Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14432 del 26/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/05/2021, (ud. 16/03/2021, dep. 26/05/2021), n.14432

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1072-2019 proposto da:

COMUNE di MESSINA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE

di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato CARMELO JARIA;

– ricorrente –

contro

A.G., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA GUGLIELMO MARCONI 19 S. C IN 12, presso lo studio dell’avvocato

RAFFAELLA SCUTIERI, rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONINA

RITA MARIA VENTRA;

– controricorrenti –

P.M., G.D., P.V., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA CANDIA N. 55, presso lo studio

dell’avvocato GIUSEPPE GULLO, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

contro

R.G., + ALTRI OMESSI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1160/2017 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 29/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

ROSSETTI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2003 un gruppo di residenti convenne dinanzi al Tribunale di Messina il Comune della medesima città, esponendo che l’amministrazione aveva realizzato un depuratore dal quale provenivano esalazioni eccedenti la normale tollerabilità.

Chiesero al Tribunale di accertare che il depuratore era stato realizzato in violazione delle norme regolatrici della materia, e condannare il Comune di eliminare le cause delle immissioni intollerabili, a bonificare il territorio ed a risarcire il danno subito dagli attori.

Nel giudizio intervennero volontariamente altre cinque persone, allegando i medesimi fatti ad aderendo alla domanda attorea.

2. Con sentenza 15 dicembre 2008 il Tribunale di Messina rigettò la domanda di risarcimento del danno da fatto illecito; ritenne tuttavia che gli attori avessero formulato anche, in via subordinata, una domanda di condanna dell’Amministrazione comunale al pagamento dell’indennizzo previsto dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46 in misura proporzionale alla diminuzione di valore degli immobili di loro proprietà, e l’accolse.

3. La sentenza venne appellata dal Comune di Messina.

Con sentenza 29 novembre 2017 n. 1160 la Corte d’appello di Messina rigettò il gravame.

Per quanto in questa sede ancora rileva, ritenne la Corte d’appello che:

-) correttamente il Tribunale aveva ritenuto che gli attori avessero formulato sia una domanda di risarcimento del danno da fatto illecito, sia una domanda di condanna dell’amministrazione al pagamento dello speciale indennizzo per fatto lecito previsto dalla norma sopra ricordata; ciò in quanto gli attori avevano chiesto di essere ristorati del pregiudizio “subito dalle immissioni anche per l’ipotesi che si fosse accertato che esse non derivano da illegittimità perpetrate nella realizzazione dell’impianto o da cattivo funzionamento”;

-) questa espressione ad avviso della Corte d’appello palesava che gli attori avevano, con essa, inteso domandare la condanna del Comune anche al pagamento dell’indennizzo L. n. 2359 del 1865, ex art. 46 con la conseguenza che era infondata la denuncia del vizio di extrapetizione proposta dall’amministrazione appellante;

-) la consulenza tecnica di ufficio acquisita agli atti era sufficiente ed idonea a dimostrare la sussistenza dei fatti lamentati dagli attori;

-) il Tribunale aveva correttamente determinato la misura dell’indennizzo sulla base dell’indagine svolta dal consulente tecnico d’ufficio, indagine “che non era stata contestata”.

4. Ricorre per cassazione avverso la suddetta sentenza il Comune di Messina, con ricorso fondato su due motivi (articolati in più censure) ed illustrato da memoria.

Resistono con due distinti controricorsi gli originari attori, divisi in due gruppi patrocinati da differenti avvocati.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo di ricorso il Comune di Messina lamenta sia la violazione dell’art. 112 c.p.c.; sia la “inesistenza” della motivazione. Nella illustrazione del motivo il Comune di Messina deduce, in sostanza, che il Tribunale prima, e la Corte d’appello poi, hanno accolto una domanda che gli attori non avevano mai formulato.

Secondo l’amministrazione ricorrente, gli attori avevano chiesto unicamente la condanna del Comune al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 844 c.c. e/o art. 2043 c.c., mentre non avevano mai formulato una domanda di condanna del Comune al pagamento dell’indennizzo previsto dalla L. n. 2359 del 1865.

Secondo l’amministrazione ricorrente, affinchè possa ritenersi validamente formulata una domanda di condanna al pagamento dell’indennità prevista dalla suddetta legge, sarebbe quanto meno necessario che l’attore deduca la liceità dell’opera dalla cui esecuzione è derivato il pregiudizio da indennizzare, deduzione assente nell’atto introduttivo del primo grado del presente giudizio.

La illustrazione del motivo si conclude con la allegazione secondo cui la Corte d’appello avrebbe affermato principi giuridici esatti in teoria, ma non applicabili al caso di specie, dal momento che l’applicazione di quei principi avrebbe presupposto la formulazione di una domanda in realtà mai proposta dagli attori.

1.1. Nella parte in cui lamenta la nullità della sentenza per inesistenza della motivazione il motivo è infondato.

Nella sentenza impugnata, infatti, la motivazione esiste ed è ben chiara: la Corte d’appello ha affermato che la qualificazione della domanda è compito del giudice; che nel caso di specie il Tribunale aveva qualificato la domanda attorea ritenendo che gli attori avessero domandato in via principale il risarcimento del danno da fatto illecito, ed in via subordinata di essere “ristorati dal pregiudizio subito dalle immissioni anche per l’ipotesi che esse non derivassero da illegittimità perpetrate nella realizzazione dell’impianto o da cattivo funzionamento” (così la sentenza impugnata, pagina 7, primo capoverso); che tale qualificazione della domanda era corretta.

Altra, ma irrilevante questione, è poi lo stabilire se la suddetta motivazione sia anche “sufficiente”: ed infatti, per effetto della riforma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, resta “esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza della motivazione” (come stabilito da Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

1.2. Nella parte in cui lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c. il motivo è invece infondato.

Il vizio di ultrapetizione di cui all’art. 112 c.p.c. sussiste quando il giudice provveda su una domanda mai formulata, senza ulteriori spiegazioni.

Non è questa l’ipotesi che ricorre nel caso di specie: nel presente giudizio il giudice di primo grado prima, e quello d’appello poi, hanno infatti provveduto su una domanda che essi hanno reputato espressamente formulata, giungendo a tale conclusione dopo avere proceduto ad una interpretazione dell’atto di citazione e di quello di intervento in causa.

Ma il giudice che provveda su una domanda ritenuta correttamente formulata non incorre in un vizio di ultrapetizione. Se, poi, erroneo fu il giudizio con cui ritenne ritualmente proposta la domanda su cui ha provveduto, quel giudice avrà commesso un errore di interpretazione o qualificazione degli atti, ma non un errore di ultrapetizione (così anche, da ultimo, Sez. 3 -, Ordinanza n. 11103 del 10/06/2020, Rv. 658078 01, in una fattispecie speculare rispetto a quella oggetto del presente giudizio: in quel caso, infatti, il ricorrente si doleva del fatto che il giudice di merito avesse ritenuto non formulata una domanda che invece i ricorrenti assumevano ritualmente proposta; e questa Corte ha ritenuto che l’eventuale errore in tal senso non andasse qualificato come extrapetizione, ma attenesse “al significato da attribuire alle espressioni lessicali utilizzate nel contenuto testuale della domanda introduttiva, come incontestatamente rilevate, venendo in rilievo pertanto l’interpretazione della domanda”).

Violazione dell’art. 112 c.p.c., pertanto, nel caso di specie non sussiste, come già ritenuto da questa Corte in fattispecie analoga (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 15223 del 03/07/2014, Rv. 631733 – 01, secondo cui “non viola il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (…) il giudice di merito che (…) qualifica quale domanda di indennizzo, ai sensi non del solo art. 844 c.c. ma anche della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46 quella proposta dalla parte attrice – in alternativa alla richiesta risarcitoria ex art. 2043 c.c. – per l’intollerabilità delle immissioni”, in quel caso sonore, provenienti da un aeroporto).

1.3. Ove, poi, si volesse qualificare il primo motivo di ricorso come denuncia di una erronea interpretazione della domanda da parte del Tribunale, con errore avallato dalla Corte d’appello, il motivo sarebbe addirittura inammissibile.

Infatti interpretare la domanda giudiziale; stabilire quale sia l’utilità concreta richiesta dall’attore; attribuire significato ad eventuali espressioni ambigue o incerte in essa contenute, sono tutte attività riservate al giudice di merito, al quale la legge coerentemente affida da un lato il potere di dichiarare nulla la citazione lacunosa o dai contenuti incerti (art. 164 c.p.c.), e dall’altro quello di chiedere alle parti i chiarimenti necessari (art. 183 c.p.c., comma 4).

Anche questa attività del giudice di merito, beninteso, può essere a determinate condizioni sindacata in sede di legittimità (al contrario di quanto infondatamente sostenuto dalla difesa dei controricorrenti A. ed altri ai fogli 11-12 del controricorso: ed infatti il principio secondo cui l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti dà luogo ad un giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un error in procedendo. In tal caso la Corte di Cassazione è giudice anche del fatto ed ha, quindi, il potere-dovere di procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali: così Sez. L, Sentenza n. 1097 del 24/01/2003, Rv. 559961 – 01; e soprattutto Sez. U, Sentenza n. 8077 del 22/05/2012, Rv. 622361 – 01).

Tuttavia la denuncia in sede di legittimità di un error in procedendo scaturente da una difettosa interpretazione degli atti processuali è soggetta a forme e regole precise. Essa può avvenire solo in tre modi.

1.3.1. La prima possibilità è la prospettazione d’un errore del giudice di merito nel giudizio di conformità dell’atto processuale al suo schema legale: e dunque prospettando che quel giudice ha qualificato valido un atto nullo, o viceversa ha reputato nullo un atto valido (Sez. U, Sentenza n. 8077 del 22/05/2012, Rv. 622361 – 01).

Tale deduzione, tuttavia, va compiuta rispettando il principio di specificità del ricorso, di cui all’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4: e dunque trascrivendo o riassumendo nel ricorso per cassazione ad avviso del ricorrente difformi dal modello legale dell’atto.

1.2.2. La seconda possibilità è la prospettazione del vizio di omesso esame d’un fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5 (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 31546 del 03/12/2019, Rv. 656493 – 01).

Tale deduzione, tuttavia, va compiuta osservando le forme stabilire dalle Sezioni Unite di questa Corte con la già ricordata sentenza 8053/14, e cioè indicando nel ricorso per cassazione:

(a) quale fatto non sarebbe stato esaminato;

(b) quando e da chi era stato dedotto in giudizio;

(c) come era stato provato;

(d) perchè, se esaminato, avrebbe condotto ad una diversa qualificazione od interpretazione della domanda.

1.2.3. La terza possibilità è prospettare la violazione, da parte del giudicante, delle regole legali di ermeneutica negoziale dettate dagli artt. 1362-1371 c.c., pacificamente applicabili anche all’interpretazione degli atti processuali (Sez. 5 -, Sentenza n. 1787 del 23/01/2019, Rv. 652321 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 16057 del 02/08/2016, Rv. 641316 01; Sez. L, Sentenza n. 6226 del 18/03/2014, Rv. 630511 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 4205 del 21/02/2014, Rv. 629624 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 8960 del 18/04/2006, Rv. 588544 – 01).

Anche in questa ipotesi, tuttavia, il ricorrente ai fini dell’ammissibilità del ricorso ha l’onere di indicare in esso (trascrivendolo o riassumendolo in modo perspicuo) non solo le considerazioni del giudice in contrasto con i criteri ermeneutici, ma anche il testo dell’atto che assume essere sato malamente interpretato.

1.4. Nel caso di specie va esclusa la prima delle tre suddette ipotesi, dal momento che non si è mai fatta questione della nullità della citazione introduttiva o dell’atto di intervento in causa.

Quanto alle altre due ipotesi, il Comune di Messina nel proprio ricorso non ha nè trascritto o riassunto il contenuto dell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado; nè prospettato la violazione di alcuna delle regole legali di ermeneutica: il che preclude di esaminare se la Corte d’appello abbia interpretato e qualificato correttamente la domanda introduttiva e quella degli intervenuti.

Solo ad abundantiam, infine, non sarà superfluo ricordare che questa Corte ha già stabilito che la domanda con la quale il proprietario di un immobile chieda la condanna della p.a. al pagamento di una somma di denaro in conseguenza delle immissioni maleodoranti provenienti da un depuratore, correttamente è qualificata dal giudice di merito come domanda proposta ai sensi della L. n. 2359 del 1865, art. 46 (Sez. 1, Sentenza n. 23627 del 15/11/2007, Rv. 600779 – 01, la quale ha rigettato un ricorso, proposto dal Ministero delle infrastrutture, fondato su argomenti in larga parte coincidenti con quelli oggi invocati dal Comune di Messina).

2. Col secondo motivo di ricorso il Comune di Messina lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 844 c.c. e della L. n. 2359 del 1865, artt. 43 e 46.

Il motivo investe i criteri adottati dal giudice di merito per la stima del quantum debeatur. Nella illustrazione di esso l’amministrazione ricorrente esordisce ricordando di avere prospettato, come motivo di appello, che la stima dell’indennizzo si sarebbe dovuta compiere tenendo conto della destinazione degli immobili che si assumevano deprezzati a causa della vicinanza del depuratore, della loro maggiore o minore distanza da quest’ultimo, della loro regolarità urbanistica (pp. 12-15).

Detto ciò, il motivo prosegue formulando una tesi così riassumibile:

-) la L. n. 2359 del 1865, art. 43 in materia di espropriazione per pubblica utilità, esclude che sia dovuto l’indennizzo per la perdita o il deterioramento di costruzioni, piantagioni migliorie eseguite dopo la pubblicazione dell’avviso di deposito del piano di esecuzione delle opere;

-) nel caso di specie il giudice di merito aveva liquidato il danno facendolo decorrere dalla data di messa in esercizio dell’impianto di depurazione (1994), senza avere previamente accertato se gli immobili che gli attori assumevano essersi deprezzati fossero stati edificati prima o dopo il deposito del progetto di realizzazione del depuratore.

Infine, con autonoma censura, il Comune di Messina denuncia come “priva di motivazione” la sentenza d’appello, nella parte in cui ha reputato corretta la stima dell’indennizzo compiuta dal primo giudice, pari la 10% del valore degli immobili.

2.1. Il motivo è inammissibile.

Il giudice di merito, accertato in facto che gli immobili di proprietà degli attori erano esposti a esalazioni graveolenti, ha ritenuto in iure ad essi dovuto l’indennizzo previsto dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46, comma 1, (applicabile al caso di specie ratione temporis, oggi abrogato dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 58 e sostituito dall’art. 44 del medesimo decreto), il quale recita: “è dovuta una indennità ai proprietari dei fondi, i quali dall’esecuzione dell’opera di pubblica utilità vengano gravati di servitù, o vengano a so lire un danno permanente derivante dalla perdita o dalla diminuzione di un diritto”.

L’amministrazione ricorrente assume che tale decisione sarebbe erronea, in quanto nessun indennizzo si sarebbe dovuto accordare a coloro i quali avevano edificato il proprio immobile dopo “il deposito del progetto di realizzazione del depuratore”, avvenuto prima del 1978.

Con questa censura, però, l’amministrazione comunale sovrappone e confonde due piani: quello della spettanza del diritto all’indennità di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 46 e quello della quantificazione di tale indennità.

2.2. Sotto il primo profilo, l’indennità in questione non è dovuta a quanti abbiano edificato i propri immobili dopo la pubblicazione dell’avviso di deposito dell’opera pubblica, oppure a quanti abbiano edificato il proprio immobile abusivamente, ed in quest’ultimo caso sia che l’edificazione risalga ad epoca anteriore alla pubblicazione suddetta, sia nel caso opposto (ex per multis, Sez. 1, Sentenza n. 19305 del 12/09/2014, Rv. 632491 – 01).

Ricorrendo tali ipotesi, pertanto, non è mestieri a discorrere di quantum debeatur, dal momento che nessun indennizzo può essere preteso.

Quando invece l’indennità sia dovuta, essa va liquidata dal momento in cui si verifica il pregiudizio: ed il pregiudizio (nel caso di specie, le esalazioni maleodoranti) non poteva che decorrere al momento della messa in esercizio del depuratore.

Ciò premesso in teoria, rileva questa Corte come dalla sentenza d’appello risulta che il Comune di Messina impugnò la sentenza di primo grado prospettando il vizio di extrapetizione (del quale s’è già detto) e poi due sole ulteriori censure:

a) l’assenza di prova della intollerabilità delle immissioni (p. 8 della sentenza d’appello);

b) l’erronea quantificazione del danno (p. 9 della sentenza d’appello). Dal provvedimento impugnato, dunque, non risulta che il Comune di Messina abbia mai tempestivamente introdotto nel thema decidendum la circostanza che gli immobili danneggiati fossero stati edificati dopo l’approvazione del progetto esecutivo dell’opera; nè quella che gli attori li avessero acquistati dopo la realizzazione del depuratore; nè, infine, quella che i suddetti immobili fossero stati edificati in assenza della prescritta autorizzazione.

Tutte e tre le suddette questioni (edificazione dell’immobile, acquisto della proprietà, regolarità urbanistica) non possono dunque essere prospettate in questa sede, in quanto delle due l’una:

-) se non sono state tempestivamente dedotte in giudizio, la loro prospettazione in sede di legittimità è inammissibile perchè nuova;

-) se vennero tempestivamente dedotte in giudizio, la loro prospettazione in sede di legittimità è inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto il ricorso non indica – come richiesto a pena di inammissibilità dalla norma appena ricordata – nè in che termini le suddette questioni vennero dedotte in primo grado (ovviamente insufficiente, a tal fine, è il fugacissimo accenno di cui a p. 4, ultimo rigo, e 5, primo rigo, del ricorso per cassazione); nè cosa statuì in merito ad esse il Tribunale; nè in che termini vennero reiterate in appello (anche in questo caso è generico, e perciò insufficiente, il rapsodico passo dell’atto d’appello trascritto a p. 14, terzo capoverso, del ricorso, dal quale si apprende che in appello l’amministrazione comunale si limitò a dolersi che alcuna “verifica è stata attuata sulla loro (degli immobili, n. d.e.) piena conformità alla normativa urbanisticà).

2.3. Infine, per quanto riguarda la censura con cui il Comune lamenta non essere stato esaminato il motivo d’appello con cui censurava il quantum debeatur, essa è infondata: la Corte d’appello, infatti, se ne è occupata a p. 9 della sentenza impugnata.

Lo stabilire, poi, se la liquidazione sia stata corretta o scorretta è questione di puro fatto, insindacabile in sede di legittimità.

3. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna il Comune di Messina alla rifusione in favore di A.G. e degli altri controricorrenti difesi dall’avv. Antonina Rita Maria Ventra delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 7.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) condanna il Comune di Messina alla rifusione in favore di P.M. e degli altri controricorrenti difesi dall’avv. Giuseppe Gullo delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 7.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile della Corte di cassazione, il 16 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2021

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