Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14441 del 15/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 15/07/2016, (ud. 15/04/2016, dep. 15/07/2016), n.14441

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7314/2013 proposto da:

D.G.G., DGTGPP29804G271O, elettivamente domiciliato in

ROMA, L.GO A. BELTRAMELLI 1-C, presso lo studio dell’avvocato

ANTONIO AQUILINO, giusta procura speciale notarile;

– ricorrente –

contro

P.V., R.G., elettivamente domiciliati in

ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA

COLABUCCI, rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONIO URCIUOLO

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4868/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 16/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/04/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI:

udito l’Avvocato ANTONIO URCIUOLO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilita’ in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Circa venticinque anni or sono P.G. conveniva avanti il Tribunale di Latina D.G.G., al quale aveva concesso in locazione un immobile ad uso non abitativo, per sentir dichiarare risolto il contratto per grave inadempimento del conduttore, del quale chiedeva la condanna anche al risarcimento dei danni, essendo state realizzate opere di trasformazione del bene che ne avevano pregiudicato la staticita’. Il conduttore in via riconvenzionale chiedeva pronuncia costitutiva dell’obbligo di conclusione del contratto compravendita dell’immobile avendo egli esercitato a seguito di “denuntiatio” del locatore il diritto di prelazione L. n. 392 del 1978, ex art. 38.

Il giudizio, riunito a successivo relativo ad opposizione del conduttore alla convalida di sfratto ottenuta dal locatore, veniva deciso dal Tribunale di Latina con sentenza n. 2102/2004 che dichiarava risolto il contratto condannando D.G.G. al risarcimento dei danni liquidati in Euro 6.200,00.

La decisione e’ stata confermata dalla Corte d’appello di Roma che, con sentenza 16.10.2010 n. 4868, ha rigettato l’appello proposto dal conduttore D.G., condannandolo alle spese del grado, rilevando che dalla corrispondenza tra le parti prodotta in giudizio (lettere in data 30.9.1989 ed in data 26.1.1990) non risultava prova della adesione del conduttore conforme alla “denuntiatio” ma solo un improduttivo svolgimento di mere trattative, e che in ogni caso l’asserito esercizio del diritto di prelazione era da ritenersi inefficace in quanto il contratto di locazione doveva ritenersi gia’ risolto, risalendo a data anteriore (note in data 8.7.1988 ed in data 29.9.1988) la contestazione della violazione clausola contrattuale che consentiva al conduttore di eseguire esclusivamente “opere mobili”, andando inoltre esente da critiche la indagine peritale svolta dal CTU che aveva specificamente individuato i lavori necessari al ripristino dei locali determinando la conseguente spesa.

Avverso la sentenza non notificata, D.G.G. ha proposto ricorso per cassazione deducendo con due motivi vizi logici della motivazione.

Hanno resistito con controricorso gli intimati R. e P. eccependo la inammissibilita’ del ricorso e chiedendone il rigetto.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La eccezione di inammissibilita’ del ricorso per omessa formulazione dei “quesiti di diritto” ex art. 366 bis c.p.c., e’ palesemente infondata.

La norma processuale, introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, in relazione ai ricorsi proposti avverso sentenze e provvedimenti pubblicati a decorrere dal 2.3.2006 data di entrata in vigore dello stesso decreto, e’ stata, infatti, abrogata della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), con decorrenza dalla entrata in vigore della legge in data 4.7.2009, come disposto della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 1 e dunque non trova applicazione nel caso di specie, essendo stata pubblicata la sentenza impugnata in data 16.10.2012.

Con il primo motivo la parte ricorrente deduce il vizio di “violazione dell’art. 1326 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” per “contraddittoria motivazione” e “travisamento dei fatti di causa” in quanto la Corte d’appello, affermando che non risultava in atti alcuna “accettazione del conduttore”, non aveva considerato che era stato il conduttore a formulare una proposta di acquisto, con nota in data 2.10.1989, confermando le condizioni di cui alla lettera del locatore del 10.7.1989 (che prevedevano anche una rateizzazione del pagamento del prezzo di Lire 400.000.000), e che il contratto si era concluso con l’accettazione del P. di cui alla lettera in data 12.1.1990 Con il secondo motivo la sentenza di appello viene censurata per “errata, illogica ed insufficiente motivazione” ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in ordine alla statuizione di risoluzione ed all’accertamento della gravita’ dell’inadempimento, avuto riguardo alle opere realizzate che avrebbero dovuto, invece, ritenersi compatibili, secondo la parte ricorrente, con l’autorizzazione assentita dal locatore con la clausola di cui all’art. 5 del contratto.

Il primo motivo e’ inammissibile per difetto di autosufficienza.

Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello non aveva considerato che il contratto di compravendita doveva intendersi concluso per implicita accettazione da parte del P. delle condizioni offerte dal D.G. come emergeva dalla corrispondenza intercorsa tra le parti (prodotta nel giudizio di primo grado).

La Corte territoriale, come risulta dalla sentenza impugnata, ha esaminato esclusivamente la lettera racc. del 26.1.1990 nella quale il conduttore manifestava la intenzione di concludere la vendita “alle condizioni di cui alla mia precedente lettera del 30.9.89 rimasta senza riscontro”, rilevando che tale documento appariva nel suo contenuto inidoneo ad integrare “accettazione”.

Occorre rilevare in via prioritaria, rispetto alla verifica di eventuali errori in cui sarebbe incorso il Giudice di merito nella interpretazione della corrispondenza intercorsa tra le parti, errori consistiti – secondo il ricorrente – nell’avere disconosciuto che il contratto di compravendita immobiliare si era gia’ concluso con l’accettazione del conduttore, che la censura – qualificabile come vizio di omessa motivazione, risolvendosi, a dispetto della non limpida rubrica, in una critica alla mancata valutazione di elementi probatori: in tal senso potendosi ritenere conforme la esposizione al nuovo vizio di legittimita’ introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, conv. in L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis – si palesa lacunosa, avendo del tutto omesso il ricorrente di fornire le indispensabili indicazioni in ordine al deposito, in grado di appello, del fascicolo di primo grado contenente la ulteriore corrispondenza, elencata alle pag. 4 e 5 del ricorso per cassazione, lacuna che non consente alla Corte di verificare se gli elementi probatori fossero stati o meno ritualmente introdotti in giudizio e se pertanto il Giudice di appello abbia illegittimamente omesso di considerarli, con la conseguenza che il motivo in esame incorre nella sanzione di inammissibilita’ di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

In ogni caso, osserva il Collegio che, dalla trascrizione nel ricorso per cassazione di detta corrispondenza, non emerge affatto la prova “decisiva” del fatto principale o secondario – richiesta dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, a pena di inammissibilita’ del motivo – che avrebbe condotto con certezza ad un diverso esito del giudizio, favorevole al ricorrente, atteso che dalla corrispondenza intercorsa tra le parti, descritta parzialmente nel ricorso, non e’ dato evincere la prova che il P. abbia “accettato” la proposta di acquisto dell’immobile alle condizioni offerte dal D.G., tenuto conto che: a) nella lettera 30.9.1989 il conduttore (dopo avere indicato il prezzo in Lire 400 milioni oltre Lire 100 milioni per interessi, da versarsi in cinque rate) si limitava a rappresentare la opportunita’ di stipulare l’atto secondo quanto il locatore “credeva opportuno fare”, mentre b) nella missiva trasmessa dal locatore, in data 12.1.1990, veniva fissato il termine del 10 febbraio 1990 per procedere alla definizione dell’accordo – evidentemente non ancora concluso- “secondo le condizioni che si erano stabilite con L. ed U. ancora nel marzo-aprile scorso” (delle quali peraltro si ignora del tutto il contenuto), ed ancora c) con lettera in data 26.1.1990, il conduttore insisteva nuovamente nella propria disponibilita’ all’acquisto ma “alle condizioni di cui alla mia precedente lettera del 30.9.89 rimasta senza risposta” (intendendo chiaramente che le condizioni da lui offerte erano evidentemente diverse da quelle indicate invece dal locatore con riferimento agli accordi stabiliti “con L. ed U.” nella lettera del 12.1.1990, ed alla quale non riconosceva valore perfezionativo dell’accordo): anche quest’ultima lettera rimaneva priva di riscontro da parte del locatore, essendo appena il caso di rilevare che dal silenzio serbato dal locatore, con riferimento all’ultima lettera inviata dal conduttore, non e’ dato desumere un comportamento tacito concludente da intendersi quale “accettazione” della proposta, atteso che, affinche’ il silenzio possa assumere il valore negoziale di consenso, occorre o che il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l’onere o il dovere di parlare, o che, secondo un dato momento storico e sociale, avuto riguardo alla qualita’ delle parti e alle loro relazioni di affari, il tacere di una possa intendersi come adesione alla volonta’ dell’altra (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 5363 del 14/06/1997; id. Sez. 3, Sentenza n. 3403 del 20/02/2004; id. Sez. 2, Sentenza n. 6162 del 16/03/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 10533 del 14/05/2014), condizioni che non ricorrono nella conclusione di una compravendita immobiliare che e’ un contratto formale e che vengono, peraltro, smentite proprio.

Il secondo motivo deve ritenersi inammissibile, non coincidendo la critica svolta nella esposizione del motivo con il parametro normativo del vizio di legittimita’ denunciato.

Occorre premettere che al ricorso per cassazione, notificato il 13.3.2013, deve applicarsi l’art. 360 c.p.c., comma 1, nella nuova formulazione introdotta del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 (recante “Misure urgenti per la crescita del Paese”), che ha sostituito il n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, circoscrivendo il vizio di legittimita’ (fino ad allora esteso anche al processo logico argomentativo fondato sulla valutazione dei fatti allegati assunti come determinanti in esito al giudizio di selezione e prevalenza probatoria, potendo essere censurata la motivazione della sentenza, oltre che per “omessa” considerazione di un fatto controverso e decisivo dimostrato in giudizio, anche per “insufficienza” e per “contraddittorieta’” della argomentazione) alla sola omissione di un fatto controverso “che e’ stato oggetto di discussione tra le parti”, ritualmente allegato e dimostrato in giudizio, tale per cui, se fosse stato invece tenuto in debito conto dal Giudice, avrebbe comportato con certezza (“fatto decisivo”) un diverso esito della controversia.

La sentenza della Corte d’appello e’ stata, infatti, pubblicata in data 16.10.2012 e del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 3, dispone che la nuova norma sul giudizio di cassazione si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione, e dunque alle sentenze pubblicate successivamente alla data dell’11 settembre 2012.

Ne consegue che il secondo motivo, con il quale viene denunciato il “vizio di errata, illogica ed insufficiente motivazione” deve dichiararsi inammissibile venendo ad essere censurata la sentenza di appello in relazione ad un vizio non ricompreso nell’elenco tassativo dei vizi di legittimita’ devoluti al sindacato di questa Corte.

Vale aggiungere che il motivo sarebbe in ogni caso inammissibile per carenza del requisito di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), anche nella ipotesi in cui la censura dovesse qualificarsi, in linea con il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (e superando la diversa indicazione della rubrica) come vizio di “omessa motivazione”.

Le SS.UU. di questa Corte, con sentenza in data 7.4.2014 n. 8053, hanno, infatti, definito l’ambito spaziale del vizio di legittimita’ in questione, in conformita’ alla nuova norma, relegando il “vizio di motivazione” al “minimo costituzionale” individuato dall’art. 111 Cost., esaurendosi tale fattispecie in quelle sole figure (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorieta’; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e che determinano la nullita’ della sentenza. Al di fuori delle ipotesi indicate (attinenti alla stessa “esistenza” del requisito motivazionale del provvedimento giurisdizionale) residua, pertanto, soltanto il vizio di “omesso esame di un fatto storico controverso e decisivo”, non essendo piu’ consentito impugnare la sentenza per criticare la sufficienza del discorso argomentativo giustificativo della decisione adottata sulla base di elementi fattuali comunque valutati dal Giudice di merito in quanto acquisiti al rilevante probatorio e ritenuti determinanti ovvero scartati in quanto non pertinenti o recessivi.

Orbene la sentenza impugnata motiva l’accertamento dell’inadempimento del conduttore, che ha dato luogo a risoluzione del contratto, sostenendo che le opere realizzate sulla terrazza oggetto di locazione, come contestate dal locatore con le lettere in data 8.7.1988 e 29.9.1988, avevano trovato conferma negli accertamenti eseguiti dal CTU (costruzione di due bagni, ancoraggio a terra di una tettoia, costruzione di tubazioni idrauliche ed elettriche), integrando violazione della clausola contrattuale che consentiva esclusivamente la esecuzione di opere mobili necessaria per l’attivita’ ristorazione.

La parte ricorrente sostiene, invece, che le opere realizzate erano costituite dai “due bagni chimici mobili non collegati alla rete fognaria”, l’ancoraggio a terra di una “terra” (tenda ?) scorrevole e da tubazioni che fornivano acqua e luce necessari per il funzionamento dei due bagni mobili.

Premesso che la clausola contrattuale, riportata nel ricorso (alla pagina 11), prevedeva la autorizzazione alla “esecuzione di opere mobili necessarie per l’attivita’ di ristorante, comunque tali da non compromettere la stabilita’ dell’immobile cosi’ come il suo aspetto architettonico che non richiedono o presuppongono concessioni edilizie, che dovranno essere di facile rimozione….”, la parte ricorrente viene a fondare la censura su una premessa fattuale (bagno chimico mobile) del tutto indimostrata e che non risulta neppure dedotta nei precedenti gradi di merito (avendo omesso il ricorrente di trascrivere le difese svolte per contrastare la domanda di risoluzione del contratto), omettendo altresi’ di svolgere argomentazioni critiche in ordine agli accertamenti in fatto effettuati dal CTU ed alle risultanze della consulenza tecnica di ufficio – della quale non viene riportata la trascrizione dei passi rilevanti – alla stregua delle quali l’ausiliario e’ pervenuto a qualificare come “fisse” le opere realizzate.

Difetta pertanto il requisito di autosufficienza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, nuovo testo, che richiede la puntuale indicazione del mezzo di prova (nella specie dimostrativo della “mobilita’” e facile rimovibilita’ delle opere realizzate) che il Giudice di merito avrebbe del tutto omesso di considerare.

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’.

Sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che dispone l’obbligo del versamento per il ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato nel caso in cui la sua impugnazione sia stata integralmente rigettata, essendo iniziato il procedimento in data successiva al 30 gennaio 2013 (cfr. Corte Cass. SU 18.2.2014 n. 3774).

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’, liquidate in Euro 7.000,00 per compensi, Euro 200,00 per esborsi, oltre gli accessori di legge;

– dichiara che sussistono i presupposti per il versamento della somma prevista del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2016

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