Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14496 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 14496 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CARRATO ALDO

ORDINANZA
(380-bis.1 c.p.c.)

amministrative
in materia di
commercio di
olio d’oliva

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 5788/’15) proposto da:
S.R.L. TENUTA RASCIATANO (P.I.: 04712070723), in persona del legale
rappresentante pro-tempore, e PORRO GIAN MICHELE (C.F.: PRR GMC 71C01
H501T), entrambi rappresentati e difesi, in forza di procura speciale a margine
del ricorso, dall’Avv. Mario Sanino ed elettivamente domiciliati presso il suo
– ricorrenti –

studio, in Roma, viale Parioli, n. 180;
contro

MINISTERO DELLE POLITICHE ALIMENTARI E FORESTALI, in persona del
Ministro pro-tempore, rappresentato e difeso “ex lege” dall’Avvocatura generale
dello Stato ed elettivamente domiciliato presso i suoi Uffici, in Roma, v. dei
– resistente –

Portoghesi, 12,;

Avverso la sentenza della Corte di appello di Bari n. 1658/2014, depositata il 27
ottobre 2014 (non notificata);

RILEVATO IN FATTO
Con sentenza n. 104/2012 il Tribunale di Trani-sez. dist. di Barletta rigettava
l’opposizione – proposta con ricorso depositato 1’8 novembre 2011 dalla s.r.l.
“Tenuta Rasciatano”, in persona del suo legale rappresentante Porro Gian
Michele, e da quest’ultimo anche in proprio (quale responsabile in solido) avverso l’ordinanza-ingiunzione n. 1690/2011 emessa dal Ministero delle
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Data pubblicazione: 06/06/2018

Politiche Alimentari e Forestali (Dipartimento dell’Ispettorato centrale della
tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) in data 16
settembre 2011 (notificata il 13 ottobre successivo), mediante la quale veniva
ingiunto il pagamento della sanzione amministrativa di euro 1.230.144,00 (oltre
spese postali) in ordine alla ritenuta accertata violazione dell’art. 5 della legge
n. 1407/1960, consistita nell’aver importato 119,180 tonnellate di olio di oliva

Sull’appello formulato dai due soccombenti opponenti e nella costituzione del
Ministero appellato, la Corte di appello di Bari, con sentenza n. 1658/2014
(depositata il 27 ottobre 2014), rigettava il gravame, condannando gli
appellanti alla rifusione delle spese del grado.
A sostegno dell’adottata decisione la Corte territoriale ravvisava l’infondatezza
di tutti i motivi di appello, ovvero: – della doglianza riguardante l’assunta
insufficienza della descrizione, nel provvedimento sanzionatorio opposto, della
fattispecie contestata; – della censura relativa alla dedotta riconducibilità della
violazione contestata nell’ambito di quelle previste dal d. Igs. n. 104/1992
(siccome la condotta accertata era, invero, consistita nello scorretto esercizio
del commercio dell’olio come contemplata e sanzionata, rispettivamente, dagli
artt. 5 e 8 della legge n. 1407/1960); – del motivo inerente alla prospettazione
della sussistenza di un errore scusabile nella compravendita dell’olio alla luce
delle modalità contestate (non rilevando, a tal proposito, nemmeno la sentenza
di assoluzione dell’acquirente del prodotto); – del rilievo dell’asserita assenza di
utilità e di mancanza di proporzione; – del motivo concernente l’addotta
illegittimità della misura della sanzione applicata (siccome irrogata ai sensi
dell’art. 8 della legge n. 1407/1960, nella formulazione all’epoca del fatto
vigente, non rilevando – in tema di sanzioni amministrative – la previsione di
sanzioni successive più favorevoli).
CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Avverso la suddetta sentenza di appello hanno proposto tempestivo ricorso
per cassazione ambedue gli appellanti (ossia la s.r.l. “Tenuta Rasciatano” e il
suo legale rappresentante Porro Gian Michele in proprio), articolato in due

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vergine da agricoltura biologica, rivendendolo per olio extravergine.

motivi, illustrato da memoria depositata, in prossimità dell’adunanza camerale,
ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c. .
L’intimato Ministero ha resistito depositando un mero atto di costituzione.
2. Con la prima doglianza i ricorrenti (nella rispettiva dedotta qualità) hanno
denunciato – con riferimento all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e
falsa applicazione dell’art. 8, commi 1 e 2, della legge n. 1407/1960, nonché

nell’essere stata applicata illegittimamente, nella fattispecie, una sanzione
proporzionale, mentre essa avrebbe dovuto essere determinata moltiplicando
l’importo di euro 206,40 (quale sanzione, a seguito della conversione della lira
in euro, concretamente prevista alla data in cui venne redatto il verbale di
accertamento, per ogni quintale) x 1200 quintali di olio, pari a circa 240.000,00
euro, da dimezzare ai sensi del comma 2° del citato art. 8, trattandosi di fatto
di lieve entità.
Hanno aggiunto i ricorrenti che, anche se si fosse voluta ritenere applicabile la
disciplina sanzionatoria rinveniente dalla sostituzione dell’art. 8 della legge n.
1407/1960 operata dalla lett. a) del comma 4 dell’art. 32 della legge 3 febbraio
2011, n. 4, nel caso di specie la sanzione irrogabile avrebbe dovuto essere
determinata in euro 480.000,00 (risultante dall’operazione 1200 q. x 400 euro),
a sua volta suscettibile di essere dimidiata ai sensi del comma 2° dell’art. 8,
rimasto invariato anche a seguito dell’entrata in vigore della citata legge n.
4/2011, trattandosi di fatto di lieve entità.
3. Con la seconda censura gli stessi ricorrenti hanno dedotto – richiamando
l’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione dell’art. 9
della legge n. 1407/1960, sul presupposto che – con riferimento alla condotta
illecita accertata – l’autorità amministrativa sanzionatrice avrebbe dovuto
sussumere la stessa nell’ipotesi di erronea denominazione dei prodotti oleari
(come indicata tanto nei documenti commerciali, quanto nei recipienti
contenenti l’olio oggetto della cessione) e non in quella di illegittima
commercializzazione del suddetto quantitativo di olio come extravergine, pur
non avendo tale qualità, con la correlata applicabilità del regime sanzionatorio
più favorevole ai trasgressori.
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l’errore su un punto decisivo della controversia, consistito – a loro avviso –

4. Rileva il collegio che il primo motivo è inammissibile perché con esso – per
come precedentemente riportato – risulta posta una questione nuova siccome
non specificamente dedotta con i motivi di appello riportati nel ricorso e non
emergente nemmeno dalla complessiva motivazione della stessa sentenza di
secondo grado, con la quale la Corte barese ha puntualmente risposto alle
specifiche censure (tra le quali, per l’appunto, non rientra quella prospettata

puntualmente nella pronuncia qui impugnata e nello stesso ricorso ai sensi
dell’art. 366, comma 1, nn. 2) e 3), c.p.c. (v. pagg. 5 e 6).
5. La seconda prospettata censura è, invece, propriamente destituita di
fondamento e deve, perciò, essere respinta.
Diversamente da quanto denunciato dai ricorrenti, la Corte territoriale ha – con
motivazione logica ed adeguata, oltre che fondata su univoci riscontri fattuali dato conto che, sulla scorta del verbale di accertamento e contestazione del 6
marzo 2007 (i cui estremi e aspetti salienti erano stati, poi, richiamati anche
nella conseguente ordinanza-ingiunzione), era emersa compiutamente la
configurazione della fattispecie dell’illecito amministrativo ritualmente ascritto
ai ricorrenti (nella precisata qualità), consistito nella rivendita di 119,180
tonnellate di olio vergine (importato dalla Tunisia), recanti, tuttavia, la
denominazione di “olio extravergine”. Questa condotta è stata correttamente
ritenuta integrante la violazione riconducibile alla vendita di un prodotto non
rispondente alle caratteristiche effettive di quello commercializzato, come tale
sussumibile nell’ambito di applicazione di cui al vigente art. 5 della legge n.
1407/1960 e sanzionato (per effetto del sopravvenuto d. Igs. 30 dicembre
1999, n. 507) – all’epoca dell’accertamento (quale momento rilevante nella
materia delle sanzioni amministrative in relazione al disposto di cui all’art. 1
della legge n. 689/1981: v. Cass. n. 18761/2005; Cass. n. 1105/2012 e, da
ultimo, Cass. n. 1187/2016) – dal successivo art. 8 (con applicazione della
sanzione nella legittima misura di euro 1.032,00 per ogni quintale o frazione di
quintale di olio illegittimamente posto in vendita, solo successivamente ridotta
in quella di euro 400,00 per ciascun quantitativo come in precedenza indicato,

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con la prima doglianza denunciata in questa sede di legittimità), riportate

ai sensi della legge 3 febbraio 2011, n. 4, tuttavia “ratione temporis”
inapplicabile nel caso di specie).
E’ opportuno evidenziare che l’art. 5 della legge 13 novembre 1960, n. 1407
(recante “Norme per la classificazione e la vendita degli olii di oliva”), prevede
specificamente che:
Comma 1 – E’ vietato vendere, detenere per la vendita o mettere comunque in

caratteristiche prescritte dagli articoli 1, 2 e 3 o che all’analisi rivelino la
presenza di sostanze estranee, ovvero diano reazioni o posseggano costanti
chimico-fisiche atte ad indicare la presenza d’olio estraneo o di composizione
anomala.
Comma 2. – Il Ministro per l’agricoltura e le foreste terrà sistematicamente
aggiornato l’elenco ufficiale dei metodi d’analisi per la lotta contro le frodi.
Comma 3. –

E’ altresì vietato vendere, detenere per la vendita o mettere

comunque in commercio per il consumo alimentare gli olii di cui agli articoli 1,
2 e 3 con denominazione diversa da quella in essi prescritta.
Il successivo art. 8, al comma 1, sanziona, poi, salvo che il fatto costituisca
reato, chiunque viola le disposizioni dello stesso articolo 5.
Orbene, alla stregua del precetto propriamente contenuto nel terzo comma del
riportato art. 5, risulta chiaro che la legge ha inteso contemplare come illecito
amministrativo la condotta di detenzione per la vendita o, in ogni caso, la
“messa in commercio” per la destinazione al consumo alimentare degli olii di
cui ai precedenti commi 1, 2 e 3 connotati da una denominazione non
corrispondente a quella in tali disposizioni prescritta, come tale idonea ad
indurre in inganno il ricevente e da produrre un potenziale danno ai
consumatori (nella specie, è rimasto accertato che l’ingente quantitativo
controllato dagli agenti verbalizzanti riportava la denominazione di “olio
extravergine” – riservata, invero, all’olio che, ottenuto meccanicamente dalle
olive, non abbia subito manipolazioni chimiche, ma soltanto il lavaggio, la
sedimentazione e la filtrazione, che non contenga più dell’i per cento in peso
d’acidità espressa come acido oleico senza tolleranza alcuna – in sostituzione di

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commercio, per il consumo alimentare, gli olii che non posseggano le

quella, effettivamente rispondente alla natura e qualità del prodotto rivenduto,
di “olio vergine”).
La condotta accertata, quindi, concerneva l’illegittimo esercizio del commercio
dell’olio come propriamente previsto e tutelato dal richiamato art. 5, comma 3,
della legge n. 1407/1960 e non, invece, le diverse modalità di comportamento
riconducibili alle violazioni in tema di etichettatura o di pubblicità dei prodotti,

della stessa legge da ricollegarsi alla necessaria indicazione delle
denominazioni di cui ai precedenti articoli 1, 2 e 3 nei documenti commerciali e
apposte sui recipienti contenenti gli olii, nei modi e con le forme prescritte nel
regolamento approvato con regio decreto 1° luglio 1926, n. 1361, condotta
questa sanzionata – più lievemente – dal successivo art. 9 della medesima
legge.
Come ha giustamente messo in rilievo il giudice di appello, la rilevanza e la
specificità della condotta illecita amministrativa e del corrispondente interesse
giuridico tutelato sono state poste in risalto anche dalla giurisprudenza
costituzionale (v. sent. Corte cost. 20 novembre 1985, n. 290), la quale, dalla
circostanza che gli artt. 5, comma terzo, e 8 della legge 13 novembre 1960 n.
1407, nel prevedere, riguardo alle condotte di produzione e messa in
commercio di olii d’oliva con denominazione diversa da quella prescritta, un
trattamento sanzionatorio più grave di quello (prima) previsto per la vendita o
propaganda di sostanze alimentari, in genere, con denominazioni improprie,
dall’art. 13 della legge 30 aprile 1962 n. 283, ne ha tratto la conseguenza che
non può farsi discendere una violazione del principio di uguaglianza da parte
dei primi, in quanto la legge impugnata disciplina un peculiare settore delle
sostanze alimentari, quale è quello degli olii d’oliva, ove più facili e frequenti si
sono dimostrate, nell’esperienza, le frodi perpetrate ai danni dei consumatori,
e quindi, fra le due situazioni corrono notevoli differenze, sia in ordine
all’ampiezza degli interessi tutelati, sia in relazione alla loro qualità, sia, infine,
riguardo alla stessa condotta illecita. Nell’importante sentenza n. 290/1985 il
Giudice delle leggi ha sottolineato che con la legge n. 1407/1960 si è inteso
disciplinare, in modo particolare, uno specifico e delicato settore di quelle
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né – _come dedotto con il motivo in esame – all’infrazione prevista dall’art. 6

sostanze, qual è quello degli olii d’oliva, esposto ai predetti concreti rischi in
danno sia dei produttori che dei consumatori. Il legislatore, perciò, ha voluto
assumere una rigorosa posizione, tutelando non soltanto i modi di produzione
e le proprietà organolettiche dei prodotti, ma altresì, e con lo stesso rigore,
ogni possibile fraudolenta escogitazione nelle denominazioni e nelle indicazioni
d’origine. A tal fine, ha predisposto d’autorità una serie di denominazioni

precisate per metodo di lavorazione e contenuto di acidità oleica. Sembra
evidente allora che la trasgressione al divieto di usare una denominazione
diversa da quella rigorosamente indicata è considerata dal legislatore come
indicativa di uno specifico intento illecito, ben più grave di una semplice
“improprietà” di denominazioni.
La Corte barese ha, poi, condivisibilmente escluso che – nella estrinsecazione
della condotta addebitata ai ricorrenti – si potesse scorgere l’elemento della
buona fede, alla stregua della qualità delle parti medesime, della natura stessa
dell’attività commerciale abitualmente esercitata dalla s.r.l. Tenuta Rasciatano
e delle specifiche modalità realizzative del comportamento accertato, tenuto
conto anche della provenienza estera (Tunisia) dell’olio poi rivenduto
all’impresa Basile applicando un prezzo certamente inferiore a quello
usualmente praticato propriamente per la vendita di olio extravergine di oliva.
La stessa Corte pugliese ha, inoltre, altrettanto motivatamente e
correttamente sul piano logico-giuridico, escluso che si potesse sostenere la
configurabilità dell’errore in capo ai ricorrenti per effetto dell’estensibilità, in
loro favore, degli effetti della sentenza di annullamento dell’ordinanzaingiunzione irrogata nei confronti della ditta acquirente (su cui la difesa ha
insistito anche nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c.).
Infatti, al di là della circostanza che il giudicato intervenuto con riferimento alla
g sentenza del Tribunale di Trani n. 173/2013 resa tra La Azienda Olearia
s.n.c. di Basile Giacomo e il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e
forestali non è opponibile nel presente giudizio siccome formatosi “inter alios”
(e neanche con riguardo ad un soggetto propriamente concorrente nella
commissione dell’illecito amministrativo con la s.r.l. Tenuta Rasciatano), la
7

ufficiali corrispondenti alle varie categorie del prodotto, singolarmente

Corte territoriale ha correttamente posto in evidenza come l’errore riconosciuto
in favore della ditta acquirente investisse una fattispecie – dal punto di vista
oggettivo e, soprattutto, dell’elemento psicologico – diversa da quella accertata
a carico della Tenuta Rasciatano. Invero, la società a cui era stato rivenduto il
notevole quantitativo di olio vergine, confondendolo con quello di tipo
extravergine, aveva detenuto il prodotto confidando in buona fede – anche

“extravergine” – nella effettività della sussistenza di tale qualità del prodotto
fornitogli dalla Tenuta Rasciatano che, solo successivamente, aveva rettificato
l’indicazione contenuta nella fattura originariamente emessa (circa l’effettiva
qualità del prodotto ceduto, da qualificarsi invero come olio d’oliva).
Sulla base di tale sviluppo della vicenda fattuale emerge, quindi, che, in effetti,
la ritenuta sussistenza di un errore scusabile in capo alla ditta cessionaria (per
difetto di dolo o colpa nei suoi riguardi) conferma che la “messa in commercio”
– da parte della s.r.l. Tenuta Rasciatano – del quantitativo di olio d’oliva
denominandolo come “olio extravergine”, pur essendo invece semplice “olio
d’oliva”, aveva concretato un’attività di induzione in errore in danno della ditta
Basile, tale da potersi sussumere – anche per effetto della descritta inferenza
logica – nella violazione di cui all’art. 5, comma 3, della legge n. 1407 del
1960.
6. In definitiva, alla stregua delle complessive ragioni spiegate, il ricorso deve
essere integralmente rigettato, senza che debba provvedersi ad alcuna
pronuncia sulle spese della presente fase di legittimità non essendosi l’intimata
Amministrazione propriamente costituita depositando controricorso né ha
svolto altra attività difensiva (al di fuori della presentazione di un mero atto di
costituzione al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, ai
sensi dell’art. 370, comma 1, c.p.c.).
Va, infine, dato anche atto della sussistenza dei presupposti per il versamento,
da parte dei ricorrenti, sempre con vincolo solidale, del raddoppio del
contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio
2002, n. 115.
P.Q.M.
8

sulla scorta della sua fatturazione di acquisto come partita di olio

La Corte rigetta il ricorso.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei
ricorrenti in via fra loro solidale, del raddoppio del contributo unificato ai sensi
dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115/2002.

Così deciso nella camera di consiglio della 2″ Sezione civile in data 6 aprile

Il Presidente
dr. Stefano Petitti

DEPosi

2018.

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