Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14381 del 15/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 15/06/2010, (ud. 08/02/2010, dep. 15/06/2010), n.14381

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. MAGNO Giuseppe V. A. – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Germanico

197, presso lo studio dell’avvocato MEZZETTI Mauro che lo rappresenta

e difende per mandato speciale a margine del ricorso per cassazione;

– ricorrenti –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello

Stato e domiciliata presso i suoi uffici in Roma via dei Portoghesi

12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 36/15/05 della Commissione tributaria

regionale di Venezia, sez. staccata di Verona, emessa il 3 maggio

2005, depositata l’11 maggio 2005, R.G. 661/04;

udita la relazione della causa svolta all’udienza dell’8 febbraio

2010 dal Cons. Dott. Giacinto Bisogni;

udito l’Avvocato Mauro Mezzetti per il ricorrente;

udito l’Avv.to F. Urbani Neri per la controricorrente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAMBARDELLA Vincenzo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il contribuente R.F., esercente l’attività di commercialista, ha proposto ricorso avverso il silenzio rifiuto dell’Amministrazione finanziaria alla richiesta di rimborso dell’IRAP versata negli anni dal 1998 al 2001 deducendo di non fruire di alcuna autonoma organizzazione nello svolgimento della sua attività professionale.

La C.T.P. di Verona ha accolto il ricorso. La C.T.R. ha invece accolto l’appello dell’Amministrazione finanziaria rilevando il mancato assolvimento da parte del contribuente dell’onere di provare l’assenza dei presupposti per l’assoggettamento al tributo anche a fronte di un elevato ammontare di spese portate in detrazione dell’imponibile.

Ricorre per cassazione il contribuente affidandosi a quattro motivi di impugnazione.

Si difende con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 27, 52 e 55, per il mancato rilievo dell’inammissibilità dell’appello a causa dell’assenza di autorizzazione da parte della Direzione Generale del Contenzioso a proporre l’appello.

Il motivo è infondato in quanto, in tema di contenzioso tributario, a seguito della istituzione – operata dal capo 2^ del titolo 5^ del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300 – delle agenzie fiscali (Agenzia delle entrate, delle dogane, del territorio e del demanio), divenute operative a partire dall’1 gennaio 2001, del D.M. 28 dicembre 2000, ex art. 1, le quali gestiscono le funzioni già esercitate dai vari dipartimenti ed uffici del Ministero delle Finanze, ora confluito nel Ministero dell’economia e delle finanze (al quale rimangono le sole “funzioni statali” elencate nell’art. 56), hanno personalità giuridica di diritto pubblico (art. 61) e sono rappresentate dai rispettivi direttori (art. 68), deve ritenersi ammissibile il ricorso per cassazione avverso la sentenza della commissione tributaria regionale proposto dall’Agenzia delle entrate dopo l’1 gennaio 2001, potendo detta Agenzia avvalersi, per la rappresentanza in giudizio, del citato D.Lgs. n. 300 del 1999, ex art. 72, del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato, secondo la disciplina di cui al R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 43, senza la necessità di speciali autorizzazioni (cfr. fra le altre, Cass. civ., sez. 5^, n. 12152 del 9 giugno 2005).

Con il secondo motivo di ricorso si deduce sotto altro profilo l’inammissibilità dell’appello a causa della mancanza di parti essenziali dell’atto di impugnazione (e in particolare della sua pagina 4). Come rilevato dal Sostituto Procuratore generale in udienza la mancanza di un foglio dell’atto di appello è da considerarsi irrilevante se non impedisce ai giudici della C.T.R. di comprendere il contenuto dell’atto. Controllo che può compiersi positivamente ex post dalla lettura della sentenza impugnata. Inoltre sul punto il ricorso del R. è sfornito del requisito dell’autosufficienza e non consente, a sua volta, di comprendere quale sia stata la menomazione del diritto di difesa lamentata da parte del ricorrente.

Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 2 e 3 e l’insufficiente o contraddittoria motivazione sotto il profilo della mancata valutazione del carattere personale dell’attività professionale svolta dal ricorrente. Sul punto non può non richiamarsi la giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di IRAP, a norma del combinato disposto del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2, comma 1, primo periodo, e art. 3, comma 1, lett. c), l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 49, comma 1 (nella versione vigente fino al 31 dicembre 2003) e all’art. 53, comma 1, del medesimo D.P.R. (nella versione vigente dal 1 gennaio 2004) è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata. Il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'”id quod plerumque accidit”, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Costituisce onere del contribuente che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta dare la prova dell’assenza delle predette condizioni. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, la quale aveva accolto l’istanza di rimborso proposta da un consulente del lavoro, in base all’assunto secondo cui i soggetti esercenti professioni c.d. protette sarebbero esenti dall’IRAP indipendentemente dalla natura e dalla consistenza dell’organizzazione utilizzata, sulla quale prevarrebbe comunque l’aspetto personale dell’attività). Nella fattispecie in esame la C.T.R. ha rilevato l’assenza di prove sul carattere meramente personale dell’attività svolta dal R. e sull’assenza di una autonoma organizzazione idonea a far scattare il presupposto impositivo. Appare quindi infondata l’impugnazione del contribuente che non deduce alcun elemento di prova specifico che la C.T.R. avrebbe omesso di valutare.

Con il quarto motivo di ricorso si deduce la incompatibilità della normativa istitutiva dell’IRAP con la sesta direttiva IVA (art. 33 n. 1 della direttiva del Consiglio n. 388 del 17 maggio 1977 come modificata dalla direttiva n. 680/1991/CE). La difesa del ricorrente si riporta alle conclusioni degli avvocati generali, Jacobs e Stix- Hackl, presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee che hanno identificato aspetti di possibile contrasto dell’I.R.A.P. con la sesta direttiva I.V.A..

Il motivo di ricorso deve considerarsi infondato a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia C.E. In particolare con la sentenza del 3 ottobre 2006, emessa nella causa C-475/03 fra (Banca Popolare di Cremona soc. cooperativa a r.l. – Agenzia delle Entrate, Ufficio di Cremona) la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha affermato la compatibilità dell’I.R.A.P. con il diritto comunitario e specificamente con la normativa comunitaria in materia di I.V.A. Dopo aver ricordato gli obiettivi della creazione del sistema comune dell’IVA e cioè la realizzazione di un mercato comune avente caratteristiche analoghe a quelle di un mercato interno, senza differenze di oneri fiscali che possano alterare la concorrenza e ostacolare gli scambi, con l’obiettivo di sostituire le imposte sulla cifra d’affari in vigore nei vari Stati membri la Corte di giustizia ha ribadito che, di conseguenza, il sistema comune dell’IVA (e in particolare la sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari – Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme) non consente di mantenere o di introdurre tributi con le caratteristiche di un’imposta sulla cifra d’affari. La Corte ha quindi esaminato e confrontato alcune caratteristiche fondamentali dei due tributi in questione e ha rilevato che l’IVA, in base al sistema comune: a) si applica in modo generale alle operazioni sui beni e i servizi, b) è proporzionale al prezzo dei beni o dei servizi, c) è riscossa in ciascuna fase del procedimento di produzione e di distribuzione, d) è caratterizzata dal fatto per cui il soggetto passivo può detrarla dagli importi pagati in occasione delle fasi precedenti con la conseguenza che, in definitiva, il peso di essa ricade sul consumatore. L’IRAP, per contro, è calcolata in primo luogo sul valore netto della produzione (la differenza tra il “valore della produzione” e i “costi della produzione” sulla base del conto economico, come definiti dalla legislazione italiana) dell’impresa (società o persona fisica) nel territorio di una regione, nel corso di un determinato periodo. Essa comprende elementi come le variazioni delle rimanenze, gli ammortamenti e le svalutazioni, che non hanno un rapporto diretto con le forniture di beni o servizi in quanto tali.

Inoltre il soggetto passivo non può determinare con precisione l’importo dell’IRAP già compreso nel prezzo di acquisto dei beni e dei servizi. Anche se si può supporre che un soggetto passivo dell’IRAP che effettua la vendita al consumatore finale tenga conto, nel determinare il suo prezzo, dell’ammontare dell’imposta incorporato nelle sue spese generali, non tutti i soggetti passivi si trovano nella condizione di poter ripercuotere il carico dell’imposta, o di poterlo ripercuotere nella sua interezza, sul consumatore finale. In sintesi, secondo la C.G.C.E., l’IRAP si distingue dall’IVA in quanto non è proporzionale al prezzo dei beni o dei servizi forniti e non è strutturata in modo da essere posta a carico del consumatore finale nel modo tipico dell’IVA. L’IRAP non può pertanto essere considerata un’imposta sulla cifra d’affari ai sensi della sesta direttiva cosicchè il prelievo fiscale con le caratteristiche dell’IRAP è compatibile, secondo la Corte di Giustizia, con la sesta direttiva.

Il ricorso va pertanto respinto. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Compensa interamente le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2010

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