Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14497 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 14497 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CARRATO ALDO

ORDINANZA
(380-bis.1 c.p.c.)
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 25945/’14) proposto da:
BRUNO FRANCESCO SAVERIO (C.F.: BRN FNC 62T07 G964Y), rappresentato e
difeso da se stesso e, in forza di procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avv. Salvatore De Sarno ed elettivamente domiciliato presso lo studio
dell’Avv. Maria Agata Testa, in Roma, piazza Zama, n. 37;
– ricorrente contro
BUSIELLO GIUSEPPA (C.F.: BSL GPP 21057 G795U), rappresentata e difesa, in
virtù di procura speciale a margine del controricorso, dall’Avv. Michele
Costagliola ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Maria Agata
Testa, in Roma, piazza Zama, n. 37; – controricorrente nonché
FERRARA TADDEO VINCENZA (C.F.: FRR VCN 49H65 E589V) e TADDEO
PASQUALINO (C.F.: TDD PQL 21E26 A110M), entrambi rappresentati e difesi, in
virtù di procura speciale a margine del controricorso, dall’Avv. Graziella Ausiello
e domiciliati “ex lege” presso la Cancelleria della Corte di cassazione, in Roma,
Piazza Cavour;

– altri controricorrenti –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Napoli n. 3819/2013, depositata il
4 novembre 2013 (non notificata);

I.

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Data pubblicazione: 06/06/2018

RILEVATO IN FATTO
Con sentenza n. 137/2007, il Tribunale di Napoli – sez. dist. di Pozzuoli
accoglieva la domanda proposta da Bruno Francesco Saverio nei confronti di
Taddeo Ferrara Vincenzo e Taddeo Pasqualino quali proprietari del fondo (sito in
Pozzuoli, v. Vigna) sul quale l’attore esercitava un diritto di servitù di passaggio
per accedere alla propria abitazione e sul cui viale i convenuti avevano

detto cancello per violazione degli artt. 1067, comma 2, e 1064, comma 2, c.c.,
poiché l’apposizione di tale opera aveva reso più scomodo l’esercizio
dell’anzidetto diritto di servitù.
Interposto appello da parte dei menzionati convenuti, nella resistenza del Bruno
Francesco Saverio e nella contumacia dell’interventrice in primo grado Busiello
Giuseppa (dante causa dell’attore), la Corte di appello di Napoli accoglieva il
primo motivo (assorbente) del gravame e, per l’effetto, in riforma
dell’impugnata decisione, rigettava la domanda dell’appellato (già attore in
primo grado) Bruno Francesco Saverio sull’accertato presupposto che
quest’ultimo non aveva comprovato che l’installazione del cancello – di cui
aveva chiesto la rimozione – era stata successiva alla costituzione del diritto di
servitù, di cui aveva inteso tutelare il libero esercizio.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Avverso la suddetta sentenza di appello ha proposto tempestivo ricorso per
cassazione il Bruno Francesco Saverio, articolato in sei motivi, al quale hanno
resistito con controricorso gli intimati Vincenza Ferrara Taddeo e Pasqualino
Taddeo; si è costituita in questa fase anche l’altra intimata Busiello Giuseppa,
con controricorso adesivo alle ragioni del ricorrente.
Le difese del ricorrente e dei controricorrenti Ferrara Taddeo Vincenza e Taddeo
Pasqualino hanno anche depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis. 1 c.p.c. .
2. Con la prima doglianza il ricorrente ha dedotto – con riferimento all’art. 360,
comma 1, nn. 3 e 4, c.p.c. – la violazione o falsa applicazione degli artt. 115
c.p.c. e 2697 c.c., nonché la nullità della sentenza o del procedimento e la
violazione del principio di non contestazione, poiché – dallo svolgimento del
giudizio – si sarebbe dovuto desumere che i convenuti non avevano posto in
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installato un cancello, condannando questi ultimi all’immediata rimozione di

discussione il fatto costitutivo della domanda attorea, ovvero che,
successivamente alla costituzione del diritto di servitù, essi avevano modificato
lo stato dei luoghi, impedendo o, comunque, rendendo meno agevole allo
stesso ricorrente l’esercizio della servitù di passaggio apponendo un cancello a
monte dello stesso.
3. Con la seconda censura il Bruno ha prospettato – in relazione all’art. 360,

circostanza per effetto della quale era stato allegato che sul fondo servente vi
fosse un cancello chiuso fin dal 1963, epoca antecedente alla formazione del
titolo costitutivo del diritto della servitù in favore della dante causa del
medesimo ricorrente (1969), rappresentava l’oggetto di un’eccezione di merito
sollevata dai convenuti in primo grado, ragion per cui il relativo onere
probatorio incombeva su di loro.
4. Con il terzo motivo il ricorrente ha denunciato – in virtù dell’art. 360, comma
1, n. 5, c.p.c. – il vizio di omesso esame del fatto decisivo per il giudizio,
oggetto di discussione tra le parti,

relativamente alla circostanza

dell’apposizione del cancello successivamente alla costituzione del diritto di
servitù, da cui era derivato l’aggravamento dell’esercizio dello stesso.
5. Con la quarta doglianza il ricorrente ha dedotto – in ordine all’art. 360,
comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., per aver la
Corte territoriale trascurato di valutare le prove emerse dall’istruttoria in modo
organico e complessivo.
6. Con il quinto motivo il ricorrente ha inteso denunciare – ai sensi dell’art. 360,
comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione degli artt. 1079, 1067,
1064, 2729 e 2697 c.c., dal momento che, secondo il Bruno, la Corte
partenopea avrebbe dovuto, in ogni caso, una volta accertata la chiusura del
cancello nelle ore diurne, nonché riscontrati i disagi dedotti, accogliere la
domanda attorea (e, quindi, confermare la sentenza di prime cure) quantomeno
relativamente al prospettato aggravamento relativo a tale modalità di
utilizzazione del cancello.
7. Con il sesto ed ultimo motivo il ricorrente ha dedotto un’ulteriore violazione
riconducibile all’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., per aver il giudice di appello
3

comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione dell’art. 2697 c.c., deducendo che la

adottato una motivazione apparente e/o obiettivamente incomprensibile e,
comunque, per non aver considerato fatti decisivi per il giudizio.
8. Rileva il collegio che tutte le sei censure sono esaminabili congiuntamente
siccome strettamente connesse. Esse, infatti, pur ponendo riferimento a diversi
tipi di violazione, sono tutte incentrate sulla prova della circostanza
dell’anteriorità o meno dell’apposizione del cancello rispetto al momento della

dell’aggravamento del suo esercizio denunciato dal ricorrente con la domanda
introduttiva in primo grado.
I motivi, complessivamente valutati, sono infondati e devono, perciò, essere
rigettati per le ragioni che seguono.
Nell’esercizio del suo prudente apprezzamento di cui all’art. 116 c.p.c.,
motivato in modo logico (e senza che la Corte territoriale abbia omesso l’esame
di fatti decisivi per la controversia che hanno costituito oggetto di discussione
tra le parti, non essendosi, peraltro, formata alcuna univoca “non
contestazione” in ordine alle circostanze fattuali prospettate dal ricorrente con il
primo motivo) e, quindi, incensurabile nella presente sede di legittimità, la
Corte territoriale ha accolto l’appello degli odierni controricorrenti Taddeo sul
presupposto del ritenuto mancato assolvimento – da parte del Bruno dell’onere probatorio su di lui incombente circa la dimostrazione che la modalità
di esercizio del diritto di servitù dallo stesso rivendicato fosse conforme al titolo
(in quanto al momento della costituzione di esso con atto pubblico del 1969, in
favore della sua dante causa Busiello Giuseppa, il cancello non c’era) e che i
convenuti originari l’avevano resa più gravosa ed incomoda attraverso
l’apposizione del cancello installato a presidio della loro proprietà (cfr. Cass. n.
5953/1981 e Cass. n. 14015/2005).
Nella valutazione delle prove libere – essenzialmente testimoniali – la Corte
partenopea ha, innanzitutto, evidenziato che, dal complessivo esperimento
delle stesse, non era emerso alcun riscontro univoco sulla circostanza della
presenza e/o funzionalità del cancello con riferimento all’epoca di costituzione
negoziale del diritto di servitù di passaggio (nel cui relativo atto non si faceva
menzione dell’apposizione di un cancello), anche se non poteva escludersi che
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costituzione del diritto di servitù di passaggio e dell’assunta realizzazione

già vi fosse antecedentemente, come era stato affermato dalla dante causa del
Bruno, Busiello Giuseppa all’atto del suo intervento volontario in giudizio (in
senso adesivo alle ragioni dell’attuale ricorrente), ancorché non poteva ritenersi
attendibile la specificazione della circostanza dalla medesima riferita – in
quanto non confortata da altre risultanze istruttorie (e, comunque,
verosimilmente interessata) – che il cancello fosse sempre aperto e che

Ad ogni modo il giudice di appello ha anche adeguatamente motivato sul fatto
che non poteva trarsi con certezza – dalle prove raccolte – il riscontro che il
contestato cancello fosse stato installato negli anni 1996-1997, in coincidenza
del tempo in cui i Taddeo avevano richiesto al Comune di Pozzuoli
un’autorizzazione in proposito, poiché si era trattato di un’istanza per apporre
un cancello automatico scorrevole, che, poi, non fu installato (e, quindi, diverso
da quello già esistente). In ogni caso, la Corte territoriale ha attestato come,
invece, fosse stata pacificamente acquisita la prova – perché la relativa
circostanza non aveva costituito oggetto di contestazione – che il pregresso
cancello era stato sostituito dai Taddeo, i quali avevano consegnato le relative
chiavi sia alla Busiello (dante causa del ricorrente) che allo stesso Bruno, una
volta acquistato l’immobile della Busiello al quale si accedeva, per l’appunto,
attraverso il viale insistente sulla loro proprietà.
Sulla base di questo ulteriore indubbio accertamento fattuale la Corte
napoletana ha – in punto di diritto – richiamato il consolidato orientamento di
questa Corte secondo cui la presenza di un cancello, accompagnata dal
possesso delle chiavi in favore del titolare del fondo dominante, non impedisce
l’esercizio della servitù di passaggio.
D’altronde, il conflitto tra il proprietario del fondo servente, cui è assicurata
dall’art. 841 c.c. la facoltà di chiusura del fondo, e il titolare della servitù di
passaggio è regolato dall’art. 1064, secondo comma, c.c., nel senso di garantire
a quest’ultimo il comodo esercizio della servitù, in base ad un bilanciamento
che tenga conto del contenuto specifico del diritto reale di godimento, delle
precedenti modalità del suo esercizio, dello stato e della configurazione dei
luoghi (v. Cass. n. 21129/2012). Più in generale è stato affermato il principio
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passava liberamente senza avere neppure la chiave.

secondo cui, in tema di servitù di passaggio, rientra nel diritto del proprietario
del fondo servente l’esercizio della facoltà di apportare modifiche al proprio
fondo e di apporvi un cancello per impedire l’accesso ai non aventi diritto, pur
se dall’esercizio di tale diritto possano derivare disagi minimi e trascurabili al
proprietario del fondo dominante in relazione alle pregresse modalità di
transito, con la conseguenza che, ove non sia dimostrato in concreto dal

apertura del cancello l’aggravamento o l’ostacolo all’esercizio della servitù,
questi non può pretendere l’apposizione del meccanismo di apertura automatico
con telecomando a distanza o di altro similare rimedio, peraltro in contrasto col
principio “servitus in faciendo consistere nequit” (cfr. Cass. n. 6513/2003 e
Cass. n. 14179/2011).
In definitiva, non essendo risultato comprovato dal Bruno – in base alla congrua
motivazione fornita dalla Corte di appello di Napoli – che la modalità di apertura
e chiusura del cancello prima del suo acquisto nel 2001 fosse diversa (nel senso
di essere meno gravosa) rispetto a quella precedente e che il ricorrente era
stato nell’impossibilità di usarne in conformità al titolo, in modo tale che la
sostituzione del pregresso cancello aveva comportato un aggravamento o un
apprezzabile ostacolo all’esercizio del diritto di servitù, la sentenza impugnata
in questa sede resiste alle critiche dedotte dal ricorrente e risulta rispondente ai
richiamati principi giuridici in materia.
9. Alla stregua delle complessive argomentazioni esposte, il ricorso deve essere
integralmente respinto, con la conseguente condanna, in virtù del principio
della soccombenza, del ricorrente principale e della controricorrente Busiello
Giuseppa (che si è costituita in senso adesivo alle ragioni prospettate dal
Bruno), in solido fra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio in
favore dei controricorrenti Ferrara Taddeo Vincenza e Taddeo Pasqualino. Esse
si liquidano come in dispositivo.
Va dato, infine, anche atto della sussistenza dei presupposti per il versamento,
da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato ai sensi dell’art.
13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.
P.Q.M.
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proprietario del fondo dominante al quale venga consegnata la chiave di

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente principale e la
controricorrente Busiello Giuseppa al pagamento, in solido fra loro, delle spese
del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi euro 4.200,00, di cui
euro 200,00 per esborsi, oltre iva, cap e contributo forfettario nella misura del
15°h sulle voci come per legge.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del

quater, d.P.R. n. 115/2002.

Così deciso nella camera di consiglio della 2^ Sezione civile in data 6 aprile
2018.

Il Presidente
dr. Stefano Petitti

I

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ricorrente del raddoppio del contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1-

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