Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14368 del 25/05/2021

Cassazione civile sez. I, 25/05/2021, (ud. 26/02/2021, dep. 25/05/2021), n.14368

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 983/2017 proposto da:

G.G., in proprio e quale legale rappresentante della

Glavich S.a.s. e della Lobos S.a.s., elettivamente domiciliato in

Roma, Via G. Saredo n. 103, presso lo studio dell’avvocato Bosco

Antonino, rappresentato e difeso dall’avvocato Manca Massimo, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Banco BPM S.p.a., per fusione tra il Banco Popolare Società

Cooperativa (a sua volta incorporante per fusione la Cassa di

Risparmio di Lucca Pisa Livorno S.p.a.) e Banca Popolare di Milano

Soc. Coop., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, Via di Porta Pinciana n. 6,

presso lo studio dell’avvocato Lo Conte Massimino, rappresentato e

difeso dall’avvocato Ducci Donati Beatrice, giusta procura in calce

al controricorso;

– controricorrente –

contro

Società Gestione Servizi BP S.c.p.a., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

di Porta Pinciana n. 6, presso lo studio dell’avvocato Lo Conte

Massimino, rappresentata e difesa dall’avvocato Ducci Donati

Beatrice, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

B.F., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’avvocato Foti Rodolfo, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

contro

L.P., elettivamente domiciliato in Roma, Via di Porta Pinciana

n. 6, presso lo studio dell’avvocato Lo Conte Massimino,

rappresentato e difeso dall’avvocato Ducci Donati Beatrice, giusta

procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1761/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

pubblicata il 25/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/02/2021 dal cons. Dott. DI MARZIO Mauro.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – G.G., in proprio ed in veste di legale rappresentante di Glavich S.a.s. e Lobos S.a.s. ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Firenze la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno S.p.A., subentrata alla Banca Popolare di Lodi, L.P., P.M. e B.F., dipendenti di quest’ultima banca, la Società di Gestione Servizi BP S.c.p.a. e Agos Ducato S.p.A. e ne ha chiesto condanna al risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’illecito trattamento e comunicazione a terzi di dati personali suoi e delle società di cui era rappresentante.

2. – A fondamento della domanda gli attori hanno lamentato che la banca convenuta, per responsabilità risalente ai suoi menzionati dipendenti, avesse consegnato a sua moglie, accomandante di Glavich S.a.s., estratti conto relativi ad un conto corrente di tale società nonchè documenti bancari identificativi di una carta di credito e di una carta di debito, che erano nella disponibilità del G., carte, con addebiti sul conto corrente della società, attraverso il controllo delle quali la moglie, avendo attivato un servizio di notifica dei movimenti ((OMISSIS)), per il tramite delle altre società convenute, si era persuasa dell’infedeltà del coniuge, dal quale si era quindi separata a condizioni per questo penalizzanti, ed anche con pregiudizio dell’attività delle società attrici.

3. – Nel contraddittorio con i convenuti, che hanno resistito alla domanda, il Tribunale adito l’ha respinta con due sentenze, una non definitiva e l’altra definitiva.

4. – Interposto appello nei confronti degli originari convenuti, eccezione fatta per il Pace e per Agos Ducato S.p.A., nei cui confronti la domanda era stata respinta con la non definitiva, la Corte d’appello di Firenze, nel contraddittorio con gli appellati, ha respinto l’appello e regolato le spese di lite in applicazione del principio della soccombenza.

5. – Ha in breve osservato la Corte territoriale:

-) era corretta l’affermazione del primo giudice, in riferimento al dettato dell’art. 2320 c.c., secondo cui la moglie del G., accomandante della società attrice di cui si è detto, aveva diritto di chiedere ed ottenere dalla società partecipata gli estratti del conto corrente bancario intestato ad essa;

-) se, dunque, la donna poteva avere legittima conoscenza degli estratti del conto corrente non si vedeva come l’asserito eventuale conseguimento in modo illegittimo di detta conoscenza potesse possedere efficacia causale circa i danni dedotti dagli attori;

-) neppure risultava alcuna responsabilità degli appellati circa l’attivazione del servizio (OMISSIS), attraverso cui la moglie del G. aveva appreso della natura delle spese effettuate dal coniuge.

6. – G.G., Glavich S.a.s. e Lobos S.a.s. propongono ricorso per cassazione per quattro mezzi illustrati da memoria.

7. – Resistono con controricorso il Banco BPM S.p.A., L.P., B.F. e Società di Gestione Servizi BP S.c.p.a..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorso contiene quattro motivi.

1.1. – Il primo mezzo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2320 c.c. La fattura del motivo consiglia di trascriverlo nella sua interezza:

“Secondo il Giudice di Appello sulla base della norma citata la Sig.ra S.T. avrebbe potuto conoscere, chiedendolo alla società partecipata, gli estratti conto scalari della stessa. Da tale fatto il Collegio di Appello trae una conseguenza del tutto erronea:

I) in primis la Corte ritiene che dagli estratti in questione la Tronci avrebbe “potuto conoscere come le ricariche circa la carta di credito (OMISSIS)… -11 erano effettuate attingendo al ridetto conto corrente”;

II) da questo deduce che se la predetta poteva ottenere lecitamente dalla società gli estratti conto e, quindi conoscere dell’esistenza della carta… 41 il fatto che lo avesse ottenuto in maniera illecita non poteva essere foriero di danni.

In realtà il Collegio erra sia a dedurre fatti ignoti da fatti noti, sia a trarne le relative conseguenze.

In primo luogo, infatti, la Tronci, dagli estratti conto non era assolutamente in grado di conoscere il numero di tutte le carte di credito intestate al Sig. G. ma solo della carta… 41, di quella… 33 e delle altre eventualmente ricaricate o affidate sul contro della società.

Quello di cui il Collegio non tiene in alcun conto è che la Sig.ra Tronci riceve da parte del personale della banca, il numero di tutte le carte intestate al Sig. G., anche di carte non ricaricate mediante l’uso del conto corrente intestato alla Glavich e delle quali pertanto, la moglie dell’esponente non poteva aver alcuna conoscenza dall’estratto conto citato.

Lo si evince chiaramente dal verbale di sommarie informazioni assunte dalla Sezione di PG della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze allegata come doc. 27 agli atti del presente giudizio.

Dal verbale si evince chiaramente che la Susini si reca a luglio 2004 in banca per richiedere copia degli estratti conto informale della società ricevuti alla cassa, e che dopo una settimana vi ritorna per chiedere il numero delle quattro carte intestate al marito (cfr. verbale di S.I.T. allegato come doc. 27, pag. 1 “dopo una settimana dal ritiro di questi estratti conti mi sono recata nuovamente in banca per chiedere i numeri di riferimento di quattro carte di credito tre carte (OMISSIS) ricaricabili ed una carta Visa (OMISSIS)”).

E’ di tutte evidenza dal tenore letterale della deposizione che la Susini non aveva e non poteva avere conoscenza di tutti i numeri delle carte intestate al marito, tanto che la stessa è costretta a tornare per richiederli al personale della banca.

Numeri che il personale della banca, senza nemmeno identificare la Tronci chiedendo l’esibizione di un documento, le comunica senza batter ciglio (cfr. verbale S.I.T. allegata come doc. 27, stessa pagina, “quando sono andata in banca mi sono recata sempre al solito sportello. Questa volta c’era una donna. Non so come si chiama. Le feci vedere l’estratto canto della ditta Glavich e le chiesi se mi poteva dare i numeri di quelle carte. Infatti sull’estratto conto si vedeva solo il movimento relativo alla ricarica. La cassiera non mi chiese niente, mi stampò delle piccole contabili dalle quali apparivano i numeri delle carte. Erano 4 contabili in tutto. Non mi ricordo assolutamente i numeri delle carte di credilo”.

E’ conseguentemente del tutto erroneo il ragionamento della Corte di Appello, laddove la stessa ha ritenuto che la Susini potendo conoscere lecitamente dell’esistenza della carta… 41 ai sensi dell’art. 2320 c.c. allora non poteva considerarsi foriero di danni il conseguimento illegittimo del medesimo dato, poichè. diversamente da quanto rilevato dalla Corte, la T., in quel frangente ottiene una serie di informazioni che mai avrebbe potuto ottenere lecitamente. in quanta non relative alla società ma a numeri di carte intestate al marito.

La T., in quel frangente, infatti, non era in alcun modo interessata alla Società, atteso che pochi mesi prima, in occasione dell’approvazione del bilancio, aveva già ampiamente esaminato conti ed estratti conto con il commercialista.

La T. cercava un modo per intromettersi nella vita privata del marito, supponendo l’esistenza di una carta con cui lo stesso mantenesse una donna con cui, sempre secondo la moglie, il Sig. G. avrebbe intrattenuto una relazione adulterina.

Una carta che nella realtà dei fatti non è mai esistita.

Non possono esservi dubbi, in ogni caso, che il personale della Banca non avrebbe mai dovuto consegnare i numeri delle carte intestate al Sig. G. alla Sig.ra T..

Al fine di poter comprendere l’effettivo contenuto della norma occorre domandarsi, innanzi tutto quale sia l’ampiezza del potere di controllo attribuito ai soci accomandanti dall’art. 2320 c.c., u.c. nonchè chi sia il soggetto verso cui tale potere è esercitabile.

E’ di tutta evidenza dal tenore letterale della norma che il controllo dell’accomandante possa spingersi legittimamente su ogni documentazione inerente la società. Ovviamente, però, tale controllo non potrà estendersi a documentazione estranea alle vicende societarie o addirittura a documenti contenenti informazioni di carattere personale degli altri soci.

Gli accomandatari quali amministratori della società hanno il dovere di impedire la divulgazione di informazioni che possano ledere sia i soci che la società e conseguentemente sarà esclusivamente nei loro confronti che l’accomandante potrà esercitare il potere di controllo sulla documentazione di cui all’art. 2320 c.c..

Laddove gli accomandatari neghino la possibilità di esaminare alcuni documenti, opponendo motivazioni non convincenti, gli accomandanti avranno tutto il diritto di adire il Giudice per ottenere l’esibizione degli stessi.

Diversamente, è di tutta evidenza che l’accomandante non possa pretendere da terzi l’accesso alla documentazione in questione e che tanto meno non possa accedere abusivamente ai conti correnti della società con il supporto “complice” del personale della banca.

La T. avrebbe in altre parole potuto legittimamente richiedere alla società copia degli estratti canto scalari, ma mai avrebbe potuto pretendere di conoscere il numero di carte di credito ricaricabili intestate ai soci (ed in particolare al Sig. G.) terzi rispetto al rapporto della Susini con la Glavich.

Quello che il Giudice dei Appello sembra non avere compreso e che con l’operazione ampiamente descritta supra la T. ottiene l’identificativo di tutte le carte intestate al Sig. G. anche di quelle che non venivano ricaricate o appoggiate sul conto del ricorrente e delle quali pertanto non potrebbe aver mai avuto contezza.

Il personale della Banca ha pertanto del tutto illecitamente consegnato alla S.T. i numeri delle carte di credito intestate al marito e tale informazione, diversamente da quanta ritenuto dal Collegio di Appello, non poteva essere lecitamente acquisita dalla stessa mediante richiesta alla Glavich ai sensi dell’art. 2320 c.c..

di tutta evidenza che i danni che ne sono conseguiti non possano che far capo a coloro che hanno consentito l’illecita acquisizione della documentazione in questione ed a risponderne al di la dell’effettiva individuazione fisica dei responsabili deve essere chiamato l’istituto di credito in virtù dell’art. 2049 c.c..

Il presente motivo di ricorso è fondato sugli atti e documenti di causa ed in particolare sulla sentenza impugnata n. 1761/2016 della Corte di Appello di Firenze (doc. 1), sull’atto di citazione in appello proposto dagli odierni ricorrenti contenuto nel fascicolo di secondo grado allegato come doc. 3 e sui verbale di S.I.T. allegato come doc. 27 al fascicolo primo grade di parte ricorrente contenuto nel fascicolo di secondo grado allegato come doc. 3″.

1.2. – Il secondo motivo denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1218 e 2050 c.c.. Esso si svolge così: “Orbene utilizzando i numeri di carta illecitamente ottenuto con il complice concorso del personale della banca la S.T. attivava sulle carte del marito il servizio (OMISSIS) grazie al quale veniva a conoscenza di tutte le spese effettuate dal marito e dei suoi spostamenti, atteso che ad ogni utilizzo della carta la S.T. riceveva un SMS in cui era indicato l’importo della spesa ed il luogo in cui la stessa veniva effettuata. Il servizio (OMISSIS), senza alcuna protezione per i dati personali del titolare della carta, poteva essere attivato unicamente utilizzando il numero della carta illecitamente acquisito dalla S.T..

Anche in relazione all’attivazione del servizio (OMISSIS) il Collegio esclude ogni responsabilità da parte dei convenuti.

Secondo la Corte di Appello, infatti, il servizio sarebbe gestito da soggetti terzi non citati quali convenuti nel presente procedimento.

Orbene atteso il rapporto contrattuale in essere tra la banca ed il Sig. G., in relazione alle carte di credito in questione, è di tutta evidenza che quest’ultima risponda ai sensi degli artt. 1218 e 2050 c.c. per generica culpa in eligendo, avendo quest’ultima attribuito la gestione del servizio a società che palesemente difettava delle necessarie capacità e dei mezzi tecnici indispensabili per eseguire la prestazione senza pericolo di arrecare danni a terzi.

E’ di tutta evidenza infatti che la Banca, affidataria dei dati personali del cliente al momento della stipulazione dei contratti di conto corrente e di quelli relativi alle carte di credito abbia assunto nei confronti del Sig. G. un obbligo di custodia e segretezza in ordine ai dati sensibili ricavabili dalla movimentazione delle carte. Atteso l’inadempimento a tale obbligazione di custodia la stessa deve rispondere ai sensi dell’art. 1218 c.c. per i danni cagionati al cliente dalla divulgazione dei dati, indipendentemente dal soggetto che abbia materialmente gestito il servizio (OMISSIS). Chiaro sul punto il tenore letterale dell’art. 1218 c.c.: “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno.

Quanto detto vale a fortiori nel caso di specie in cui chiunque abbia gestito il servizio (OMISSIS) non ha disposto come si vedrà meglio in avanti alcuna misura a tutela del trattamento dati. La sentenza, merita, pertanto di essere annullata in quanto viziata da violazione di legge.

I presente motivo di ricorso e fondato sugli atti e documenti di causa ed in particolare. sulla sentenza impugnata n. 1761/2016 della Corte di Appello di Firenze (doc. 1)”.

1.3. – Il terzo mezzo denuncia violazione o falsa applicazione della L. n. 675 del 1996. Questo il testo: “Secondo il Giudice di Appello, “è la stessa parte attrice… a dedurre che detta S.T. aveva autonomamente (senza cioè ausilio diretto o indiretto da parte dei convenuti) attivato il servizio (OMISSIS) sulla carta (OMISSIS)… 33, sempre nella disponibilità del G.”.

Dall’assunto sopra citato secondo la Corte di Appello sarebbe da escludersi qualsivoglia responsabilità dei convenuti in ordine all’accesso ai dati del Sig. G. mediante l’utilizzo del servizio (OMISSIS).

Tale assunto è privo di fondamento.

Alla data dei fatti com’è noto era in vigore il D.P.R. n. 318 del 1999, rubricato “Regolamento per l’individuazione delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati personali a norma del L. 31 dicembre 1996, n. 675, art. 15, comma 2”, che individua le misure minime di sicurezza da osservare in occasione del trattamento dei dati.

E’ di tutta evidenza che, i dati bancari, conservati da Società Gestione Servizi BP S.c.p.a. erano gestiti a mezzo di “elaboratori accessibili mediante una rete di telecomunicazioni disponibile al pubblico” nel senso evidenziato dal D.P.R. n. 318 del 1999, art. 3, lett. b).

In virtù del successivo art. 4 del medesimo D.P.R. cit. “nel caso di trattamenti effettuati con gli elaboratori di cui all’art. 3… devono essere adottate le seguenti misure: a) a ciascun utente… dev’essere attribuito un codice identificativo personale per l’utilizzazione dell’elaboratore… uno stesso codice… non può, neppure in tempi diversi, essere assegnato a persone diverse: h) i codici identificativi personali devono essere assegnati e gestiti in modo che ne sia prevista la disattivazione in caso di perdita della qualifica che consentiva l’accesso all’elaboratore o di mancato utilizzo dei medesimi per un periodo superiore ai sei mesi”.

Trattandosi, peraltro, i dati oggetto di trattamento, cui la S.T. ha avuto accesso, di dati sensibili, atteso che quest’ultima mediante l’esame degli estratti conto delle carte (cui la T. è potuta accedere tramite il dominio (OMISSIS). per la totale assenza di misure di sicurezza) ricevendo informazioni tramite il servizio (OMISSIS) abusivamente attivato, è venuta a conoscenza degli spostamenti del marito e versamenti dallo stesso effettuati (e, conseguentemente, di informazioni idonee a rivelare opinioni politiche, adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, lo stato di salute e la vita sessuale dell’interessato del trattamento) la banca era altresì tenuta, nel trattamento dei dati, al rispetto delle ulteriori norme a garanzia della riservatezza degli stessi, previste dal successivo art. 5 del medesimo D.P.R. cit..

Orbene, nel procedimento di primo grado è emerso che il Sig. G. fosse titolare a titolo personale di carte di credito prepagate (Carta (OMISSIS) n. (OMISSIS) e Carta (OMISSIS) n. (OMISSIS)) e di carte di debito (Carta (OMISSIS) n. (OMISSIS)) e che in data 31/03/2004 la sig.ra S.T.E.C. sia riuscita ad attivare il servizio telefonico (OMISSIS) in relazione alla Carta (OMISSIS) n. (OMISSIS), ottenendo, così di conoscere all’insaputa del marito tutte le operazioni che quest’ultimo compiva con detta Carta (OMISSIS).

E’ emerso che il servizio (OMISSIS) veniva attivato utilizzando unicamente un dato (facilmente conoscibile da una generalità indeterminata di persone) il numero della Carta (OMISSIS), impresso sulla superficie di questa.

Una volta attivato, il servizio (OMISSIS) inviava i messaggi relativi alle operazioni compiute dal sig. G. utilizzando la Carta (OMISSIS) (OMISSIS) ai numero di cellulare di cui era titolare esclusiva

la Sig.ra S.T.E.C. altro e diverso da quello che il sig. G., titolare della sopradetta Carta (OMISSIS), aveva indicato a margine del contratto di adesione al servizio carta prepagata… e pertanto senza che il sistema prevedesse neanche il minimo e banale controllo sulla corrispondenza del numero indicato nell’originario contratto e quello su cui si chiedeva di attivare il servizio (OMISSIS). Nel procedimento è emerso altresì:

1) che in data 07/07/2004 la sig.ra S.T.E.C. si sia rivolta al personale della Banca di Popolare di Lodi e che, a sua semplice richiesta, le sia stato consegnato l’estratto del canto corrente n. (OMISSIS)… e le sia state fornito il numero di tutte le carte di credito e di debito intestate al Sig. G.G. (doc. 27 allegato alla memoria art. 183, comma 6, n. 2 di parte attrice);

2) che la stessa sia riuscita ad attivare il servizio (OMISSIS) anche per la carta prepagata (OMISSIS) n. (OMISSIS) (di cui fino a quella data ignorava l’esistenza);

3) che, mediante l’utilizzo dei soli numeri delle carte ed il codice fiscale del marito la medesima sia riuscita ad accedere nell’area servizi informativi per i titolari di Carte (OMISSIS) e (OMISSIS) ((OMISSIS). (OMISSIS)), registrandosi per poi ricevere codice utente (denominato anche codice di accesso) e la password per accedere all’area personale (c.d. area privata e/o riservata) ove venivano custoditi i dati relativi ai movimenti compiuti dal sig. G. per scopi personali e come agente/rappresentante della Glavich S.a.s. dell’ultimo semestre.

Pare di tutta evidenza che le misure utilizzate da BP (o di chi per lei) a tutela dei dati bancari delle parti attrici (emergenti dalla copiosa documentazione allegata agli atti) che prevedevano in sintesi la sola conoscenza da parte dell’utente o del solo numero di carta di credito ((OMISSIS)) o dello stesso e del codice fiscale dell’interessato (accesso portali web) per poter ottenere informazioni sui pagamenti effettuati e per poter ottenere l’accesso agli estratti conto relativi alle stesse carte non potevano considerarsi conformi a quelle previste dalla norma citata.

Deve anzi rilevarsi una vera e propria assenza di misure minime atteso che nel 2004 ogni qual volta veniva effettuato un pagamento era prassi comune che il venditore richiedesse una copia del documento da allegare alla “strisciata” della carta di credito. E’ evidente che a questo punto il negoziante poteva avere le credenziali per accedere a tutti i conti del cliente. Gli scontrini della transazioni fatte con il pos indicavano tutte e sedici le cifre identificatrici della carta utilizzata.

Quello che doveva essere indagato dal Giudice del Tribunale di Firenze e da quello del Gravame era se l’istituto di credito avesse o meno adempiuto all’obbligo di fornire idonee misure di sicurezza a tutela de dati personali conservati piuttosto che ricercare ulteriori misure che come emerge in maniera inoppugnabile dalle perizie allegate agli atti del giudizio dal ricorrente ed allegati come docc. 3536 al fascicolo di primo grado. non erano in alcun modo state adottate.

Peraltro parte attrice all’udienza del 25.10.16 aveva allegato copia dell’ordinanza di archiviazione del presso il Tribunale di Lodi che nel dichiarare l’intervenuta prescrizione del reato di cui al D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 169 a carico di C.V.C.L.. responsabile legale di Banco Popolare dal 2007 al 2011, evidenzia che, sulla base delle indagini espletate, appare certo che dal 2004 sino al 2009 1) la banca non avesse adottato alcuna misura idonea ad impedire l’accesso ai dati personali della clientela; 2) la B.F. (convenuta nel presente giudizio) si è resa astrattamente responsabile del reato di cui alla L. n. 675 del 1996, art. 35, per il quale deve essere mandata assolta solo per difetto dell’elemento soggettivo.

Dal contenuto dell’ordinanza e delle indagini penali svoltesi a Lodi (tenute in nessun conto dalla Corte di Appello di Firenze), pertanto, emerge in maniera inoppugnabile che vi fu violazione della privacy del Sig. G. da parte dei convenuti nonchè che il Banco Popolare non aveva adottato alcuna misura minima diretta a impedire l’abusivo accesso ai dati personali della clientela.

Anche sotto tale profilo la sentenza impugnata merita di essere annullata in quanto viziata da violazione di legge.

Il presente motivo di ricorso e fondato sugli atti e documenti di causa ed, in particolare. sulla sentenza impugnata n. 1761/2016 della Corte di Appello di Firenze (doc. 1); sull’estratto conto allegato come doc. 4 del fascicolo di parte attrice inserito nel fascicolo di appello allegato come doc. 3; sui verbale di S.I.T. allegato come doc. 27 al fascicolo primo grado di parte ricorrente, contenuto nel fascicolo di secondo grado allegato come doc. 3; sulle relazioni peritali del Prof. P., allegate come docc. 35-36 al fascicolo primo grado di parte ricorrente contenuto nel fascicolo di secondo grado allegato come doc. 3; sull’ordinanza del GIP del Tribunale di Lodi, prodotta all’udienza di Appello del 25.10.16 e nuovamente allegata agli atti del presente ricorso per cassazione come doc. 4″.

3.4. – Il quarto motivo denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Lamentano in breve i ricorrenti che, avendo erroneamente escluso qualsivoglia responsabilità dei convenuti in ordine alla divulgazione dei dati oggetto di trattamento, il Collegio di Appello non avrebbe preso alcuna posizione sui danni cagionati al G..

Nel motivo si fa riferimento all’applicabilità alla materia dell’art. 2050 c.c. e si indicano i danni che la condotta dagli originari convenuti-appellati avrebbe cagionato.

2. – Alcuni dei controricorrenti hanno formulato eccezione di inammissibilità del ricorso, nel suo complesso, per avere i ricorrenti concluso per la cassazione della sentenza impugnata senza rinvio, al di fuori dei casi in cui la cassazione senza rinvio è prevista dalla legge.

L’eccezione va disattesa.

E’ ben vero che la domanda di cassazione senza rinvio, nel caso in esame, non trova fondamento alcuno nei quattro motivi di cui si è detto, e si colloca al di fuori della previsione dettata dall’art. 382 c.p.c., u.c.. Salvo a non credere che i ricorrenti abbiano inteso atecnicamente sollecitare la cassazione sostitutiva di cui all’art. 384 c.p.c., il che sarebbe peraltro singolare, giacchè la pronuncia in tal senso richiede che “non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto”, ed è arduo immaginare come la Corte di cassazione possa decidere nel merito una causa della cui istruzione su un ipotetico quantum debeatur non si sa, dalla lettura del ricorso, nulla di concreto e preciso, se non per i numeri, menzionati nel corpo del quarto motivo, che rimangono allo stato di mere allegazioni.

Ma le Sezioni Unite hanno affermato che: “Il giudice di legittimità provvede d’ufficio sulla cassazione della sentenza impugnata con o senza rinvio o decidendo nel merito, secondo che il vizio riscontrato rientri nelle ipotesi previste dagli artt. 382 e 383 c.p.c. o art. 384 c.p.c., comma 2, ult. parte, sicchè è irrilevante l’eventuale erroneità delle richieste delle parti in un senso o nell’altro” (Cass., Sez. Un., 24 marzo 2010, n. 6994).

Ed è questo il principio al quale il Collegio si attiene.

3. – Il ricorso è ciononostante comunque inammissibile.

3.1. – E’ inammissibile, almeno sotto un duplice aspetto, il primo motivo.

3.1.1. – Esso, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, ossia come violazione di legge, non ha in effetti a che vedere con il significato e l’ambito di applicazione della norma richiamata in rubrica, l’art. 2320 c.c..

Ciò che i ricorrenti addebitano alla Corte d’appello non è cioè un error in iudicando in iure, ma in facto, dal momento che il giudice di merito, fermo il significato e la portata applicativa dell’art. 2320 c.c., non si sarebbe avveduto che la banca aveva rilasciato alla moglie del G. informazioni non solo sulle carte che, in breve, avevano qualcosa a che vedere con una delle società (Glavich S.a.s.: viceversa, alla lettura del ricorso, non si capisce affatto che cosa abbia realmente a che fare con la controversia Lobos S.a.s.), ma anche carte di credito personali del G..

Di qui, poi, secondo i ricorrenti, l’erroneità dell’argomento usato dalla Corte d’appello per escludere la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta della banca e l’allegato danno: visto che la donna avrebbe potuto legittimamente ottenere dalla società di cui era accomandante le informazioni avute invece dalla banca – questo il ragionamento svolto nella sentenza impugnata -, la condotta di quest’ultima era eziologicamente irrilevante.

Sicchè, in definitiva, la censura mira a rimettere in discussione la motivazione in fatto adottata dalla Corte territoriale, con la conseguenza che trova applicazione il ribadito principio secondo cui dalla violazione o falsa applicazione di norme di diritto va tenuta nettamente distinta la denuncia dell’erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione delle risultanze di causa, ricognizione che si colloca al di fuori dell’ambito dell’interpretazione e applicazione della norma di legge: il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi -violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110; Cass. 4 aprile 2013, n. 8315; Cass. 16 luglio 2010, n. 16698; Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass., Sez. Un., 5 maggio 2006, n. 10313).

3.1.2. – Il cuore del motivo, e cioè la denuncia dell’errore che la Corte d’appello avrebbe compiuto nel non avvedersi che la banca aveva fornito alla moglie del G. informazioni su carte personali di quest’ultimo, poggia poi su un verbale di s.i.t. rilasciate proprio dalla donna.

Ma al riguardo il ricorso è privo del requisito dell’autosufficienza.

Il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sancito dall’art. 366 c.p.c., n. 6, si sintetizza in ciò, che il ricorso deve contenere tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo (Cass. 28 dicembre 2017, n. 31082). Ed in particolare, qualora siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorrente deve, a pena di inammissibilità della censura, non solo allegarne l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito ma, in virtù del principio di autosufficienza, anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente ciò sia avvenuto, giacchè i motivi di ricorso devono investire questioni già comprese nel thema decidendum del giudizio di appello, essendo preclusa alle parti, in sede di legittimità, la prospettazione di questioni o temi di contestazione nuovi, non trattati nella fase di merito nè rilevabili di ufficio (Cass. 9 agosto 2018, n. 20694; Cass. 13 giugno 2018, n. 15430; Cass. 9 agosto 2018, n. 20694).

Nel nostro caso i ricorrenti hanno localizzato il verbale in questione (n. 27 del fascicolo di primo grado) e ne hanno riportato tra virgolette alcuni stralci.

Ma ciò non consente affatto di comprendere se la questione sollevata (indipendente dalla sua sussumibilità entro l’ambito di applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3) sia fondata oppure non lo sia affatto.

E cioè. Lo stesso ricorso per cassazione esordisce con il narrare che la banca aveva consegnato alla moglie del G. estratti conto relativi ad un conto corrente di Glavich S.a.s. nonchè documenti bancari identificativi (si veda il primo capoverso della pagina 2 del ricorso, sebbene non numerata) di una carta di credito ((OMISSIS), identificata con un numero di serie) e di una carta di debito ((OMISSIS), identificata con un numero di serie), che erano della disponibilità G., carte, con addebiti sul conto corrente della società, attraverso il controllo delle quali la moglie, come si è detto in precedenza, si era rappresentata un’infedeltà del coniuge.

Questo il fatto posto a fondamento della domanda, non altro. Se e quando, eventualmente, il thema decidendum si sia modificato, e siano venute in questione, sul piano delle allegazioni, informazioni rilasciate dalla banca con riguardo ad altre carte di credito, questa Corte, alla lettura del ricorso, ignora. Nè altro di diverso emerge dalla sentenza impugnata, ove di carte personali del G. non si parla affatto.

Ciò detto, è cosa ovvia che la produzione del verbale di s.i.t., necessariamente entro le scansioni processuali previste per la definitiva definizione del thema probandum, ex art. 183 c.p.c., in tanto potrebbe possedere un qualche rilievo, in quanto, a monte, il thema decidendum, definito secondo la previsione della medesima disposizione, avesse investito la condotta della banca concernente le altre carte di credito. Ma, si ripete, di tutto ciò la Corte è all’oscuro. Nè risulta che il verbale di s.i.t., in ogni caso, sia stato tempestivamente prodotto, visto che la Corte d’appello non ne parla. Ed ancora, ove pure il tema delle ulteriori carte di credito fosse stato tempestivamente introdotto in primo grado, non risulta che di esso sia stata investita la Corte d’appello, che, si ribadisce ancora una volta, nulla dice al riguardo.

Insomma, il motivo è qui privo del requisito dell’autosufficienza perchè, semplicemente, è un motivo oscuro, incomprensibile, non decidibile, la cui verifica di ipotetica fondatezza potrebbe discendere solo dall’esame dell’incarto processuale, che è ovviamente inibito al giudice di legittimità, al di fuori dell’ipotesi di denuncia di un error in procedendo.

3.2. – Il secondo e terzo motivo, che per il loro collegamento possono essere trattati unitariamente, sono inammissibili.

Nel giudizio di cassazione non è consentita la prospettazione di nuove questioni di diritto o contestazioni che modifichino il thema decidendum ed implichino indagini ed accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, finanche ove si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass. 6 giugno 2018, n. 14477; Cass. 17 gennaio 2018, n. 907).

Nel nostro caso la Corte d’appello ha osservato che i convenuti-appellati non risultavano avere parte nel servizio (OMISSIS), attraverso il quale la moglie del G. aveva acquisito le informazioni dalle quali aveva desunto la ritenuta infedeltà coniugale: sicchè essi non potevano essere responsabili di quanto la donna aveva appreso a mezzo di detto servizio.

A fronte di ciò:

-) il terzo motivo poggia sull’asserita culpa in eligendo delle società convenute, anche se non si sa nell’eligere chi, dal momento che l’identità del gestore del servizio (OMISSIS), attraverso la lettura del ricorso, non è nota alla Corte;

-) il quarto motivo poggia sulla premessa secondo cui sarebbe “di tutta evidenza che, i dati bancari, conservati da Societa Gestione Servizi BP S.c.p.a erano gestiti a mezzo di “elaboratori accessibili mediante una rete di telecomunicazioni disponibile al pubblico””.

Ma dal ricorso non riesce affatto ad evincersi quando e come, nel corso del giudizio di primo grado, fosse stata sollevata la questione della culpa in eligendo ed allegata la circostanza dell’impiego da parte della banca di “elaboratori accessibili mediante una rete di telecomunicazioni disponibile al pubblico”.

Si tratta cioè, per quanto consta, di nova, che nel giudizio di cassazione non hanno cittadinanza.

3.4. – Il quarto motivo è inammissibile.

Si tratta in realtà di un “non-motivo”, che si sofferma su aspetti estranei alla sentenza impugnata, la quale non si è ovviamente occupata del quantum debeatur, dal momento che ha confermato il rigetto della domanda sull’an.

4. – Le spese seguono la soccombenza. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso, in favore di ciascuno dei controricorrenti, delle spese sostenute per questo giudizio di legittimità, liquidate, quanto ad ognuno di essi, in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% ed agli accessori di legge, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 26 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

 

 

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