Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14391 del 09/06/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 09/06/2017, (ud. 22/03/2017, dep.09/06/2017),  n. 14391

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 18775/2012 R.G. proposto da:

Giardelli Costruzioni S.p.A., rappresentata e difesa dagli avv.ti

Coccia Massimo e Luca Pardo, con domicilio eletto in Roma, piazza

Adriana 15, presso lo studio dei difensori;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12, presso 12, l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, depositata il 24 gennaio 2012.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 22 marzo 2017

dal Consigliere Giuseppe Tedesco.

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che la contribuente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia (Ctr), che ha rigettato l’appello proposto contro la sentenza di primo grado che aveva accolto parzialmente i ricorsi della società e dei soci contro avvisi di accertamento, con i quali, per gli anni di imposta 2004, 2005 e 2006, fu rettificato il reddito sociale in relazione al maggior valore di immobili venduti, con conseguente imputazione del maggior reddito di partecipazione ai soci ai fini Irpef;

che il ricorso è proposto sulla base di tre motivi, il primo dei quali deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 che la Ctr avrebbe applicato retroattivamente la norma del D.L. n. 223 del 2006, art. 35, comma 23 bis con riferimento ai negozi conclusi primo della sua entrata in vigore;

che il motivo è infondato, perchè la Ctr ha considerato gli importi dei mutui accordati agli acquirenti non come presunzione legale, secondo quanto stabiliva la disciplina a suo tempo introdotta dal D.L. n. 223 del 2006, art. 35 e retroattivamente abrogata dalla L. n. 88 del 2008 (c.d. legge comunitaria), ma come presunzione semplice, che ha valutato nel complesso degli elementi addotti dall’Ufficio a giustificazione dell’accertamento, tant’è vero che la norma di cui si assume la violazione non è stata neanche richiamata dalla sentenza;

che, come già chiarito da questa Suprema Corte, la modifica operata dalla c.d. legge comunitaria ha “ripristinato il quadro normativo anteriore al luglio 2006, sopprimendo la presunzione legale (ovviamente relativa) di corrispondenza del corrispettivo effettivo al valore normale del bene, con la conseguenza che tutto è tornato ad essere rimesso alla valutazione del giudice, il quale può, in generale, desumere l’esistenza di attività non dichiarate “anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti”: e ciò – deve intendersi – con effetto retroattivo, stante la ragione di adeguamento al diritto comunitario che ha spinto il legislatore nazionale del 2009 ad intervenire (cfr., anche, circolare dell’Agenzia delle entrate n. 18 del 14 aprile 2010)” (Cass. 26 settembre 2014, n. 20429);

che per quanto riguarda l’ulteriore errore imputato alla Ctr nel motivo in esame, di non avere rilevato la carenza probatoria che caratterizzava l’accertamento, la relativa valutazione andava denunciata per vizio di motivazione;

che per esigenza di completezza di esame si ritiene di aggiungere che la censura è in palese contrasto con la giurisprudenza di questa Suprema corte, secondo cui è legittima, nel settore immobiliare, la rettifica dei corrispettivi dichiarati qualora i valori OMI si combinino con altri elementi, in particolare con la difformità tra il prezzo e il maggiore importo del mutuo richiesto dagli acquirenti (Cass. n. 7857/2016);

che, in verità, è stato anche chiarito che a prescindere dai valori OMI, lo scostamento tra l’importo dei mutui e i minori prezzi indicati dal venditore è sufficiente a fondare l’accertamento, non comportando ciò alcuna violazione delle norme in materie di onere probatorio (Cass. n. 26485/2016);

che il secondo motivo censura la sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, imputando alla Ctr di avere erroneamente preteso dalla contribuente la prova che il mutuo, di importo superiore al prezzo, fu utilizzato dagli acquirenti per scopi diversi dal pagamento;

che il motivo è inammissibile, trattandosi semmai di violazione di legge, che, ad ogni modo, non sussiste, perchè la prova contraria il cui onere la sentenza ha posto a carico della contribuente riguardava per sempre lo scostamento fra il mutuo e prezzo effettivamente pagato;

che l’ultimo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, censura la sentenza per non avere rilevato che la discordanza con i mutui non riguardava tutte le vendite, ma solo alcune, mentre per altre vendite c’erano solo lo scostamento del prezzo dai valori OMI e ciò risultava persino dal testo della sentenza;

che il motivo è fondato, tenuto conto che tale deduzione della contribuente, dedotta in sede di appello, è stato trascurata dalla Ctr e che l’omissione appare tanto più evidente, tenuto conto che un passaggio motivazionale della sentenza lascia trasparire che i giudici d’appello fossero consapevoli che il mutuo superiore al prezzo fosse ravvisabile solo per alcun delle compravendite oggetto di rettifica;

che il terzo motivo va pertanto accolto, giustificandosi, in relazione a esso, la cassazione della sentenza con rinvio per nuovo esame alla Commissione tributaria regionale della Lombardia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

dichiara inammissibili il primo e il secondo motivo di ricorso; accoglie il terzo motivo; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Commissione tributaria regionale della Lombardia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 22 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2017

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