Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14392 del 05/06/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 14392 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: BOGHETICH ELENA

SENTENZA

sul ricorso 12041-2013 proposto da:
POSTE ITALIANE S.p.A. 97103880585, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo
studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, rappresentata e
difesa dall’avvocato GAETANO GRANOZZI, giusta delega
2018

in atti;
– ricorrente –

599
contro

FIDERIO GIOVANNA, domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI

Data pubblicazione: 05/06/2018

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato
SALVO ZAPPALA’, giusta procura in atti;
– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 351/2012 della CORTE D’APPELLO
di CATANIA, depositata il 04/05/2012 r.g. n.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 08/02/2018 dal Consigliere Dott. ELENA
BOGHETICH;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FRANCESCA CERONI, che ha concluso per
l’accoglimento del settimo motivo del ricorso;
udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega verbale
Avvocato GAETANO GRANOZZI.

653/2007;

n. 12041/2013 R.G.

FATTI DI CAUSA
1. La Corte d’appello di Catania, con sentenza depositata il 4.5.2012, confermava
l’illegittimità, per mancanza di prova della causale di assunzione, dell’apposizione del
termine al contratto di lavoro stipulato tra la società Poste Italiane e Giovanna Fiderio,
ex art. 1 d.lgs n. 368 del 2001, il 1.7.2002 (“per sostenere il livello del servizio di
recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tutt’ora in fase di

11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile, 30 luglio e 18 settembre 2002 che prevedono, al
riguardo, il riposiziOnamento su tutto il territorio degli organici dellà società”),

nonché

la sussistenza tra le parti un rapporto di lavoro subordinato da tale data, con
condanna di Poste al risarcimento del danno, pari a 3,5 mensilità dell’ultima
retribuzione ex art. 32 L. n. 183\10 ed accessori di legge dalla data di scadenza del
termine apposto al contratto a termine.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società Poste, affidato
a sette motivi, poi illustrati con memoria, cui resiste la Fiderio con controricorso che
propone altresì ricorso incidentale.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il ricorso principale la società censura: 1) la violazione e falsa applicazione
degli artt. 112 e 414 cod.proc.civ. (art. 360, primo comma, n. 3 cod.proc.civ.)
lamentandosi il mancato accoglimento dell’eccezione di ultrapetizione avanzata con
l’appello in ordine all’assenza, nel ricorso introduttivo del giudizio, dell’indicazione
delle ragioni poste a fondamento della richiesta nullità del termine apposto al
contratto a termine; 2) la violazione e falsa applicazione degli artt. 1372 c.c., comma
1, artt. 1175, 1375 e 2697 cod.civ. (art. 360, primo comma, n. 3 cod.proc.civ.), per
non avere la Corte distrettuale ritenuto che nel caso di specie fosse ravvisabile una
ipotesi di risoluzione del rapporto per mutuo consenso; 3) la violazione e falsa
applicazione dell’art. 4, comma 2, del d.lgs. n. 368 del 2001 e dell’art. 2697 cod.civ.
(art. 360, primo comma, n. 3 cod.proc.civ.), avendo, la Corte, invertito l’onere
probatorio, ponendolo a carico della società, delle ragioni giustificative dell’apposizione
del termine al contratto subordinato; 4) la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del
d.lgs. n. 368 del 2001 e degli artt. 115 e 116 cod.proc.civ. (art. 360, primo comma,
n. 3 cod.proc.civ.), avendo, la Corte, erroneamente ritenuto necessaria la prova in
relazione alla singola unità produttiva con riguardo ad un processo aziendale che si è
1

completamento, di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre 2001, 11 dicembre 2001,

n. 12041/2013 R.G.

svolto a livello nazionale (debitamente documentato mediante produzione di accordi
sindacali intervenuti nel 2001 e nel 2002, depositati in primo grado e che vengono
trascritti integralmente); 5) la violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116,
244, 253, 437, comma 2 cod.proc.civ. (art. 360 cod.proc.civ., n. 3), avendo, la Corte,
ritenuto inammissibile per genericità il capitolo di prova concernente le procedure di
mobilità in atto (capitolo di prova testimoniale trascritto per intero) nonostante
articolazione specifica anche con riferimento all’unità produttiva di applicazione della

degli artt. 12 preleggi, 1362, 1419 cod.civ. (art. 360, primo comma, n. 3
cod.proc.civ.), avendo, la Corte distrettuale, disposto la conversione del contratto in
rapporto di lavoro a tempo indeterminato e non la nullità dell’intero contratto privo di
una clausola essenziale; 7) la violazione e falsa applicazione dell’art. 32 della legge n.
183 del 2010 (art. 360, primo comma, n. 3 cod.proc.civ.), avendo, la Corte
distrettuale, disposto il calcolo della rivalutazione monetaria e degli interessi legali
sull’indennità con decorrenza dalla scadenza del termine originariamente apposto al
contratto.
2. Con il ricorso incidentale proposto dalla controricorrente si denunzia la violazione e
falsa applicazione degli artt. 32 della legge n. 183 del 2010 e 8 della legge n. 604 del
1966 nonché dell’art. 111 Cost. avendo, la Corte distrettuale, erroneamente applicato
l’art. 32 cit., peraltro nella misura ridotta di 3,5 mensilità, in considerazione della
esistenza di accordi sindacali, allegati tardivamente.
3. Il primo motivo del ricorso principale non è fondato avendo, questa Corte,
ripetutamente affermato che l’interpretazione della domanda spetta al giudice del
merito, per cui, ove questi abbia espressamente ritenuto che una certa domanda era
stata avanzata – ossia la nullità del contratto per insussistenza, in concreto, del
processo di riorganizzazione e trasformazione aziendale – tale statuizione, ancorché in
ipotesi erronea, non può essere direttamente censurata per ultrapetizione, atteso che,
avendo comunque il giudice svolto una motivazione sul punto il difetto di
ultrapetizione non è logicamente verificabile prima di avere accertato l’erroneità di
quella medesima motivazione, potendo concretizzare, detto errore, solo una carenza
nell’interpretazione di un atto processuale, ossia un vizio sindacabile in sede di
legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione (cfr. Cass. nn.
21874/2015; 2630/2014, 2096/2007).

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lavoratrice; 6) la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 del d.lgs. n. 368 del 2001,

n. 12041/2013 R.G.

4. Il secondo motivo del ricorso principale non è fondato in quanto deve rilevarsi che
l’accertamento di merito, svolto al riguardo dalla Corte territoriale, è conforme a
diritto ed è stato congruamente motivato, con riferimento alla giurisprudenza
prevalente di questa Corte di legittimità (cfr. Cass. n. 20704/2015; Cass. n.
21876/2015; Cass. n. 13535/2015; Cass. n. 1780/2014) la quale ha confermato la
necessità dell’accertamento della “chiara e comune volontà delle parti”: requisito, nel
caso di specie, non ravvisabile, come correttamente sottolineato dalla Corte

alla giurisprudenza di questa Corte, ha escluso che, in mancanza di ulteriori elementi
di valutazione diversi dal mero decorso del tempo, fosse ravvisabile nel
comportamento tenuto dalle parti una volontà di risolvere il rapporto (cfr. Cass. Sez.
U. n. 21691/2016). Ne deriva che l’apprezzamento circa l’idoneità degli elementi
presuntivi a consentire inferenze rientra nei compiti affidati al giudice del fatto, senza
che il convincimento da questi espresso in relazione al complesso degli indizi, soggetti
ad una valutazione globale e non con riferimento singolare a ciascuno di essi, possa
essere suscettibile di un diverso o rinnovato apprezzamento in sede di legittimità.
5. Il terzo ed il quarto motivo, strettamente connessi, non sono fondati considerata la
consolidata giurisprudenza di questa Corte sull’onere di provare le ragioni obiettive
poste a giustificazione della clausola appositiva del termine, che grava sul datore di
lavoro e che deve essere assolto sulla base delle istanze istruttorie dallo stesso
formulate (cfr. ex plurimis Cass. nn. 22716/2012; 2279/2010) e avendo, il giudice del
merito, con valutazione correttamente motivata e priva di vizi logico-giuridici, ritenuto
non assolto, dalla società, l’onere probatorio, per essersi limitata a chiedere
l’ammissione di prova testimoniale concernente l’esistenza, in generale, di un
processo di mobilità interna e dei suoi “effetti indiretti”, senza tuttavia chiedere di
fornire la prova dell’incidenza anche sull’ufficio in cui la lavoratrice ha lavorato.
6.

Il quinto motivo non è fondato avendo, la Corte distrettuale, assunto una

motivazione congrua e logica, ossia l’inammissibilità del capo di prova perché
genericamente formulato e tale da indurre il teste ad esprimere giudizi di valore, in
quanto volto a dimostrare l’assunto che, all’epoca dell’assunzione della dipendente la
fase attuativa delle procedure di mobilità avesse “prodotto effetti diretti” anche
sull’unità produttiva cui era addetta la medesima lavoratrice, sicché la contestazione
finisce per risolversi nella inammissibile prospettazione di un preteso migliore e più

3

distrettuale che, con valutazione di merito in questa sede incensurabile e conforme

n. 12041/2013 R.G.

appagante coordinamento dei dati acquisiti (cfr. nello stesso senso con riguardo ad
analoga fattispecie Cass. n. 10584/2017, Cass. n. 7122/2017);
7. Il sesto motivo di ricorso principale è infondato avendo questa Corte (cfr. ex
plurimis Cass. n. 12985/2008; da ultimo, Cass. n. 29763/2017)

confermato il

principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a
tempo indeterminato, costituendo l’apposizione del termine una ipotesi derogatoria

l’apposizione del termine “per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o
sostitutivo”, con conseguente invalidità parziale relativa, in caso di insussistenza delle
ragioni giustificatrici del termine e pur in assenza di una norma che sanzioni
espressamente la mancanza delle dette ragioni, e ciò in base ai principi generali in
materia di nullità parziale del contratto e di eterointegrazione della disciplina
contrattuale, nonché alla stregua dell’interpretazione dello stesso art. 1 citato nel
quadro delineato dalla direttiva comunitaria 1999/70/CE e nel sistema generale dei
profili sanzionatori nel rapporto di lavoro subordinato, tracciato dalla Corte Cost. n.
210/1992 e n. 283/2005;
8.

Il settimo motivo, attinente agli accessori dell’importo riconosciuto a titolo

risarcitorio, non è fondato nella misura in cui ritiene che l’art. 429, comma 3,
cod.proc.civ. non sia applicabile all’indennità di cui all’art. 32, comma 5, della I.n. 183
del 2010 (sull’applicabilità, trattandosi di credito connesso al rapporto, Cass., ord., n.
5344 del 2016, Cass. n. 3062 del 2016, Cass. n. 250 del 2018); è fondato con
riguardo al profilo della decorrenza degli accessori, in ragione della previsione
contenuta nell’art. 32, comma 5, citato, che ha previsto il diritto alla liquidazione di
una indennità risarcitoria onnicomprensiva (da liquidarsi tra un minimo di 2,5
mensilità di retribuzione ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale
di fatto; invero). Invero, dalla natura di liquidazione “forfettaria” e “onnicomprensiva”
del danno relativo al periodo che va dalla scadenza del termine alla data della
sentenza di conversione del rapporto deriva che gli accessori ex art. 429, terzo
comma, cod.proc.civ. sono dovuti soltanto a decorrere dalla data della detta sentenza
(Cass. ord. n. 27279/2014, Cass. n. 29763/2017). Ne consegue la cassazione della
sentenza impugnata sul punto, con decisione nel merito direttamente da parte di
questa Corte, non essendo necessari ulteriori accertamenti. Gli accessori ex art. 429,
terzo comma, cod.proc.civ. sull’indennità liquidata ai sensi dell’art. 32 della I. n. 183
del 2010 decorrono, quindi, dalla data della sentenza che ha statuito la conversione
4

pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una clausola generale legittimante

n. 12041/2013 R.G.

del contratto e che delimita temporalmente la liquidazione stessa (e non da quella,
eventualmente successiva, che ha pronunciato quantificando l’indennità), ossia dalla
sentenza di primo grado.
9. Il ricorso incidentale è infondato avendo questa Corte ripetutamente affermato che,
in tema di risarcimento del danno per i casi di conversione del contratto di lavoro a
tempo determinato, lo “ius superveniens” ex art. 32, commi 5, 6 e 7, della legge n.
(che si applica a tutti i giudizi pendenti) configura, alla luce

dell’interpretazione adeguatrice offerta dalla Corte costituzionale con sentenza n. 303
del 2011, una sorta di penale “ex lege” a carico del datore di lavoro che ha apposto il
termine nullo; pertanto, l’importo dell’indennità è liquidato dal giudice, nei limiti e con
i criteri fissati dalla novella, a prescindere dall’intervenuta costituzione in mora del
datore di lavoro e dalla prova di un danno effettivamente subito dal lavoratore (senza
riguardo, quindi, per l’eventuale “aliunde perceptum”), trattandosi di indennità
“forfetizzata” e “onnicomprensiva” per i danni causati dalla nullità del termine nel
periodo cosiddetto “intermedio” (dalla scadenza del termine alla sentenza di
conversione. Ex plurimis Cass. nn. 3056/2012, 19898/2013); né, d’altra parte, può
ritenersi tardiva l’allegazione degli accordi ex art. 32, comma 6, della legge n. 183 del
2010, intervenuta soltanto dopo l’entrata in vigore della detta norma.
10. In conclusione, la sentenza va cassata limitatamente al settimo motivo, e, non
essendo necessari ulteriori accertamenti, va dichiarato il diritto al pagamento degli
interessi e della rivalutazione sull’indennità risarcitoria già determinata dalla Corte
distrettuale (3,5 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto) da calcolarsi a
decorrere dalla data della pronuncia giudiziaria dichiarativa della illegittimità della
clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato, ossia dalla sentenza
di primo grado.
11. Le spese di lite dei giudizi di merito sono mantenute nella statuizione adottata dai
rispettivi giudici, e le spese del presente giudizio di legittimità son compensate tra le
parti in considerazione della sostanziale reciproca soccombenza. Sussistono i
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente incidentale (totalmente
soccombente), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R.
30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre
2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).

P.Q.M.
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183 del 2010

n. 12041/2013 R.G.

La Corte, accoglie, in parte, il settimo motivo del ricorso principale, rigettati gli altri
motivi del ricorso principale nonché il ricorso incidentale; cassa l’impugnata sentenza
in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, dichiara dovuti gli interessi
legali e la rivalutazione monetaria sull’indennità di cui all’art. 32 I.n. 183 del 2010 a
decorrere dalla sentenza di primo grado; conferma la statuizione sulle spese dei gradi
di merito e compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente incidentale,

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della

dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso,P,c.A.L424,
a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.
Così deciso nella camera di consiglio dell’8 febbraio 2018

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