Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14492 del 30/06/2011

Cassazione civile sez. VI, 30/06/2011, (ud. 10/12/2010, dep. 30/06/2011), n.14492

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

M.P. e I.M., rappresentati e difesi, per

procura a margine del ricorso, dagli Avvocati D’Alena Fedele Carmine

e Cesare Testa, selettivamente domiciliati presso lo studio di

quest’ultimo in Roma, via Aurelia n. 190;

– ricorrenti –

contro

S.C. e T.E.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari n. 1280/09,

depositata in data 4 dicembre 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10 dicembre 2010 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

LETTIERI Nicola il quale nulla ha osservato.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che, con sentenza depositata in data 11 aprile 2005, il Tribunale di Bari ha rigettato la domanda proposta da M. P. e I.M. nei confronti di S.C. e T.E., volta ad ottenerne la condanna al ripristino dei luoghi, perchè essi avevano eseguito delle opere (abbattimento di una parte del muro posto a confine tra i fondi di rispetti va proprietà) creando in tal modo tre varchi e aggravando una preesistente servitù, e al risarcimento dei danni;

che, con la medesima sentenza, il Tribunale ha accolto la domanda riconvenzionale dei convenuti, e conseguentemente ha condannato gli attori a rimuovere le piantagioni e le costruzioni poste a distanza inferiore a quella legale e a corrispondere alle controparti la somma di Euro 100 a titolo di risarcimento;

che gli attori hanno proposto appello che, nella resistenza dei convenuti, è stato rigettato dalla Corte d’appello di Bari con sentenza depositata il 28 dicembre 2009;

che, quanto alla domanda principale, la Corte d’appello ha rilevato che il viale esistente sul fondo degli appellanti, fiancheggiante il fondo degli appellati, era stato delimitato dall’originario proprietario di tali fondi da cordoli di contenimento, impropriamente denominati “muretti continui”, alti una decina di centimetri;

altezza, questa, ridotta a seguito dell’asfaltatura del viale;

che la tesi degli appellanti, secondo cui i vicini avrebbero abbattuto una parte del muro di confine, era quindi infondata, attesa l’inesistenza del muro, alla disciplina del quale non poteva essere assoggettato il cordolo;

che, quanto alla domanda riconvenzionale, la Corte ha rilevato che la costruzione degli appellanti era stata realizzata a una distanza di cinque metri dalla linea di confine in violazione della distanza minima di 10 metri stabilita per l’area in questione dagli strumenti urbanistici;

che, ad avviso della Corte d’appello, correttamente il primo giudice aveva applicato alla siepe degli appellanti l’art. 892 cod. civ., atteso che, nella specie, mancava il muro divisorio;

che, infine, la Corte territoriale ha escluso che il muro di confine fosse un muro comune, giacchè lo stesso insisteva sul terreno degli appellanti ed era di loro proprietà esclusiva, e ha quindi ritenuto che correttamente il primo giudice avesse disposto l’eliminazione dei fregi sporgenti sulla proprietà confinante;

che per la cassazione di questa sentenza M.P. e I.M. hanno proposto ricorso sulla base di sette motivi mentre gli intimati non hanno resistito con controricorso;

che, essendosi ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio, è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti e al pubblico ministero.

Rilevato che il relatore designato, nella relazione depositata il 10 novembre 2010 e comunicata alle parti e al Pubblico Ministero, ha formulato una proposta di decisione nel senso della inammissibilità del ricorso;

che il Collegio condivide tale proposta;

che, infatti, con il primo motivo, i ricorrenti deducono vizio di motivazione, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe ignorato le deposizioni di cinque testimoni sentiti nel corso del giudizio di primo grado, e che avevano affermato l’esistenza di un muro di confine alto da 10/15 a 20/25 centimetri;

che il motivo è inammissibile per difetto del requisito di autosufficienza, non essendo riportate le deposizioni dei testi ed essendo irrilevante il rinvio agli atti di causa non accessibili alla Corte;

che, del resto – posto che l’art. 116 cod. proc. civ. sancisce la fine del sistema fondato sulla predeterminazione legale dell’efficacia della prova, conservando solo specifiche ipotesi di fattispecie di prova legale, e la formula del “prudente apprezzamento” allude alla ragionevole discrezionalità del giudice nella valutazione della prova che va compiuta tramite l’impiego di massime d’esperienza – la doglianza che il giudice abbia fatto un cattivo uso del suo “prudente apprezzamento” nella valutazione della prova si risolve in una doglianza sulla motivazione della sentenza, che può trovare ingresso in sede di legittimità solo nei limiti in cui è ammissibile il sindacato da parte della cassazione sulla motivazione stessa;

che, a tal fine va osservato che è devoluta al giudice del merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, e pertanto anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite dell’adeguata e congrua motivazione del criterio adottato;

che, conseguentemente, ai fini d’una corretta decisione, il giudice non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare singolarmente le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l’iter seguito nella valutazione degli stessi e per le proprie conclusioni, implicitamente disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione adottata;

che, pertanto, i vizi motivazionali in tema di valutazione delle risultanze istruttorie non sussistono se la valutazione delle prove è eseguita in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè proprio a norma dell’art. 116 cod. proc. civ. rientra nel potere discrezionale del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti;

che il motivo è inammissibile anche perchè i ricorrenti censurano l’apprezzamento in base al quale il giudice di merito ha ritenuto che il manufatto posto a delimitazione del viale fosse un cordolo e non un muro, traendone le riferite conseguenze giuridiche, senza tuttavia argomentare, nè in diritto, nè in fatto, tale loro difforme opinione;

che, in proposito, giova rilevare che la corte territoriale ha ritenuto il manufatto de quo privo delle caratteristiche del muro (scilicet di confine) poichè in tal senso ha interpretato le risultanze della CTU e la documentazione ad essa allegata, espressamente richiamate, e le deposizioni dei testi ritenute rilevanti, e tale qualificazione, che, implicando un’indagine in fatto, rientra nell’esclusiva competenza del giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità, è da ritenere correttamente motivata in relazione al caso concreto;

che, se è vero, infatti, che le caratteristiche che l’interpretazione giurisprudenziale desume dall’art. 878 cod. civ. sono richieste ai soli fini dell’applicabilità della norma stessa e che la ricorrenza di dette caratteristiche non è richiesta perchè ad un manufatto, che rappresenti un minus ma comunque destinato e idoneo anch’esso a delimitare un fondo, possa egualmente essere riconosciuta la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo, non è men vero che allo stesso manufatto tale funzione non possa essere riconosciuta non solo ove ab origine posto nell’ambito di un’unica proprietà, ma anche ove, per struttura e dimensioni, risulti, come nella specie, destinato non a separare fondi finitimi ma a delimitare il tracciato d’una strada e a sorreggerne il bordo, qual è, appunto, un cordolo, quale identificato dal giudice a quo;

che, con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 884, comma 2, sostenendo che “i resistenti hanno eseguito sul muro comune opere vietate dalla norma che indica quelle lecite ed esclude quelle eseguite”;

che il motivo è inammissibile sia per l’assoluto difetto di censura, limitata alla proposizione ora riportata, sia perchè la questione risulta nuova rispetto a quelle trattate nella sentenza d’appello, non impugnata sul punto per omessa pronunzia;

che, con il terzo motivo, i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 1058 cod. civ., in quanto “le servitù prediali non possono che costituirsi in uno dei modi indicati dalla norma. E’ esclusa la sola volontà del proprietario del fondo dominante”;

che anche tale motivo è inammissibile per l’assoluto difetto di censura, limitata alla proposizione ora riportata, e per la novità della questione rispetto a quelle trattate nella sentenza d’appello;

che, con il quarto motivo, i ricorrenti deducono violazione dell’art. 1061 cod. civ., rilevando che i giudici di merito sembrerebbero avere adombrato la possibilità che il fatto che il comune dante causa scavalcasse il muro di divisione, o il cordolo, potesse giustificare una specie di servitù per destinazione del padre di famiglia;

che il motivo è infondato, dal momento che la sentenza impugnata non contiene le affermazioni ad essa attribuite dai ricorrenti, atteso che la Corte d’appello, come prima il Tribunale, ha rigettato la domanda limitandosi a rilevare che non era risultato provato che i convenuti avessero realizzato tre varchi di accesso attraverso un muro comune perchè non si trattava di muro e il manufatto non era comune, donde l’inapplicabilità della invocata disciplina relativa al muro comune;

che, con il quinto motivo, è denunciata violazione dell’art. 69 del R.E. del Comune di Putignano, che facoltizza la parte che costruisce un immobile non adibito ad abitazione a collocarlo in aderenza al confine, con conseguente applicabilità del principio della prevenzione;

che il motivo è inammissibile per mancanza di specificità delle censure proposte, che non hanno colto la ratto decidendi sul punto della sentenza impugnata, dalla quale si è ritenuta l’inapplicabilità della norma per essere questa relativa alle costruzioni in aderenza alle recinzioni lungo i confini, mentre quella in discussione si trova a cinque metri dal confine e ricade pertanto, nella previsione regolamentare della distanza di dieci metri;

che, comunque, la valutazione stessa delle censure postula poi, stante la riferita ratio tra l’altro non specificamente impugnata, accertamenti di fatto e quindi è anche per tale ragione insuscettibile di scrutinio in sede di legittimità;

che, con il sesto motivo, i ricorrenti deducono, sulla questione della siepe, violazione degli artt. 892 e 894 cod. civ.. Dopo aver riportato il testo delle citate disposizioni, i ricorrenti sostengono che “la norma ha quindi previsto la estirpazione solo per le siepi che nascano a distanza inferiore di quella legale e non di quelle di altezza superiore. Queste vengono solo ridotte all’altezza di legge”;

che il motivo è infondato perchè non è coerente con la sentenza impugnata, la quale ha affermato la sussistenza nel caso di specie di un muro divisorio (non dice affatto, decidendo sul punto, che sia comune, come sostengono i ricorrenti in memoria), ed ha escluso l’applicabilità delle richiamate disposizioni, nella parte in cui consentono la permanenza della siepe a distanza inferiore alla legale, in quanto la siepe in discussione è di altezza superiore al muro e, quindi, al di fuori della previsione normativa;

che, con l’ultimo motivo, i ricorrenti lamentano violazione dell’art. 880 cod. civ., sostenendo che il muro sul quale si trova il fregio pendente sul fondo dei vicini sarebbe comune per presunzione di legge sino a quando non sarà dimostrato il contrario;

che la censura è inammissibile difettando dei requisiti argomentativi minimi per identificare la denunciata violazione di legge, posto che la Corte d’appello, con accertamento adeguatamente motivato e di per sè non censurato, ha rilevato che il muro si trova per intero sul fondo di proprietà dei ricorrenti ed è, pertanto, ex lege, di loro esclusiva proprietà;

che il Collegio condivide i criteri decisori della relazione, non apparendo le deduzioni svolte dai ricorrenti nella memoria idonee ad indurre a diverse conclusioni;

che, invero, in detto scritto i ricorrenti addebitano al relatore di non avere compreso la reale materia del contendere, ma non svolgono argomentazioni in ordine ai rilevati vizi di formulazione dei motivi;

che, d’altro canto, trattandosi di ricorso proposto avverso sentenza depositata in data successiva al 4 luglio 2009, non trova applicazione la disciplina posta dall’art. 366-bis cod. proc. civ., la cui mancata osservanza non è stata rilevata nella richiamata relazione, essendosi i rilievi incentrati sulla modalità di formulazione dei motivi di ricorso ovvero sulla loro non congruenza rispetto alle statuizioni contenute e alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata: profili, questi, sui quali il ricorrente non ha svolto nella memoria alcuna specifica deduzione;

che, in ogni caso, si deve rilevare che le memorie depositate dalle parti nel giudizio di legittimità hanno la funzione di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso e non già di integrare quelli originariamente generici e, quindi, inammissibili o di riprodurre atti non trascritti nel ricorso (Cass. n. 7237 del 2006; Cass. n. 7260 del 2005);

che, pertanto, il ricorso deve essere rigettato;

che non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, il 10 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2011

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