Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14396 del 05/06/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 14396 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: DI PAOLANTONIO ANNALISA

ORDINANZA
sul ricorso 9475-2013 proposto da:
BONATO FRANCESCA C.F. BNTENC48S46G776R, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 79, presso lo studio
dell’avvocato GIAMPIERO PLACIDI, che lo rappresenta e
difende unitamente all’avvocato LUCA LENTINI, giusta
delega in atti;
– ricorrente contro
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AZIENDA USL/A ROMA, elettivamente domiciliata in ROMA,
BORGO SANTO SPIRITO 3C/0 USL ROMA l, presso lo studio
dell’avvocato GLORIA DI GREGORIO, che la rappresenta e
difende, giusta delega in atti;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 05/06/2018

avverso la sentenza n. 2280/2012 della CORTE D’APPELLO

di ROMA, depositata il 18/04/2012 R.G.N. 10866/08;

R.G 9475/2013

RILEVATO CHE
1. la Corte di Appello di Roma ha respinto l’appello di Francesca Bonato avverso la
sentenza del Tribunale della stessa città che aveva rigettato il ricorso proposto nei
confronti dell’Azienda USL Roma A, volto ad ottenere il riconoscimento del diritto a
percepire l’indennità di coordinamento di cui all’art. 10 del C.C.N.L. 20 settembre 2001
per il personale del comparto sanità;
2.

la Corte territoriale, premesso che l’appellante sino al 31 agosto 2001 era

sanitario, ha evidenziato che ai sensi del comma 7 del richiamato art.10 ai fini della
attribuzione dell’indennità di coordinamento non è sufficiente l’effettivo svolgimento delle
mansioni, essendo necessario che l’azienda, con valutazione discrezionale riferita alla
propria situazione organizzativa, decida di riconoscere l’indennità in questione,
prioritariamente destinata ai dipendenti inquadrati nel livello D, anche al personale della
qualifica inferiore;
3. il giudice d’appello ha aggiunto che l’incarico era stato conferito da soggetto che
all’epoca svolgeva funzioni di primario e, in quanto tale, non aveva il potere di gestione
del personale infermieristico;
4. infine la Corte territoriale, condividendo le conclusioni alle quali era già pervenuto il
Tribunale, ha evidenziato che le funzioni svolte non attenevano al coordinamento del
servizio, così come inteso dalla norma contrattuale;
5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Francesca Bonato sulla base di
due motivi, ai quali l’Azienda USL RM A ha resistito con tempestivo controricorso.

CONSIDERATO CHE
1. il primo motivo di ricorso denuncia, ex art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ. «violazione e
falsa applicazione dell’art. 10, comma 7, del C.C.N.L. 20/9/2001 – omessa, insufficiente,
contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso» e addebita alla
sentenza impugnata di avere erroneamente interpretato la disposizione contrattuale che,
in realtà, individua nell’effettivo espletamento delle funzioni di coordinamento il
presupposto giuridico fattuale necessario per il riconoscimento della indennità;
1.1. la ricorrente sostiene, in sintesi, che la discrezionalità concessa all’azienda si riferisce
alla scelta del personale al quale affidare l’attività di coordinamento, non già
all’attribuzione della indennità, che deve essere senz’altro riconosciuta una volta
assegnate e svolte le funzioni che l’indennità stessa è destinata a remunerare;
2. con la seconda censura, formulata sempre ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc.
civ., la Bonato si duole, oltre che del vizio motivazionale, della violazione, sotto altro
aspetto, del richiamato art. 10 del CCNL 20.9.2001 nonché dell’art. 8, commi 4 e 5, dello

pacificamente inquadrata nella categoria C con il profilo di operatore professionale

stesso contratto collettivo in quanto le disposizioni contrattuali non richiedono quale
presupposto per il riconoscimento dell’indennità di coordinamento né l’atto formale né
che quest’ultimo provenga da soggetto investito del potere di gestione del personale;
2.1. la ricorrente ribadisce che l’incarico le era stato conferito da un superiore gerarchico,
ossia dal dirigente medico preposto all’unità operativa, ed evidenzia che lo stesso
comportava una serie di attività, elencate alle pagine 15 e 16 del ricorso, riconducibili alla
previsione dell’art. 10 del CCNL;
3. la questione che qui viene in rilievo è già stata risolta da questa Corte, che ha
interpretato l’art. 10, comma 7, del CCNL 20.9.2001 per il personale del comparto sanità,

comma 7, del c.c.n.l. del 20 settembre 2001, è affidata, in sede di prima applicazione, di
norma, al personale, cui sia riconosciuto l’espletamento di funzioni di effettivo
coordinamento, già appartenente alla categoria D, mentre, per il personale proveniente
dalla categoria C, è subordinata ad una valutazione da parte dell’ASL, in ragione della
propria situazione organizzativa» ( Cass. 21.7.2017 n. 18035 e negli stessi termini Cass.
nn. 15444, 15940, 16088 del 2016);
4. si è rilevato che la disposizione contrattuale deve essere letta alla luce della disciplina
dettata dall’art. 8 dello stesso CCNL con il quale le parti collettive, per favorire il processo
di riordino e riorganizzazione delle professioni sanitarie, hanno ritenuto necessario porre
le aziende nelle condizioni economiche e normative necessarie per attuare il passaggio
nella categoria D del personale già inquadrato in C ed hanno contestualmente previsto, al
comma 4 dell’art. 8, che «nel nuovo assetto che si determina nell’organizzazione del
lavoro conseguente ai passaggi di cui al comma 1, ciascuna azienda dispone, nell’ambito
delle risorse aggiuntive di cui al citato art. 7, comma 2, di una quota pari a L. 3.000.000
lorde annue pro – capite per i dipendenti già in categoria D all’entrata in vigore del
presente contratto e non beneficiari del comma 1, che espletino l’incarico di effettivo
coordinamento ai sensi dell’art. 10 alla data del 31 agosto 2001»;
5. il comma 7 dell’art. 10, nella parte in cui fa riferimento alla necessità di «evitare
duplicazione di benefici», si riferisce proprio all’inquadramento più favorevole stabilito per
il personale sanitario della categoria C, ed al conseguente miglioramento del trattamento
retributivo, che giustifica, quanto all’indennità di coordinamento, la preferenza espressa
in favore dei dipendenti già inquadrati nell’area D, e rende del tutto eccezionale l’ipotesi
dell’attribuzione dell’indennità in questione al personale originariamente appartenente al
livello inferiore;
6. in altri termini «dalle clausole contrattuali richiamate emerge la consapevolezza delle
parti sociali che sino alla data della unificazione, vi è stato svolgimento da parte di
dipendenti inquadrati in vari profili della categoria D di specifiche mansioni di
coordinamento per le quali è stata ritenuta opportuna, in una prospettiva di

evidenziando che « l’attribuzione dell’indennità di coordinamento, ai sensi dell’art. 10,

differenziazione rispetto ai dipendenti provenienti dalla categoria C, la corresponsione di
una specifica indennità» ( così in motivazione Cass. 27.4.2010 n. 10009)
6. a questi ultimi, quindi, l’indennità di coordinamento può essere riconosciuta solo
qualora l’azienda ritenga necessaria l’estensione «in base alla propria situazione
organizzativa», il che significa che la valutazione non può essere assolutamente
discrezionale né tanto meno arbitraria, bensì deve essere giustificata da specifiche
esigenze di servizio;
7.

in assenza di detta necessaria valutazione il diritto non può sorgere per il solo fatto

che l’attività di coordinamento sia stata espletata, innanzitutto perché l’estensione in

specifiche esigenze organizzative ed inoltre per la ragione assorbente della necessità di
un atto formale di conferimento dell’incarico o comunque di una verifica a posteriori
fondata su elementi documentali ( Cass. n. 10009/2010 e negli stessi termini Cass. n.
25198/2013 e Cass. 18679/2015);
8. il primo motivo di ricorso si incentra su una non condivisibile interpretazione della
normativa contrattuale, perché non coglie la diversità fra le due ipotesi disciplinate
rispettivamente dai commi 3 e 7 dell’art. 10 ed erroneamente attribuisce rilievo allo
svolgimento di fatto delle funzioni, di per sé non sufficiente a fondare il diritto;
9. si aggiunga che la Corte territoriale ha accertato, da un lato, che «le funzioni di
coordinamento erano attribuite a quattro dipendenti in servizio inquadrati nella posizione
funzionale D, a copertura di tutti i servizi di competenza della ASL», dall’altro,
richiamando per relationem la pronuncia di primo grado, che le attività svolte dalla
ricorrente «non attengono al coordinamento del servizio così come inteso dal citato
art.10»;
10. il ricorso, quanto all’accertamento di fatto, sollecita un diverso apprezzamento di
merito delle risultanze di causa, in contrasto con il principio secondo cui, anche in base al
testo dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ. antecedente alla sostituzione disposta dal d.l. n.
83/2012, non applicabile alla fattispecie ratione temporis, la valutazione del materiale
probatorio è riservata al giudice del merito e non è censurabile in sede di legittimità, se
non sotto il profilo del vizio di motivazione, che nella specie non è stato validamente
denunciato, non avendo la ricorrente riportato nell’atto le ragioni, condivise dal giudice di
appello, per le quali la domanda era stata rigettata dal Tribunale;
11. le Sezioni Unite di questa Corte hanno, infatti, affermato che « In tema di ricorso per
cassazione, ove la sentenza di appello sia motivata per relationem alla pronuncia di primo
grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366, n. 6, c.p.c. occorre che la censura
identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal
giudice di appello, nonché le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è
necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo
grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali» ( Cass. S.U. n. 7074/2017);

3

favore del personale inquadrato nella categoria C deve trovare il suo fondamento in

12.

per dette assorbenti ragioni il ricorso deve essere rigettato, con conseguente

condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate
come da dispositivo;
13.

ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, come modificato dalla

L. 24.12.12 n. 228, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste dalla legge
per il raddoppio del contributo unificato dovuto dalla ricorrente.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio

professionali, oltre rimborso spese generali del 15% e accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1bis.
Così deciso nella Adunanza camerale del 21 febbraio 2018

di legittimità, liquidate in C 200,00 per esborsi ed C 4.000,00 per competenze

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