Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14370 del 14/07/2016

Cassazione civile sez. lav., 14/07/2016, (ud. 08/03/2016, dep. 14/07/2016), n.14370

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

INAIL – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI

SUL LAVORO (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144,

presso lo studio degli avvocati MORAGGI DONATELLA e DAMIANI LAURA,

che lo rappresentano e difendono, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

T.M.T.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2943/2007 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/01/2009 R.G.N. 10112/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/03/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’Avvocato DONATELLA MORAGGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto che ha concluso per l’accoglimento del primo motivo

di ricorso assorbito il resto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 9.1.2009 la Corte di Appello di Roma rigettava il gravame proposto dall’INAIL avverso la decisione di prime cure, che aveva accolto la domanda proposta da T.M.T., volta al riconoscimento del diritto di quest’ultima a percepire l’intera indennita’ integrativa speciale sulla pensione di reversibilita’ ai sensi della L. 27 maggio 1959, n. 324, art. 2.

Premesso che la T. aveva chiesto, con l’atto depositato il 9 settembre 2004, il suddetto riconoscimento in relazione alla pensione erogatale dall’Inail, quale figlia inabile di T.G., gia’ dipendente dell’INAIL, dal primo ottobre 1997, a seguito del decesso in data 13-09-1997 del proprio dante causa, cessato dal servizio il 30.12.1973 e titolare da tale data di pensione diretta, e che l’adito giudice del lavoro di Roma con sentenza n. 17476/12-10-2005 aveva accertato il diritto dell’attrice a percepire, sulla pensione di reversibilita’, l’intera i.i.s. ai sensi della L. n. 324 del 1959, art. 2 con la condanna del convenuto Istituto a corrispondere i relativi conguagli con i soli interessi, il tutto con effetto dal primo luglio 1998, oltre al rimborso delle spese di lite, la Corte di merito rilevava che la L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 15, comma 5, disponeva che la L. n. 324 del 1959, art. 2, – il quale prevedeva la corresponsione della indennita’ integrativa in misura intera o, per redditi al di sotto di una determinata soglia, in misura sempre intera ma in ragione di frazioni di un parametro monetario – si applicava alle pensioni dirette liquidate fino al 31.12.1994 ed alle pensioni di reversibilita’ ad esse riferite, e che la norma in questione, come interpretata dalla giurisprudenza (Corte dei Conti, sezioni riunite, n. 8/2002/QH), non distingueva tra pensioni di reversibilita’ liquidate prima e dopo tale data.

Osservava che il nuovo sistema di liquidazione, introdotto dalla L. 18 agosto 1995, n. 335, operava per le pensioni di reversibilita’ connesse a trattamenti diretti liquidati a far tempo dal 1.1.1995.

Per la cassazione di tale decisione ricorreva l’INAIL con due motivi, mentre La T. rimaneva intimata. L’Istituto, inoltre, depositava memoria ex art. 378 c.p.c..

Questa Corte (in diversa composizione) con ordinanza del n. 4048 del 03/12/2013 – 20/02/2014 dichiarava rilevante e non manifestamente infondata – in riferimento all’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), sottoscritta dall’Italia il 4 novembre 1950 e resa esecutiva con L. 4 agosto 1955, n. 848 – la questione di legittimita’ costituzionale della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, commi 774, 775 e 776 (legge finanziaria 2007). Disponeva, quindi, la sospensione del procedimento, mandando alla Cancelleria per i conseguenti adempimenti di legge.

La Corte Costituzionale con ordinanza n. 274 del 18 novembre – 22 dicembre 2015 ha dichiarato, pero’, manifestamente infondata l’anzidetta questione di legittimita’ costituzionale, sollevata da questa Corte (v. il provvedimento qui comunicato con nota n. r.o. 99/2014, pervenuta il 24 dicembre 2015), peri cui e’ stata rifissata la pubblica udienza all’otto marzo 2016, cui e’ comparso il ricorrente Istituto.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, l’Istituto ricorrente ha denunziato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, commi 774, 775 e 776 e dell’art. 113 c.p.c., osservando che le norme citate limitano l’applicabilita’ delle disposizioni relative alla corresponsione della i.i.s. sui trattamenti di pensione previsti dalla L. n. 324 del 1959, art. 2, alle pensioni dirette liquidate fino al 31.12.1994 ed alle pensioni di reversibilita’ ad esse riferite, quale che ne fosse la data di liquidazione, laddove, secondo la Corte del merito, non vi era distinzione tra pensioni di reversibilita’ liquidate prima o dopo l’anzidetta data ed il sistema di liquidazione introdotto dalla L. n. 335 del 1995, operava per le pensioni di reversibilita’ connesse a trattamenti diretti liquidati a far tempo dal 1.1.1995. Inoltre, l’Istituto ha sostenuto che, con le disposizioni del 2006, per evidente contenimento della spesa previdenziale, il legislatore ha ritenuto di interpretare in modo autentico la norma contenuta nella L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, rilevando che, in conformita’ ai principi generali, con efficacia retroattiva, le norme sopravvenute sono entrate in vigore il primo gennaio 2007 e che in relazione alla controversia in esame non si e’ verificata alcuna preclusione rispetto all’applicabilita’ dello ius superveniens, in quanto tutta la materia del contendere e’ stata rimessa in discussione. La disciplina legislativa in questione aveva poi superato anche il vaglio di costituzionalita’ per effetto della decisione della Corte costituzionale n. 74 del 2008.

Con il secondo motivo, l’INAIL ha lamentato, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, falsa applicazione della L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 15, comma 5 e della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 1, comma 41, osservando che, anche laddove fosse stata considerata applicabile la previgente normativa, l’orientamento giurisprudenziale non era univoco e che, peraltro, la norma di cui al regime transitorio non poteva avere efficacia ultrattiva, anche per il periodo successivo alla introduzione della disciplina di armonizzazione di cui alla L. n. 335 del 1995. Ha sostenuto l’implicita abrogazione della L. n. 724 del 1994, art. 15, comma 5, per effetto della L. n. 335 del 1995, artt. 1 e 2, evidenziando che, a prescindere dalla data di decorrenza dalla pensione del dante causa, tutti i trattamenti ai superstiti che ricadono sotto la vigenza della legge sopra citata devono essere determinati osservando le condizioni e misure previste dalla normativa sull’A.G.O., in base alla quale per il trattamento ai superstiti compete un’aliquota percentuale dell’intero trattamento pensionistico percepito dal de cuius, ivi compresa l’indennita’ integrativa speciale. L’INAIL ha precisato che la Corte costituzionale, con sentenza n. 446/2002, nel ritenere infondata la questione di illegittimita’ costituzionale della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, nella parte in cui prevede l’applicazione delle relative disposizioni anche al trattamento di reversibilita’ spettante al coniuge superstite collocato in pensione prima dell’entrata in vigore della legge stessa e deceduto dopo, proprio per l’insussistenza di un legittimo affidamento del superstite nella stabilita’ della misura della pensione, ha ritenuto che la fattispecie sia regolata dalla norma denunciata e non dalla L. n. 724 del 1994, art. 15.

Orbene, la Corte costituzionale con l’ordinanza n. 274 in data 18/11/2015, depositata il successivo 22 dicembre e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 30/12/2015, n. 52, ha dichiarato manifestamente infondata la questione proposta (la norma impugnata, volta a disciplinare, per le pensioni di reversibilita’, le modalita’ di corresponsione dell’indennita’ integrativa speciale, fissa nella data del 31 dicembre 1994 il discrimine tra il vecchio regime, che svincolava il computo dell’indennita’ integrativa speciale dalla pensione, e il nuovo sistema, che include l’indennita’ integrativa speciale nel trattamento pensionistico complessivo; in particolare, ai fini dell’applicazione della disciplina innovativa, attribuisce rilievo al momento della liquidazione della pensione di reversibilita’, e non piu’ al momento in cui sorge il diritto alla pensione diretta, alla quale la pensione di reversibilita’ si correla; tale interpretazione smentirebbe le affermazioni di principio della giurisprudenza contabile e, in difetto di motivi imperativi d’interesse generale, interferirebbe con i giudizi in corso, sacrificando l’affidamento legittimo dei consociati), in quanto non aveva in alcun modo considerato la sentenza n. 1 del 2011, con la quale la medesima Corte aveva gia’ scrutinato, anche con riguardo al contrasto con la fonte convenzionale, i dubbi di costituzionalita’ adombrati nell’odierno giudizio. Pero’, l’ordinanza interlocutoria n. 4048 del tre dicembre 2013/20 febbraio 2014 non aveva enunciato nuovi o ulteriori argomenti, che potessero indurre a discostarsi da tali affermazioni di principio, ribadite dalla stessa Consulta con la sentenza n. 227 del 2014 e recepite da questa Corte di legittimita’, che ha aveva concluso di recente per la manifesta infondatezza di analoghe censure (Corte di cessazione, sezione lavoro, sentenza 9 gennaio 2015, n. 157). In particolare, la norma impugnata enuclea una delle plausibili varianti di senso, peraltro accreditata da un indirizzo, seppure minoritario, della giurisprudenza contabile. La disciplina si innesta nella complessa riforma del sistema pensionistico, foriera di effetti strutturali sulla spesa pubblica e sugli equilibri di bilancio, e persegue la finalita’ di armonizzare e perequare tutti i trattamenti pensionistici, pubblici e privati. La norma censurata rinviene la sua ragion d’essere in un contesto, contrassegnato da rilevanti contrasti interpretativi e dal ravvicinato succedersi di norme, che ha reso piu’ acuta l’esigenza di coordinarle e di interpretarle sistematicamente (per una questione affine, sempre in tema di norme interpretative sulle modalita’ di calcolo dell’indennita’ integrativa speciale, sentenza n. 127 del 2015). La norma, inoltre, e’ coerente con il principio di autonomia del diritto alla pensione di reversibilita’ come diritto originario (sentenza n. 74 del 2008, punto 4.5. del Considerato in diritto). Inoltre, in relazione ai rapporti di durata, non si puo’ riporre alcun ragionevole affidamento nell’immutabilita’ della disciplina e non sono precluse modificazioni sfavorevoli, finalizzate a riequilibrare il sistema. La norma, peraltro, allo scopo di contemperare i contrapposti interessi, salvaguarda i trattamenti pensionistici gia’ definiti in sede di contenzioso e attua un bilanciamento ragionevole dei diritti dei singoli con le esigenze di sostenibilita’ complessiva del sistema previdenziale. Ne’ puo’ configurarsi un’ingerenza arbitraria nell’autonomo esercizio delle funzioni giurisdizionali, sol perche’ la norma impugnata trova applicazione nei giudizi in corso: l’incidenza sui giudizi in corso e’ connaturata alle norme interpretative, con efficacia retroattiva (sentenza n. 227 del 2014, punto 3. del Considerato in diritto).

Nel prendere atto dell’anzidetta decisione, unitamente ai principi ivi ribaditi, conviene altresi’ richiamare quanto nelle more gia’ affermato da questa Corte (sez. lavoro) con la succitata pronuncia n. 157 del 09/01/2015: le disposizioni della L. 27 dicembre 1996, n. 296, art. 1, commi 774, 775 e 776, non violano l’art. 6, par. 1) CEDU, come interpretato dalla giurisprudenza della Corte europea, giacche’ il legislatore ha realizzato un riassetto organizzativo di ampia portata, sulla base di ragioni di interesse generale, con norme interpretative non in contrasto con i parametri di cui all’art. 24 Cost. e art. 117 Cost., comma 1, esercitando la potesta’ legislativa statuale nel rispetto dei vincoli comunitari e internazionali. Nella specie, esaminata dalla sentenza di questa Corte n. 157 del 18/11/2014 – 09/01/2015, la Corte d’Appello, in riforma della sentenza di primo grado (che aveva accolto la domanda di D.M., vedova di D.G., ex dipendente Inail, rivendicante il pagamento dell’indennita’ integrativa sull’assegno, dei due componenti il trattamento pensionistico percepito dal marito defunto da prima del 1995, erogatole dall’Istituto in misura del 60% anziche’ integrale), con decisione in data 15 ottobre 2007 respingeva la domanda. Premessa la fondatezza della pretesa della vedova ricorrente, percipiente da maggio 1999 la pensione di reversibilita’ del marito, titolare del relativo trattamento da prima del 1995, sulla base della L. n. 724 del 1994, art. 15, comma 5 non abrogato dalla L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41 (e con salvaguardia del diritto degli interessati ad indennita’ integrativa in misura integrale, secondo l’interpretazione prevalente), la Corte territoriale riteneva l’applicabilita’ della L. n. 296 del 2006, art. 1, commi da 704 a 706, abrogante la prima norma citata e di interpretazione autentica della seconda, in riferimento alle pensioni di reversibilita’ successive al 1995, con la sola salvezza dei trattamenti piu’ favorevoli riconosciuti con giudicato in essere all’anno 2007: disposizione legittima, ne’ affetta da vizi d’incostituzionalita’, privilegiante una delle possibili interpretazioni della norma. D.M. ricorse per cassazione, cui resiste’ l’Inail mediante controricorso.

La Corte ha, quindi, disatteso l’impugnazione, richiamando in primo luogo la normativa di riferimento: l’estensione della disciplina del trattamento pensionistico a favore dei superstiti di assicurato e pensionato vigente nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria a tutte le forme esclusive e sostitutive di detto regime prevista dalla L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41 si interpreta nel senso che per le pensioni di reversibilita’ sorte a decorrere dalla sua entrata in vigore, indipendentemente dalla data di decorrenza della pensione diretta, l’indennita’ integrativa speciale gia’ in godimento da parte del dante causa, parte integrante del complessivo trattamento pensionistico percepito, sia attribuita nella misura percentuale prevista per il trattamento di reversibilita’ (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 774); sono fatti salvi i trattamenti pensionistici piu’ favorevoli in godimento alla data di entrata in vigore della legge citata, gia’ definiti in sede di contenzioso, con riassorbimento sui futuri miglioramenti pensionistici (art. 1, comma 775, L. cit.); e’ abrogato della L. n. 724 del 1994, l’art. 15, comma 5, secondo cui le disposizioni relative alla corresponsione della indennita’ integrativa speciale sui trattamenti di pensione previste dalla L. 27 maggio 1959, n. 324, art. 2 e successive modificazioni ed integrazioni, erano applicabili limitatamente alle pensioni dirette liquidate fino al 31 dicembre 1994 e alle pensioni di reversibilita’ ad esse riferite (art. 1, comma 776, L. cit.).

Orbene, tali disposizioni non violavano l’art. 6, par. 1) CEDU, come interpretato dalla giurisprudenza della Corte europea (Grande Chambre, sentenza del 29 marzo 2006), giacche’ il legislatore, lungi dal porsi come esclusivo obbiettivo quello di influire sulla soluzione delle controversie in corso ed operando nel senso di armonizzare situazioni differenziate all’origine, aveva realizzato un riassetto organizzativo di ampia portata, rendendo palesi le pressanti ragioni di interesse generale che, in materia civile, legittimavano, secondo la stessa giurisprudenza della Corte europea, anche interventi retroattivi (Cass. 16 gennaio 2008, n. 677). Ma esse neppure erano in contrasto con i parametri costituzionali denunciati, per la manifesta infondatezza della questione di illegittimita’ costituzionale, del tutto genericamente prospettata, in riferimento a norme o inconferenti (art. 24), in difetto di alcuna lesione del diritto di azione o pienamente rispettate (art. 117), per l’esercizio della potesta’ legislativa statuale nel rispetto dei vincoli comunitari e internazionali, come illustrato in riferimento all’art. 6, par. 1) CEDU: tenuto anche conto della pronunce della Corte costituzionale di infondatezza della questione di costituzionalita’ della stessa disposizione, sia in riferimento all’art. 3 (28 marzo 2008, n. 74), sia in piu’ recente riferimento alle norme qui denunciate (5 gennaio 2011, n. 1). In particolare, quest’ultima sentenza aveva ribadito i principi affermati dalla prima citata, secondo cui l’abrogazione, ad opera della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 776 della L. n. 724 del 1994, art. 15, comma 5 non e’ irragionevole per contraddittorieta’, “giacche’ rispondente ad una esigenza di ordine sistematico imposta proprio dalle vicende che hanno segnato la sua applicazione”, potendo il legislatore in sede di interpretazione autentica “modificare in modo sfavorevole, in vista del raggiungimento di finalita’ perequative, la disciplina di determinati trattamenti economici con esiti privilegiati senza per questo violare l’affidamento nella sicurezza giuridica (sent. n. 6 del 1994 e sent. n. 282 del 2005), la’ dove, ovviamente, l’intervento possa dirsi non irragionevole”: nella specie e’ da escludere siffatta irragionevolezza anche per la pertinenza dell’assetto recato dalla norma denunciata” al “complessivo riequilibrio delle risorse”, non potendo “pertanto, non essere attenta alle esigenze di bilancio”. Venendo, poi, all’applicazione dalla Corte di Strasburgo dell’art. 6 della CEDU, in relazione alle norme nazionali interpretative concernenti disposizioni oggetto di procedimenti nei quali sia parte lo Stato, la Corte costituzionale aveva rammentato (tramite richiamo della propria sentenza n. 311/2009) la riconosciuta legittimita’ di tali interventi: a) in presenza di “ragioni storiche epocali”, come nel caso della riunificazione tedesca, unitamente alla considerazione della “sussistenza effettiva di un sistema che aveva garantito alle parti, che contestavano le modalita’ del riassetto, l’accesso a, e lo svolgimento di, un processo equo e garantito” (caso Forrer-Niederthal c. Germania, sentenza del 20 febbraio 2003); b) per “ristabilire un’interpretazione piu’ aderente all’originaria volonta’ del legislatore”, al fine di “porre rimedio ad una imperfezione tecnica della legge interpretata” (sentenza 23 ottobre 1997, nel caso National & Provincia) Building Society, Leeds Permanent Building Society e Yorkshire Building Society c. Regno Unito; sentenza del 27 maggio 2004, Ogis-institut Stanislas, Ogec St. Pie X e Bianche De Castille e altri c. Francia). Sicche’, alla luce dei principi richiamati in materia dalla giurisprudenza della Corte europea, espressione di quegli stessi di uguaglianza, in particolare sotto il profilo della parita’ delle armi nel processo, ragionevolezza, tutela del legittimo affidamento e della certezza delle situazioni giuridiche, che ha escluso essere stati vulnerati, la Corte costituzionale aveva ritenuto la natura effettivamente interpretativa delle norme denunciate della L. n. 296 del 2006, art. 1, commi 774, 775 e 776 ispirate ad un orientamento giurisprudenziale presente, seppur minoritario, cosi’ da scegliere, “in definitiva, uno dei possibili significati della norma interpretata”. Ed ancora, tenuto conto della natura di durata dei rapporti in questione, essa aveva negato un legittimo affidamento nella loro immutabilita’, anche considerata la finalita’ delle innovazioni apportate, non del tutto dimentica dei diritti acquisiti, di armonizzazione e perequazione dei trattamenti pensionistici, pubblici e privati: avendo la L. n. 335 del 1995 costituito primo approdo di un progressivo riavvicinamento della pluralita’ dei sistemi pensionistici, con effetti strutturali sulla spesa pubblica e sugli equilibri di bilancio, anche ai fini del rispetto degli obblighi comunitari in tema di patto di stabilita’ economica finanziaria nelle more del passaggio alla moneta unica europea. L’intervento legislativo, quindi, aveva salvaguardato, sempre secondo la sentenza n. 1/2011 della Corte costituzionale e con richiamo sul punto della precedente n. 74/2008, i trattamenti di miglior favore gia’ definiti in sede di contenzioso, “con cio’ garantendo non solo la sfera del giudicato, ma anche il legittimo affidamento che su tali trattamenti poteva dirsi ingenerato”, con cio’ garantendo concretezza ed effettivita’ al “processo equo” e con esso al “giusto processo”, come riconosciuto tramite l’incidente di costituzionalita’ in una duplice occasione (oltre che con la citata n. 74/2008, anche con la sentenza n. 311/2009) “conclusosi con una dichiarazione di infondatezza della questione, rispetto a parametri costituzionali coerenti con la norma convenzionale, pienamente compatibile, cosi’ interpretata, con il quadro costituzionale italiano”.

Sicche’, la Corte aveva ritenuto l’infondatezza della questione, sotto entrambi i profili di censura di lesione dell’art. 117 Cost., comma 1 e art. 6 CEDU e dell’art. 111 Cost., nel caso di specie, e secondo le prospettazioni del rimettente, del tutto sovrapponibili. Principi e conclusioni, di pari infondatezza della questione di illegittimita’ costituzionale delle norme denunciate in riferimento ancora all’art. 117 Cost., comma 1 e art. 6 CEDU, che erano stati ribaditi dalla piu’ recente sentenza della Corte costituzionale 26 settembre 2014, n. 227. Dalle superiori argomentazioni discendeva allora coerente il rigetto del ricorso, sulla base del seguente principio di diritto, enunciato ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1: “Le disposizioni della L. n. 296 del 2006, art. 1, commi 774, 775 e 776 non violano l’art. 6, par. 1) CEDU, come interpretato dalla giurisprudenza della Corte europea, giacche’ il legislatore, lungi dal porsi come esclusivo obbiettivo quello di influire sulla soluzione delle controversie in corso ed operando nel senso di un’armonizzazione e perequazione dei trattamenti pensionistici, pubblici e privati, ha realizzato un riassetto organizzativo di ampia portata, sulla base di ragioni di interesse generale, con norme interpretative non in contrasto con i parametri costituzionali denunciati, o perche’ inconferenti rispetto alla questione prospettata in difetto di alcuna lesione del diritto di azione (art. 24 Cost.), o, perche’ pienamente rispettati (art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6, par. 1 CEDU), per l’esercizio della potesta’ legislativa statuale nel rispetto dei vincoli comunitari e internazionali (Corte cost. n. 1/2011, n. 227/2014)”.

Dunque, il ricorso dell’INAIL appare fondato, risultando nella specie senz’altro validamente applicabile l’anzidetta interpretazione autentica, con la conseguente connaturata portata retroattiva del dettato normativo di cui alla L. n. 296 cit., art. 1, commi 774, 775 e 776 pero’ erroneamente disapplicato dalla pronuncia di merito qui impugnata (774. L’estensione della disciplina del trattamento pensionistico a favore dei superstiti di assicurato e pensionato vigente nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria a tutte le forme esclusive e sostitutive di detto regime prevista dalla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 1, comma 41, si interpreta nel senso che per le pensioni di reversibilita’ sorte a decorrere dall’entrata in vigore della L. 8 agosto 1995, n. 335, indipendentemente dalla data di decorrenza della pensione diretta, l’indennita’ integrativa speciale gia’ in godimento da parte del dante causa, parte integrante del complessivo trattamento pensionistico percepito, e’ attribuita nella misura percentuale prevista per il trattamento di reversibilita’. 775. Sono fatti salvi i trattamenti pensionistici piu’ favorevoli in godimento alla data di entrata in vigore della presente legge, gia’ definiti in sede di contenzioso, con riassorbimento sui futuri miglioramenti pensionistici.

776. E’ abrogato la L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 15, comma 5.

Tale comma risultava, a sua volta, cosi’ formulato: “Le disposizioni relative alla corresponsione della indennita’ integrativa speciale sui trattamenti di pensione previste dalla L. 27 maggio 1959, n. 324, art. 2 e successive modificazioni ed integrazioni, sono applicabili limitatamente alle pensioni dirette liquidate fino al 31 dicembre 1994 e alle pensioni di reversibilita’ ad esse riferite”.

La citata L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, cosi’ inoltre testualmente provvede: “La disciplina del trattamento pensionistico a favore dei superstiti di assicurato e pensionato vigente nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria e’ estesa a tutte le forme esclusive o sostitutive di detto regime. In caso di presenza di soli figli di minore eta’, studenti ovvero inabili, l’aliquota e’ elevata al 70% limitatamente alle pensioni ai superstiti aventi decorrenza dalla data di entrata in vigore della presente legge. Gli importi dei trattamenti pensionistici ai superstiti sono cumulabili con i redditi del beneficiano, nei limiti di cui all’allegata tabella F. Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi di cui al presente comma con la pensione ai superstiti ridotta non puo’ essere comunque inferiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto qualora il reddito risultasse pari al limite massimo delle fasce immediatamente precedenti a quella nella quale il reddito posseduto si colloca. I limiti di cumulabilita’ non si applicano qualora il beneficiario faccia parte di un nucleo familiare con figli di minore eta’, studenti ovvero inabili, individuati secondo la disciplina di cui al primo periodo del presente comma. Sono fatti salvi i trattamenti previdenziali piu’ favorevoli in godimento alla data di entrata in vigore della presente legge con riassorbimento sui futuri miglioramenti”.

Cfr., del resto, anche Cass. lav. n. 18125 del 02/07/2008, secondo cui il titolare di pensione di versibilita’, conseguita successivamente all’entrata in vigore della L. n. 335 del 1995, e derivante da pensione diretta, ha diritto all’indennita’ integrativa speciale di importo pari al sessanta per cento rispetto a quello erogato al suo dante causa, per effetto della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 774, che, con disposizione interpretativa della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, – e, quindi, con efficacia retroattiva, ad eccezione delle situazioni gia’ definite in sede di contenzioso – ha stabilito l’attribuzione di detta indennita’ nella stessa misura percentuale prevista per il trattamento di reversibilita’. Nella specie, il collegio, nel rigettare il ricorso, relativo a pensione di reversibilita’ decorrente dal 1997, ha statuito che, essendo pendente la controversia, la pensione non aveva carattere di definitivita’, con conseguente applicabilita’ della norma interpretativa, che gia’ aveva superato positivamente, con la sentenza n. 74 del 2008 della Corte costituzionale, il vaglio di legittimita’).

Non essendo necessari altri accertamenti di fatto, con la cassazione della impugnata pronuncia, la domanda puo’ essere senz’altro definita nel merito, ex art. 384 c.p.c., comma 2, mediante il rigetto della pretesa azionata dalla T., nei limiti in cui la stessa risulta essere stata accolta con la decisione di primo grado, a far luogo dal primo luglio 1998, poi confermata in appello con la pronuncia de qua.

Tenuto conto delle alterne vicende di questo giudizio, di cui al ricorso introduttivo risalente al settembre 2004, poi accolto in buona parte con la pronuncia di primo grado del 12-10-2005, percio’ ancor prima delle indubbie novita’ di cui alla L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, commi 774/776, rivelatesi pero’ decisive, sussistono valide ragioni per compensare integralmente tra le parti tutte le spese di lite.

P.Q.M.

la Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda dell’attrice T.M.T.; dichiara per intero compensate tra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, il 8 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2016

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