Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14397 del 25/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 25/05/2021, (ud. 29/01/2021, dep. 25/05/2021), n.14397

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2216/2020 proposto da:

S.Y.A., domicillato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CATERINA BOZZOLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI PADOVA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2155/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 23/05/2019 R.G.N. 4169/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

29/01/2021 del Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte di appello di Venezia, con la sentenza n. 2115 del 2019, ha confermato il provvedimento di rigetto, pronunciato dal Tribunale della stessa sede, del ricorso proposto da S.Y.A., cittadino del Bangladesh, avverso il diniego della competente Commissione territoriale in ordine alle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 e della protezione umanitaria.

2. Come si legge nella gravata pronuncia, il richiedente aveva dichiarato di avere abbandonato il proprio paese perchè non era in grado di pagare l’affitto al proprietario del terreno, da lui lavorato, il quale lo avrebbe minacciato di morte qualora non avesse pagato il debito; aveva, poi aggiunto, davanti al Tribunale, che quando si era recato in Libia, aveva lasciato la sua casa a un vicino in garanzia della restituzione di un prestito di una somma corrispondente a circa cinquemila Euro, cui aveva fatto ricorso per pagare il viaggio; aveva precisato, inoltre, di avere due figli cui adesso poteva inviare denaro poichè lavorava e con quel denaro potevano studiare; aveva, infine, precisato che anche la moglie viveva in Bangladesh e, qualora fosse ritornato, avrebbe rischiato di litigare con il vicino che aveva la sua casa in garanzia e avrebbe potuto essere anche picchiato dallo stesso.

3. La Corte territoriale, a fondamento della decisione, ritenendo trattarsi di una vicenda avente mera rilevanza economica e forse anche di diritto penale per quanto riguardava la pretesa del proprietario di farsi pagare i canoni dell’affitto ricorrendo alla minaccia, ha escluso il riconoscimento dello status di rifugiato non ravvisando nel racconto motivi di persecuzione; ha evidenziato che non ricorrevano le ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), (condanna a morte o esecuzione della pena di morte a seguito di provvedimento di condanna – tortura o altra forma di trattamento disumano) per la protezione sussidiaria nè quella di cui all’art. 14, lett. c), in considerazione della situazione non pericolosa ravvisata in Bangladesh sulla base delle fonti consultate; ha sottolineato l’assenza dei presupposti per ottenere la protezione umanitaria specificando che la malattia derivata dalla caduta di un trattore (trauma contusivo alla spalla con frattura del trochide omerale destro) era stata giudicata guarita il (OMISSIS), con possibilità dell’infortunato di riprendere l’attività lavorativa.

4. Avverso tale provvedimento S.Y.A. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo.

5. Il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con l’unico articolato motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, in combinato disposto con l’art. 5, comma 6 del TU in materia di immigrazione. Deduce che, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte di appello, la motivazione dell’espatrio non era esclusivamente economica, ma era legata ad una situazione di violenza indiscriminata o di privazione generalizzata dei diritti fondamentali in Bangladesh ove vi era un apparato giudiziario corrotto, che consentiva il perpetrarsi di truffe e raggiri a seguito dei quali molti contadini si vedevano spogliare dei propri appezzamenti di terra, diventando nullatenenti, e in cui qualora non fossero onorati i debiti contratti si era costretti alla schiavitù a vita; sostiene, inoltre, che era stata considerata dalla Corte territoriale unicamente la sua guarigione, senza valutare la sua età, la sua situazione familiare, il debito contratto in patria e il suo percorso di integrazione lavorativa.

2. Il ricorso è fondato.

3. Come sopra riportato, l’espatrio del ricorrente è stato determinato dal fatto che non era in grado di pagare l’affitto al proprietario del terreno da lui lavorato, il quale lo avrebbe minacciato di morte se non avesse pagato il debito; inoltre, è stata rappresentata una situazione in cui, essendo stata data la propria abitazione in garanzia per ottenere il denaro per andare in Libia, in caso di rientro il richiedente avrebbe rischiato di essere picchiato.

4. La Corte territoriale ha ritenuto la vicenda di rilevanza unicamente economica per cui la posizione del richiedente è stata considerata non meritevole della protezione internazionale.

5. La valutazione dei giudici di seconde cure non è condivisibile.

6. Come sottolineato da questa Corte (Cass. n. 29142 del 2020), la migrazione per motivi economici è quella in cui l’espatrio è connesso alla ricerca di una migliore condizione di vita, sotto il profilo del complessivo benessere personale proprio e della propria famiglia.

7. Tale motivazione non è ravvisabile in quella oggetto di causa, in cui la fuga dal paese di origine è stata cagionata da timori di persecuzione per il trattamento ivi destinato a chi si trovi in condizioni di insolvenza rispetto ai propri debiti, in quanto in tal caso l’espatrio non persegue un miglioramento economico, ma si rende necessario al fine di evitare trattamenti inumani o gravemente ed indebitamente dannosi per la persona.

8. La Corte territoriale avrebbe dovuto svolgere di ufficio gli accertamenti necessari ad apprezzare se fosse stato vero quanto denunciato dal ricorrente circa il fatto che le leggi o i costumi (tollerati in Bangladesh) erano tali da comportare, in tali situazioni, la possibilità di riduzione in schiavitù.

9. Ciò in un contesto in cui già autorevoli fonti internazionali testimoniano l’ampia diffusione in Bangladesh del fenomeno del debito a tassi usurai e delle conseguenze da esso derivanti (cfr. United States Department of State 2017 Bangladesh,; Human Rights Watch Bangladesh 2015, 2016 e 2017), connessa al fenomeno della povertà diffusa, per cui la circostanza per un soggetto di essere minacciato, picchiato e con il pericolo di divenire schiavo quale conseguenza in ipotesi di mancato pagamento di un debito già trova piena rispondenza nella pratica dei prestiti usurai in Bangladesh e rappresenta un aspetto che doveva, nel caso in esame, essere approfondito.

10. Alla stregua di quanto esposto la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, che dovrà procedere, sulla base della corretta qualificazione della fattispecie sopra delineata, ai dovuti accertamenti, provvedendo, altresì, anche in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza

impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 29 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

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