Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14403 del 05/06/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 14403 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: TRICOMI IRENE

ORDINANZA

sul ricorso 15047-2013 proposto da:
CATALANO

FULVIO

CTLFLV47S07D315X,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA R.B. CRIVELLI 50, presso lo
studio dell’avvocato SELENE SABELLICO, rappresentato
e difeso dagli avvocati CARMINE DI RISIO, LUIGI
ANTONANGELI, MARIALUCIA D’ALOISIO, giusta delega in
atti;
– ricorrente –

2018
1273

contro

REGIONE ABRUZZO, in persona del Presidente pro
tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA
GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in
ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI, 12 ope legis;

Data pubblicazione: 05/06/2018

- controricorrente

avverso la sentenza n. 491/2012 della CORTE D’APPELLO
di L’AQUILA, depositata il 06/06/2012 R.G.N.

805/2011.

4.504ÌR.G. n. 12(7 del 2013

RITENUTO
I. che il Tribunale di Vasto riteneva l’illegittimità, sia sotto un profilo formale
che sostanziale, del recesso intimato all’ing. Catalano Fulvio dall’incarico di direttore
generale della ASL di Avezzano Sulmona con conseguente condanna della Regione
Abruzzo alla corresponsione della somma di euro 210.000, a titolo di compenso medio-

tempore maturato fino alla naturale scadenza del contratto quinquennale.
2. Proposto appello dalla Regione Abruzzo, il giudice di secondo grado, in

condannava la Regione al pagamento della minor somma di euro 139.443,36, oltre
accessori.
3. Il Catalano ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi.
4. Resiste con controricorso la Regione Abruzzo.
5. Il Catalano ha depositato memoria in prossimità dell’udienza pubblica.

CCONSIDERATO
1. che occorre premettere che la Corte d’Appello, preliminarmente riteneva
correttamente radicata la competenza territoriale presso il Tribunale di Vasto, luogo di
residenza del ricorrente.
Nel merito, il giudice di secondo grado, osservava che l’art. 3-bis, aggiunto dal
d.lgs. n. 299 del 1999, all’art. 3 del d.lgs. n. 502 del 1999, dopo avere previsto al
comma 6, una prima verifica dei risultati raggiunti dal Direttore generale dell’ASL dopo
18 mesi dalla nomina, al fine di procedere o meno alla conferma dell’incarico, stabilisce
al comma 7 che quando ricorrano gravi motivi o la gestione presenti una situazione di
grave disavanzo, o in caso di violazione di leggi o del principio di buon andamento e di
imparzialità dell’amministrazione, la Regione risolve il contratto dichiarando la
decadenza del Direttore generale, e provvede alla sostituzione, previo parere della
Conferenza di cui al’art. 2, comma 2-bis, che si esprime nel termine di dieci giorni dalla
richiesta, decorsi inutilmente i quali la risoluzione del contratto può avere comunque
corso. Si prescinde dal parere nei casi di particolare gravità e urgenza.
L’art. 3, comma 6, del d.lgs. n. 502 del 1992 prevede che tutti i poteri di
gestione, nonché la rappresentanza della ASL, sono riservati al direttore generale, al
quale compete anche, ex art 20 del d.lgs. n. 93/29 e succ. integ. e mod., verificare,
mediante valutazione comparativa di costi, rendimenti e risultati, la corretta ed
economica gestione delle risorse attribuite ed introitate, nonché l’imparzialità ed il buon

parziale accoglimento dello stesso e in parziale riforma della sentenza di primo grado,

R.G. n. 1 7 del 2013
andamento dell’azione amministrativa, stabilendo, altresì che, in caso di grave
inadempimento, sia la Regione a risolvere il contratto.
Con la delibera n. 1327 del 9 dicembre 2005, notificata il 15 dicembre 2005, con
la quale la Giunta ha risolto il contratto, con effetto immediato e per gravi motivi, sotto
il profilo della violazione di legge e dei principi di buon andamento ed imparzialità della
pubblica amministrazione, si rilevava che il comportamento del Catalano, non dando
esecuzione alla convenzione di tesoreria, né a quella prevista dalla delibera di Giunta

n.1277/04, né a quella prevista dalla delibera n. 832/05, aveva violato i principi di buon
andamento dell’azione amministrativa, efficiente ed efficace, conducendo alla paralisi
finanziaria dell’azienda.
La Corte d’Appello rilevava che la rimozione dell’ ing. Catalano appariva più
che altro dettata dall’urgenza di liberarsi di persona non più gradita.
La Corte d’Appello pertanto confermava la sentenza del Tribunale nella parte in
cui aveva ritenuto illegittimo il recesso operato della Regione, con conseguente diritto
del Catalano a vedersi corrispondere gli emolumenti che avrebbe conseguito se il
contratto fosse scaduto naturalmente dopo cinque anni. Riformava però la decisione di
primo grado , con conseguente accoglimento parziale dell’appello, nella quantificazione
della somma dovuta, tanto che essendo stato fissato il compenso in una determinata
misura l’anno, ed essendosi interrotto il rapporto 18 mesi prima del scadenza
contrattuale, la somma ancora dovuta era inferiore a quella stabilita dalla Tribunale.
Sulla stessa andavano computati gli interessi dal sorgere del diritto all’effettivo
soddisfo.
Non poteva essere accolta la tesi prospettata dal Catalano circa il diritto a vedersi
corrispondere l’importo relativo ad un’ulteriore quinquennio, sul presupposto che
comunque il contratto sarebbe stato rinnovato per questo ulteriore periodo, in ragione
debbono ottenuti dei buoni risultati ottenuti.
E infatti, la norma che richiamava il Catalano, nello stabilire che il contratto
del direttore generale è rinnovabile, esprime una facoltà e non un diritto al rinnovo.
Quanto al danno non patrimoniale, la relativa domanda non poteva trovare
accoglimento, essendo correlato per la prima volta in grado di appello, e dunque in
modo inammissibile, ad un recesso di natura ingiuriosa.
2. Richiamata, in sintesi, la motivazione della Corte d’Appello può passare ad
esaminarsi i motivi di ricorso.

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R.G. n. 19 del 2013
3. Con il primo motivo di ricorso è dedotto omesso esame di un fatto decisivo
per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360, n. 5, cod. proc.
civ.
Assume il ricorrente che il compenso annuo era pari ad euro 139.443,72, e non
ad euro 92.962,24, per cui la somma dovuta era quella stabilita dal Tribunale.
4. Il motivo è inammissibile,
È applicabile alla fattispecie l’art. 360 n. 5 c.p.c. nel testo modificato dalla legge

7 agosto 2012 n.134 ( pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012), di conversione del
dl. 22 giugno 2012 n. 83, che consente di denunciare in sede di legittimità unicamente l’
omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra
le parti. Hanno osservato le Sezioni Unite di questa Corte che la ratio del recente
intervento normativo è ben espressa dai lavori parlamentari lì dove si afferma che la
riformulazione dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ. ha la finalità di evitare l’abuso dei
ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai
precetti costituzionali, e, quindi, di supportare la funzione nomofilattica propria della
Corte di cassazione, quale giudice dello ius constitutionis e non dello ius litigatoris, se
non nei limiti della violazione di legge. Il vizio di motivazione, quindi, rileva solo
allorquando l’anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, -in quanto
attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della
sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale
anomalia si esaurisce nella -mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e
grafico -, nella -motivazione apparente – , nel -contrasto irriducibile tra affermazioni
inconciliabili” e nella -motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”,
esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di -sufficienza2 della motivazione”,
sicché quest’ultima non può essere ritenuta mancante o carente solo perché non si è dato
conto di tutte le risultanze istruttorie e di tutti gli argomenti sviluppati dalla parte a
sostegno della propria tesi.
Inoltre, il ricorrente non censura in modo adeguato la ratio della decisione
impugnata. Ed infatti la Corte d’Appello nell’accogliere la relativa impugnazione della
Regione Abruzzo fa riferimento al contratto individuale, statuizione su cui il ricorrente
non offre argomenti, richiamando invece la delibera di Giunta che riguarda in generale
la rideterminazione del trattamento economico annuo dei direttori generali.

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R.G. n. 12 ‘7 del 2013
5. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione
dell’art. 3-bis, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992, e dell’art. 1, comma 2, del dPCM
n. 502 del 1995, ex art. 360, n. 3, cod. proc. civ.
Il ricorrente censura la statuizione che non ha riconosciuto la corresponsione
dell’ulteriore somma per la durata quinquennale del contratto, atteso che lo stesso
avrebbe dovuto essere automaticamente rinnovato in ragione del raggiungimento degli
obiettivi, atteso che non era stata contestata l’opera di risanamento delle finanze

pubbliche operata dallo stesso.
6. Il motivo non è fondato.
In tema di dirigenza, non è configurabile un diritto soggettivo a conservare un
determinato incarico dirigenziale, risolvendosi il controllo giudiziale circa il mancato
rinnovo dell’incarico in un’indagine sul rispetto delle garanzie procedimentali previste,
nonchè sull’osservanza delle regole di correttezza e buona fede (Cass., n. 5025 del
2009).
Dunque non è fondata la censura circa l’automaticità del rinnovo, né il
ricorrente ha dedotto di avere tempestivamente introdotto argomenti relativi ad un non
corretto esercizio della discrezionalità amministrativa.
7. Con il terzo motivo è dedotto il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per
il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ.
Osserva il ricorrente che la sentenza di appello non ha deciso le questioni in
diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità.
È censurata la statuizione che ha ritenuto inammissibile perché nuova la
domanda di risarcimento del danno patrimoniale, in quanto la stessa era stata
adeguatamente proposta nel corso del giudizio di primo grado. Dopo aver riportato
(pagg. 97-108 del ricorso) quanto dedotto nel ricorso di primo grado, osserva il
ricorrente che era facile notare come la domanda di appello fosse stata arricchita solo
con alcuni spunti di diritto per sostenerla ulteriormente, senza dar luogo a novità della
domanda.
8. Il motivo è inammissibile, sia per le ragioni già esposte nella trattazione del
secondo motivo, in ragione della novella dell’art. 360, n. 5 cod. proc. civ., sia perché
quando viene denunciato

un – error in procedendo”, in ragione della non

corrispondenza tra quanto chiesto e quanto pronunciato per una erronea qualificazione
della domanda, la censura va dedotta per il tramite dell’art. 360, n. 4, cod. proc. civ., in
relazione all’art. 112 cod. proc. civ., che attribuisce alla Corte di cassazione il potere4

/( O41R.G. n. l,øi7 del 2013
dovere di procedere direttamente all’esame ed all’ interpretazione degli atti processuali
e, in particolare, delle istanze e deduzioni delle parti (Cass., n. 21421 del 2014).
8. Il ricorso deve essere rigettato.
7. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
8. Ai sensi del d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore

cit. art. 13, comma 1-bis.
PQM
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di
giudizio che liquida in euro 4.000,00, per compensi professionali, oltre euro 200,00 per
esborsi e spese prenotate a debito.
Ai sensi del d.P.R. n. 115 del 2002. art. 13, comma 1 quater, dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore
importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del
cit. art. 13, comma 1-bis.
Così deciso in Roma, nella adunanza camerale del 22 marzo 2018.

importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del

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