Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14489 del 26/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/05/2021, (ud. 19/03/2021, dep. 26/05/2021), n.14489

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MARCHEIS Chiara Besso – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9983-2020 proposto da: BILTES MARIANO, nella qualità di

legale Zilly s.r.l., rappresentato e difeso dall’Avvocato FERRUCCIO

PUZZELLO per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

UFFICIO TERRITORIALE DEL GOVERNO-PREFETTURA DI MESSINA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1035/2019 del TRIBUNALE DI BARCELLONA POZZO DI

GOTTO, depositata il 23/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/3/2021 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale, con la sentenza in epigrafe, ha confermato la sentenza con la quale, nel 2012, il giudice di pace aveva rigettato l’opposizione proposta dal B.M., nella qualità di legale rappresentante della Zilly s.r.l. nei confronti dell’ordinanza del prefetto di Messina che aveva ingiunto il pagamento di una sanzione pecuniaria per violazione degli artt. 8 e 17-bis T.U.L.P.S..

Il tribunale, in particolare, per quanto ancora rileva, ha ritenuto, innanzitutto, l’infondatezza del motivo di gravame concernente l’insufficienza e/o la carente motivazione dell’ordinanza impugnata. Il tribunale, sul punto, dopo aver premesso che, in applicazione dei principi generali che regolano l’atto amministrativo, le ragioni delle decisione possono risultare da altro atto richiamato nella decisione stessa, ha ritenuto che l’ordinanza in questione, tenuto conto della sua natura di atto amministrativo, risultava sufficientemente motivata “mediante il richiamo al verbale di illecito amministrativo del (OMISSIS) elevato dal Comm.to di Polizia di Stato, ove risultano chiaramente indicati i caratteri della condotta illecita contestata e le norme di legge violate, e agli ulteriori atti del procedimento posti a fondamento della decisione, così… consentendo all’autore della trasgressione di svolgere compiutamente le proprie difese”.

Il tribunale, poi, ha ritenuto che l’opposizione fosse infondata anche nel merito. Dopo aver premesso che il fatto contestato consisteva nell’esercizio dell’attività di gestore di una “sala bingo” “per il tramite di un rappresentante non autorizzato”, ha ritenuto che, “indipendentemente dalla presenza o meno di un soggetto autorizzato in sala, effettivamente era il L. che agiva e si qualificava nei confronti dei terzi, e in particolare degli operanti della Polizia di Stato, quale rappresentante del B., esercitando in concreto – poichè evidentemente a ciò delegato – i relativi poteri: mostrava ai verbalizzanti l’autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S., di cui, ove avesse ricoperto la qualifica di mero dipendente, non avrebbe avuto la disponibilità; veniva, inoltre, qualificato quale responsabile della sala anche dall’impiegata addetta alla vendita di tabacchi e ciò evidentemente perchè dotato, in concreto, dei poteri di fatto propri del gestore”. Risulta, in definitiva, dimostrato, ha aggiunto il tribunale, “in ragione della condotta del L., per come descritta in seno al verbale di contestazione – dotato di pubblica fede fino a querela di falso – e nemmeno contestata dall’appellante”, che il L., pur se sprovvisto della necessaria autorizzazione, agiva e si qualificava nei confronti dei terzi quale soggetto dotato dei poteri di rappresentanza e che tali poteri effettivamente esercitava per delega o, comunque, per assenso del B. o dei rappresentanti autorizzati. Non si comprenderebbe, in difetto, ha osservato il tribunale, perchè l’impiegata, a fronte della richiesta dei verbalizzanti, si sarebbe affrettata a chiamare il L. e non la preposta autorizzata S., asseritamente presente in sala, nè perchè il L. si sarebbe qualificato in tali termini avendo la disponibilità dell’autorizzazione ex art. 88 cit.. D’altra parte, ha concluso il tribunale, ad ulteriore conferma di quanto esposto, il B. non ha mai contestato il fatto che il L. godesse di tali poteri di rappresentanza ed agisse in quanto tale, limitando le proprie difese all’eccezione, puramente formale, dell’asserita presenza della S., vale a dire una circostanza che non appare idonea ad escludere la condotta illecita contestata.

Il tribunale, quindi, dopo aver affermato che il giudice di prime cure aveva correttamente rigettato le richieste istruttorie proposte dall’appellante perchè dirette a provare fatti e circostanze irrilevanti ai fini del giudizio, ha rigettato l’appello.

B.M., nella qualità di legale rappresentante della Zilly s.r.l., con ricorso notificato il 4/3/2020, ha chiesto, per cinque motivi, la cassazione della sentenza.

L’ufficio territoriale del Governo di Messina è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione e/ la falsa applicazione della L. n. 241 del 1990, art. 3 e della L. n. 689 del 1981, art. 18, comma 2, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha ritenuto che l’ordinanza impugnata risultava sufficientemente motivata mediante il richiamo al verbale di illecito amministrativo del (OMISSIS) elevato dalla polizia, senza, tuttavia, considerare che, al contrario, l’ordinanza prefettizia, specie in relazione all’audizione personale espletata e ai documenti depositati, non contiene alcuna motivazione effettiva, limitandosi ad indicare la data della contravvenzione, la data e l’ora della presunta infrazione e la norma violata, ma senza alcun riferimento specifico alla relazione, con i relativi estremi, della polizia di Stato, resa disponibile dalla prefettura solo successivamente in giudizio.

2.1. Il motivo è infondato. Intanto, trova applicazione il costante indirizzo della giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 8649 del 2006; Cass. n. 16316 del 2020), condiviso dal collegio, in forza del quale l’ordinanza ingiunzione irrogativa di una sanzione amministrativa non deve avere una motivazione analitica e dettagliata come quella di un provvedimento giudiziario, essendo sufficiente che sia dotata di una motivazione succinta, purchè dia conto delle ragioni di fatto della decisione, che possono anche essere desunte per relationem dall’atto di contestazione. Nel caso di specie, a meno di travisamenti delle risultanze processuali (peraltro neppure dedotte e, comunque, denunciabili non in sede di legittimità ma con la revocazione di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4), la sentenza impugnata non è incorsa in malgoverno dei suesposti principi, avendo dato espressamente atto che l’ordinanza-ingiunzione impugnata era dotata di motivazione, sia pur per relationem, e cioè mediante il richiamo al verbale di accertamento dell’illecito amministrativo del 13/5/2011, “ove risultano chiaramente indicati i caratteri della condotta illecita contestata e le norme di legge violate, e agli ulteriori atti del procedimento posti a fondamento della decisione, così… consentendo all’autore della trasgressione di svolgere compiutamente le proprie difese”, come del resto ammette lo stesso ricorrente, con l’audizione personale e il deposito di documenti.

2.2. D’altra parte, il provvedimento con cui l’autorità amministrativa irroga al trasgressore una sanzione amministrativa è censurabile da parte del giudice dell’opposizione solo nel caso in cui l’ordinanza impugnata risulti del tutto priva di motivazione (ovvero corredata di motivazione soltanto apparente), non anche nell’ipotesi in cui la stessa risulti insufficiente posto che l’eventuale giudizio d’inadeguatezza motivazionale si collega ad una valutazione di merito non spettante al giudice ordinario, il cui giudizio, a seguito dell’opposizione, ha per oggetto non già, come sembra ritenere il ricorrente, il provvedimento (ed i suoi eventuali vizi, qual è, in ipotesi, la motivazione inadeguata o incompleta) ma solo il rapporto sanzionatorio (del quale, peraltro, il giudice conosce con pienezza di poteri e su tutti i profili, tanto di fatto, quanto di diritto) ad esso sotteso (Cass. n. 2959 del 2016; Cass. n. 11280 del 2010), e cioè, in sostanza, la effettiva commissione della condotta (attiva ovvero omissiva) contestata all’opponente e la sua riconducibilità alle norme che prevedono la sanzione che gli è stata inflitta.

3.1. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e/ la falsa applicazione dell’art. 8 T.U.L.P.S., nonchè la violazione e/ la falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 23, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha ritenuto che, indipendentemente dalla presenza o meno di un soggetto autorizzato in sala, il L. agiva e si qualificava nei confronti dei terzi quale rappresentante del B., esercitando in concreto i relativi poteri.

3.2. Così facendo, però, ha osservato il ricorrente, il tribunale ha attribuito alle dichiarazioni rese dal L., così come verbalizzate, un significato completamente diverso rispetto alle sue parole non avendo il L. mai dichiarato di agire e di qualificarsi come rappresentante del ricorrente. D’altra parte, ha aggiunto il ricorrente, la questura di (OMISSIS) aveva autorizzato il ricorrente a farsi rappresentare, nell’attività di gestore della sala bingo di (OMISSIS), da S.D., la cui presenza in sala all’ora della contravvenzione è attestata dal foglio di presenze depositato nel giudizio di primo grado. Il L., del resto, senza qualificarsi come rappresentante legale del ricorrente, ha interloquito e accompagnato gli agenti durante le varie fasi del sopralluogo nella qualità di direttore di sala. Il tribunale, per contro, ha ritenuto che il L. fosse il responsabile dell’esercizio sulla base di circostanze di fatto non confermate in giudizio nè riferite nel verbale di accertamento e, quindi, non assistite da alcuna fede probatoria.

4. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando l’omessa valutazione di un fatto storico decisivo risultante dagli atti di causa, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha omesso di considerare il fatto decisivo costituito dalla specifica presenza nella sala all’ora della contravvenzione di uno dei preposti, e cioè S.D..

5. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e/ la falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha ritenuto che il giudice di prime cure aveva correttamente rigettato le richieste istruttorie avanzate dall’appellante perchè dirette a provare fatti e circostanze irrilevanti ai fini del giudizio senza, tuttavia, considerare che, a fronte della presenza del preposto autorizzato e della qualità di responsabile di sala in capo al L., la ricostruzione dei fatti imponeva l’espletamento dei mezzi istruttori articolati, e cioè le testimonianze indicate nell’atto d’appello e all’udienza del 11/12/2012, in quanto pertinenti, se non decisivi, ai fini di causa.

6. Con il quinto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e/ la falsa applicazione dell’art. 2700 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha ritenuto che il fatto contestato all’appellante risultava provato in quanto descritto nel verbale di contestazione, dotato di pubblica fede fino a querela di falso, omettendo, però, di considerare che il ricorrente non ha mai inteso confutare la veridicità formale del verbale ma solo che le circostanze di fatto esposte, a seguito dell’interlocuzione tra gli agenti di polizia e il personale di sala e degli equivoci sorti su quanto richieste dagli agenti, sono state oggetto di un’erronea percezione da parte dei verbalizzanti.

7.1. I motivi, da trattare congiuntamente, sono infondati.

7.2. Il ricorrente, infatti, pur lamentando la violazione di norme di legge sostanziale o processuale, ha finito, in sostanza, per censurare l’erronea ricognizione dei fatti che, alla luce delle prove raccolte, hanno operato i giudici di merito, lì dove, in particolare, questi, ad onta delle relative emergenze, hanno ritenuto che il L., pur se sprovvisto della necessaria autorizzazione, agiva e si qualificava nei confronti dei terzi quale soggetto dotato dei poteri di rappresentanza del B. e che tali poteri effettivamente esercitava per delega o, comunque, per assenso di quest’ultimo.

7.3. La valutazione delle emergenze istruttorie, però, anche se si tratta di presunzioni, costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se non per il consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più fatti storici, principali o secondari, la cui deduzione risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo, vale a dire che, se esaminati, avrebbero determinato un esito diverso della controversia: l’omesso esame di elementi istruttori non dà luogo, pertanto, al vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice (come, nel caso in esame, è la presenza nella sala di un soggetto, e cioè il L., che, pur se sprovvisto della necessaria autorizzazione, agiva e si qualificava nei confronti dei terzi quale soggetto dotato dei poteri di rappresentanza del B.) ancorchè la sentenza non abbia dato conto, in ipotesi, di tutte le risultanze istruttorie (Cass. n. 9253 del 2017, in motiv.).

7.4. Rimane, pertanto, estranea a tale vizio qualsiasi censura volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato, a norma dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, in esito all’esame del materiale probatorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova. La valutazione degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), del resto, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti: il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati. (Cass. n. 11176 del 2017). In effetti, il compito di questa Corte non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), dovendo, invece, solo controllare se costoro abbiano dato conto delle ragioni della loro decisione e se il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto nei limiti del ragionevole e del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.): come, in effetti, è accaduto nel caso in esame.

7.5. Il tribunale, infatti, dopo aver valutato le prove raccolte in giudizio, ha, in modo logico e coerente, indicato le ragioni per le quali ha ritenuto, in fatto, non importa in questa sede se a toro o a ragione, che il L., pur se sprovvisto della necessaria autorizzazione, agiva e si qualificava nei confronti dei terzi quale soggetto dotato dei poteri di rappresentanza del B..

7.6. La violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., del resto, si configura solo nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era gravata in applicazione di detta norma: non anche quando, come invece pretende il ricorrente, la censura abbia avuto ad oggetto la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti, lì dove ha ritenuto (in ipotesi erroneamente) assolto (o non assolto) tale onere ad opera della parte che ne era gravata in forza della predetta norma, che è sindacabile, in sede di legittimità, entro i ristretti limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. n. 17313 del 2020; Cass. n. 13395 del 2018).

7.7. Quanto al resto, non può che ribadirsi che, se, con il ricorso per cassazione, siano denunciati la mancata ammissione di mezzi istruttori e vizi della sentenza derivanti dal rifiuto del giudice di merito di dare ingresso a mezzi istruttori ritualmente richiesti, il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente i mezzi istruttori, trascrivendo le circostanze che costituiscono oggetto di prova, nonchè di dimostrare sia l’esistenza di un nesso eziologico tra l’omesso accoglimento dell’istanza e l’errore addebitato al giudice, sia che la pronuncia, senza quell’errore, sarebbe stata diversa, così da consentire al giudice di legittimità un controllo sulla decisività delle prove (Cass. n. 4178 del 2007; Cass. n. 23194 del 2017). Nel caso in esame, invece, il ricorrente non ha riprodotto, in ricorso, le circostanze sulle quali i testimoni avrebbero dovuto essere sentiti nè hanno dimostrato l’esistenza di un nesso eziologico tra l’omesso accoglimento dell’istanza e l’errore addebitato al giudice e che la pronuncia impugnata, senza quell’errore, sarebbe stata diversa, in tal modo pregiudicando l’ammissibilità della censura svolta.

8. I motivi articolati in ricorso si rivelano, quindi, del tutto infondati. Peraltro, poichè il giudice di merito ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità, senza che il ricorrente abbia offerto ragioni sufficienti per mutare tali orientamenti, il ricorso, a norma dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, è manifestamente inammissibile.

9. Nulla per le spese di lite, in difetto di attività difensiva da parte dell’intimata.

10. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: dichiara l’inammissibilità del ricorso; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 19 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2021

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