Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14387 del 09/06/2017

Cassazione civile, sez. trib., 09/06/2017, (ud. 22/03/2017, dep.09/06/2017),  n. 14387

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 14991/12, proposto da:

COSEP Costruzioni Stradali s.n.c., in persona del legale rappres.

p.t., elett.te domic. in Roma, alla via V.G. Montanelli n. 11,

presso lo studio Amenta & Associati, rappres. e difesa dagli

avv.ti Benedetto Cianci e Paola Nazzaro, con procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del direttore p.t., rappres. e

difesa dall’Avvocatura generale dello Stato presso i cui uffici è

domiciliata in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 51/01/2012 della Commissione tributaria

regionale del Molise, depositata in data 22/3/2012;

udita la relazione del consigliere, dott. Rosario Caiazzo, in camera

di consiglio.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Cosep s.n.c. impugnò, innanzi alla Ctp di Campobasso, un avviso d’accertamento afferente al recupero a tassazione di maggiori imposte iva, contestando gli accertamenti sui conti correnti bancari e postali effettuati dall’Agenzia delle entrate.

La Ctp accolse il ricorso, ritenendo che l’ufficio non avesse allegato il p.v.c. e non avesse dimostrato la riferibilità dei movimenti bancari alla società.

L’Agenzia propose appello, accolto dalla Ctr che ritenne legittimi gli accertamenti sui conti del contribuente, con relativa imputabilità ai ricavi delle somme oggetto delle operazioni riscontrate sui vari conti, bancari e postali, considerando altresì che la società non oppose alcuna contestazione, peraltro non comparsa alla data fissata dall’ufficio per la discussione dell’istanza di accertamento con adesione.

La Cosep s.n.c. ha proposto ricorso per cassazione, formulando tre motivi.

Resiste l’Agenzia delle entrate con controricorso, eccependo l’infondatezza del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

Con il primo motivo, la parte ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32 e della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, in quanto la sentenza non avrebbe motivato circa il processo verbale d’accertamento e la sua comunicazione al contribuente.

Con il secondo motivo, è stata denunciata la violazione e falsa applicazione del suddetto art. 32, in ordine all’insussistenza della presunzione in ordine all’imputazione a compensi dei prelevamenti e versamenti sui conti correnti. Con il terzo motivo, è stata addotta la violazione e falsa applicazione del medesimo art. 32, in quanto non sarebbe operante alcuna presunzione in ordine ai conti correnti intestati a terzi (i soci, rispetto alla società).

I primi due motivi sono da esaminare congiuntamente poichè connessi tra loro. Va premesso che il primo motivo, quantunque riferito al vizio di violazione di legge, ha per oggetto la doglianza afferente alla omessa motivazione della sentenza in ordine all’allegazione all’avviso impugnato del processo verbale d’accertamento, ovvero alla notificazione di quest’ultimo alla società ricorrente. Ne consegue che tale motivo è inammissibile, in quanto la ricorrente ha sostanzialmente inteso sussumere erroneamente il vizio di motivazione, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nell’ambito del vizio di violazione di legge, di cui al n. 3.

Il motivo è comunque infondato, in quanto la Ctr ha ampiamente motivato circa la questione dell’asserita mancanza di motivazione dell’accertamento fiscale, rilevando che esso fu regolarmente notificato alla società.

Il secondo motivo è infondato, in quanto la ricorrente ha invocato il vizio di violazione di legge, contestando che il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51 riguardino l’operatività delle presunzioni legali in tema di accertamenti bancari, con conseguente esonero dell’ufficio da altri accertamenti probatori.

Al riguardo, secondo l’orientamento consolidato della Corte, l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito quali prove presuntive di maggiori ricavi o operazioni imponibili, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa o di lavoro autonomo, atteso che, ove non sia contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito da essa ricavato, incombendo al contribuente l’onere di provare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti (Cass., n. 5135 del 28.2.2017; n. 21132 del 13.10.2011).

Pertanto, in applicazione di tale orientamento, sarebbe stato onere del contribuente fornire elementi probatori per superare le presunzioni fondate sugli accertamenti sui conti correnti.

Il terzo motivo è inammissibile, poichè privo del requisito dell’autosufficienza. In particolare, dalla sentenza impugnata non si evince che gli accertamenti dell’ufficio riguardarono anche conti dei soci e che lo stesso ufficio avesse recuperato a tassazione imposte riferibili alle risultanze di tali conti correnti. Pertanto, la ricorrente avrebbe dovuto riprodurre il contenuto dell’avviso impugnato al fine di vagliare la doglianza formulata.

Il motivo è comunque infondato, in quanto la Ctr ha ritenuto legittimi gli accertamenti dell’Agenzia, anche alla luce della condotta del contribuente che non ha fornito alcun elemento di prova idoneo a superare le presunzioni afferenti ai dati bancari utilizzati.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso, condannando la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida nella somma di Euro 5500,00 oltre la maggiorazione del 15%, quale rimborso forfettario delle spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 22 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2017

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