costante giurisprudenza di questa
Corte secondo cui (cfr. Cass. n. 2396/1986) rispetto all’azione
negatoria di servitù, costituisce domanda nuova, per diversità di
“petitum” e di “causa petendi”,

quella diretta all’accertamento

dell’avvenuto aggravamento della servitù stessa e al ripristino della
precedente situazione ai sensi dell’art. 1067 cod. civ., con la
conseguenza che tale domanda, ove venga proposta per prima
volta in appello, è inammissibile, stante il divieto sancito dalla
norma dell’art. 345 cod. proc. civ. (in senso conforme, quanto alla
differenza tra le due domande, si veda da ultimo Cass. n.
203/2017).
Ne deriva che mutando la domanda rispetto alla quale la
condanna delle convenute si palesava come effetto conseguenziale,
correttamente è stata dichiarata l’inammissibilità della stessa ex
art. 345 c.p.c., stante, a fronte della solo apparente identità del
petitum, l’evidente diversità della causa petendi.
5. Il quarto motivo di ricorso denuncia l’omesso esame circa un

fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, ed
in particolare l’omesso esame dei motivi di inammissibilità delle
prove testimoniali, come dedotti in primo grado.

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citazione, che si trattava di condanna conseguenziale non più

Il motivo è inammissibile sia in ragione dell’impossibilità di
dedurre il vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 co. 1 c.p.c. in presenza di
un’ipotesi di cd. doppia conforme, come appunto disposto dal citato
art. 348 ter c.p.c. (e ciò a prescindere dal rilievo che la censura si
risolve nel complesso nella sollecitazione ad una rivalutazione delle

di appello, ma dal giudice di primo grado), sia in considerazione del
fatto che la parte pur dolendosi della ammissione di alcuni capitoli
di prova richiesti dalla controparte, in violazione del principio di
specificità del motivo di ricorso, omette di riprodurre in ricorso il
contenuto integrale delle deposizioni rese dai testi e di cui si
lamenta altresì l’erronea valutazione.
Inoltre, il motivo appare chiaramente formulato sul presupposto
della possibilità per la Corte di Appello di poter riesaminare nel
merito le domande attoree, possibilità che invece è preclusa, per
un verso dal riscontrato difetto di specificità del motivo di appello
concernente la dedotta estinzione della servitù, e per un altro,
dall’affermata novità ex art. 345 c.p.c., della richiesta di condanna
delle convenute alla cessazione delle turbative e molestie,
scaturenti dal preteso aggravamento della servitù.
6. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al
rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano
come da dispositivo.
7.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30

gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto
– ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n.
228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e
pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto
il comma 1-quater dell’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30
maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di
versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo

Ric. 2014 n. 25890 sez. 52 – ud. 06-04-2018 -7-

risultanze istruttorie, come in realtà compiuta non già dal giudice

di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa
impugnazione.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso in favore
delle controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità che

spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, inserito
dall’art. 1, co. 17, I. n. 228/12, dichiara la sussistenza dei
presupposti per il versamento„ da parte del ricorrente, del
contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma
dell’art. 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda
Sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, in data 6 aprile
2018.

liquida in complessivi C 3.200,00, di cui C 200,00 per esborsi, oltre

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