Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14348 del 05/06/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 14348 Anno 2018
Presidente: CURZIO PIETRO
Relatore: ESPOSITO LUCIA

ORDINANZA
sul ricorso 7080-2016 proposto da:
REGIONE CALABRIA, in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SABOTINO 12,
presso lo studio dell’avvocato GRAZIANO PUNGI’, rappresentata e
difesa dall’avvocato MASSIMILIANO MANNA;
– ricorrente contro
ANGOTTI ROSINA;
– intimata avverso la sentenza n. 1366/2015 della CORTE D’APPELLO di
CATANZARO, depositata il 15/12/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 08/03/2018 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

Data pubblicazione: 05/06/2018

RILEVATO CHE

la Corte d’appello di Catanzaro, in riforma della sentenza di primo
grado, aveva accolto la domanda proposta da ANGOTTI ROSINA,
dipendente della Regione Calabria, la quale, avendo aderito alla
proposta di esodo anticipato prevista dalla I. r. Calabria n. 8 del

base di calcolo dell’indennità supplementare “pari ad otto mensilità
della retribuzione lorda spettante per ogni anno derivante dalla
differenza fra a 65 anni e l’età anagrafica individuale, espressa in
anni, posseduta alla data di cessazione del rapporto di lavoro,
calcolati per un massimo di sei anni”;

la Corte territoriale fondava la decisione sul rilievo che la norma di
interpretazione autentica (art. 44, comma secondo, legge regionale
n. 15/2008), con la quale la tredicesima era stata espunta dal
computo finalizzato alla determinazione dell’indennità supplementare,
era stata dichiarata illegittima con sentenza n. 271/2011 dalla Corte
Costituzionale, che aveva evidenziato come la norma aveva realizzato,
con efficacia retroattiva, una sostanziale modifica della normativa
precedente, in violazione dell’art. 3 della costituzione;

la Regione propone ricorso per cassazione sulla base di quattro
motivi;

la dipendente resiste non ha svolto attività difensiva;

la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., è
stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione
dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;

CONSIDERATO CHE

Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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2005, aveva chiesto l’inserimento della tredicesima mensilità nella

con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa
applicazione dell’art. 1362 cod. civ., in relazione all’art. 360 c. 1 n. 3
cod. proc. civ. Rileva che erroneamente la Corte d’appello, nel
tentativo di ricostruire la comune intenzione delle parti negoziali,
pone a fondamento della decisione, attraverso l’istituto del negozio
per relationem, le motivazioni già espresse da Corte Cost. n.

dal contratto a costituire la fonte di obbligazione fra le parti,
muovendo dalla clausola 5 del negozio di risoluzione consensuale del
rapporto di lavoro. Dalla richiamata clausola si desume che le parti
abbiano voluto rimandare all’art. 7 LR 8/2005 esclusivamente per
quantificare il preciso numero di mensilità retributive componenti
l’ammontare complessivo dell’indennità supplementare, mentre al
fine di determinare l’importo della singola mensilità da porre a base
del più ampio calcolo hanno richiamato la retribuzione spettante al
lavoratore al momento della cessazione del rapporto, per come
liquidata nella scheda di calcolo allegata al contratto, non
comprendente la tredicesima mensilità;

con il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione
dell’art. 1372 cod. civ., giacché la fonte del diritto di credito del
lavoratore era costituita dall’accordo sottoscritto dalle parti. Assume
che nella scheda di calcolo si evinceva con chiarezza l’esclusione del
rateo di 13a mensilità e la sottoscrizione del contratto, involgendo
anche il quantum della pretesa, precludeva al giudice ogni
provvedimento di rimozione o correzione del dato contrattuale, in
mancanza di norme inderogabili, trattandosi di diritti disponibili;

con il terzo motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art.
1322 cod. civ., lamentando che la Corte d’appello non abbia
considerato che la controparte aveva accettato senza riserve la
risoluzione anticipata del rapporto di lavoro in cambio del pagamento
della somma di denaro effettivamente liquidata, espressamente

Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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271/2011, laddove è la regolamentazione del rapporto emergente

prevista in contratto e dettagliatamente indicata in una scheda di
calcolo allegata al contratto stesso e sottoscritta per accettazione;

con l’ultimo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa
applicazione dell’articolo 11 delle disposizioni preliminari del codice
civile, lamentando che la Corte territoriale abbia applicato la

giuridico esaurito;

la prima censura è infondata, rilevandosi che:
1) l’indennità incentivante di esodo fu introdotta dall’art. 7 c. 1
della L. R. Calabria n. 8 del 2005, che aveva previsto una
indennità supplementare in favore dei dirigenti titolari di
rapporto di impiego a tempo indeterminato che prestavano la
loro attività per l’amministrazione regionale da almeno due
anni e che avessero, nel termine previsto dalla legge,
presentato alla Regione una proposta per la risoluzione del
rapporto di

lavoro. Analoga possibilità di risoluzione

consensuale del rapporto di lavoro fu prevista dal c. 6 del
medesimo art. 7 per i dipendenti titolari di rapporto di impiego
a tempo indeterminato.
2) fu previsto che la misura della indennità dovesse essere
determinata sulla base della retribuzione mensile lorda
spettante alla data di cessazione del rapporto di lavoro e
corrisposta alle scadenze di cui ai commi 3 e 4.
3) il comma 7 autorizzò la Giunta Regionale ad emanare, nel
rispetto del termine di cui al comma 2, apposite direttive per
l’applicazione della disposizione.
4) la Giunta Regionale, con la delibera del 30 maggio 2005 n.
532, recante criteri applicativi della Legge Regionale 2.3.2005,
n. 8 art. 7, stabilì che l’indennità in questione, rappresentante
un incentivo all’esodo, aveva carattere aggiuntivo rispetto alla
indennità di fine servizio ed era composta da tutti quegli
elementi che assumono i connotati di compenso fisso,
Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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sentenza della Corte costituzionale n. 271 del 2011 ad un rapporto

continuativo, costante e generale, con eccezione di quelli
occasionali o elargiti a titolo di ristoro od indennizzo per la
particolare gravosità delle mansioni richieste (quale, ad
esempio, l’indennità di struttura), precisando che per
retribuzione lorda spettante alla data della risoluzione del
rapporto di lavoro, ai fini dell’applicazione dell’art. 7 della

legge regionale 2 marzo 2005, n. 8, si deve intendere la
retribuzione spettante al dipendente in forza delle disposizioni
legislative, regolamentari e dei contratti collettivi nazionali,
ancorché maturata e non ancora corrisposta o derivante da
rinnovi contrattuali con efficacia retroattiva con riferimento
alla data di cessazione, ovvero nel caso operi la facoltà della
amministrazione di scaglionare l’esodo, alla data di effettiva
interruzione del servizio in relazione alle esigenze di servizio.
5) l’articolo 44 della L. R. 13 giugno 2008 n. 15 del 2008, recante
interpretazione autentica art. 7 legge regionale 2 marzo 2005,
n. 8, ha disposto che l’articolo 7, comma 6, della legge
regionale 2 marzo 2005, n. 8 deve essere inteso nel senso che
la retribuzione lorda spettante alla data di risoluzione
consensuale del rapporto di lavoro, utile ai fini della
definizione della indennità supplementare prevista nella
medesima legge, è quella individuata, per il personale in
posizione non dirigenziale alla cessazione volontaria dal
servizio, all’articolo 52, lettera c), del CCNL 1999 e successive
modifiche con esclusione nella determinazione della citata
indennità del rateo di tredicesima mensilità e retribuzione di
risultato.
6) la Corte Costituzionale con la sentenza n. 271 del 2011 ha
dichiarato l’illegittimità dell’art. 44 appena richiamato, sul
rilievo che sia il dato normativo costituito dall’ art. 7 c. 6 della
L. R. n. 8 del 2005, sia la delibera attuativa del 30.5.2005 n.
532 orientavano nel senso che nella nozione di retribuzione
lorda rientrasse anche la tredicesima mensilità.

Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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i

E

7) tale interpretazione è conforme anche ai precedenti di questa
Corte, la quale ha sempre ribadito che la 13a mensilità ha
natura

retributiva

(Cass.

n.

22760/2010;

Cass.

n.

18.999/2010), sicché essa rientra nel concetto di retribuzione
mensile lorda, in quanto dotata di tutti i requisiti di fissità,
continua attività, costanza e generalità, precisati anche nella

8) la stessa Corte costituzionale ha altresì precisato che la
mancata espressa inclusione della 13a mensilità tra le voci
contenute al punto 11 del provvedimento della giunta
regionale è irrilevante dal momento che al punto primo si fa
riferimento allo stipendio tabellare cui è strettamente inerente
la 13a mensilità e, soprattutto, in presenza dell’espressione
“retribuzione lorda”.

ciò premesso, la Corte territoriale, nel prendere atto della
dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 44, ha fatto
propria l’interpretazione del giudice delle leggi del citato art. 7,
osservando che il dato normativo depone nel senso della fondatezza
della pretesa del ricorrente, a nulla rilevando che il contratto
intercorso tra le parti non preveda espressamente nella base di
calcolo dell’indennità il computo del rateo della 13a mensilità,
essendo quest’ultimo strettamente inerente alla nozione di stipendio
o salario e, dunque, compreso nella nozione di stipendio tabellare, di
cui anche alla delibera della giunta regionale (in senso conforme, in
una ipotesi sostanzialmente sovrapponibile, Cass. n. 1748 del 24
gennaio 2017);

in questa prospettiva, in disparte i profili di inammissibilità della
censura con riferimento al contenuto del contratto di risoluzione del
rapporto (e degli allegati conteggi), va rilevato che la clausola
contrattuale, in quanto non prevede direttamente la
regolamentazione della

misura dell’indennità, escludendo o

includendo la tredicesima mensilità, rimanda a quanto dispone il
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delibera della Giunta regionale della 30 maggio 2005, n. 532.

citato art. 7, da interpretare nel senso precisato, con la conseguenza
che la sentenza impugnata non ha violato i principi giuridici che
presiedono alla ricostruzione della comune intenzione delle parti,
consistente nella volontà di risolvere anticipatamente il rapporto di
lavoro ma non di determinare l’importo spettante al lavoratore nella
misura quantificata unilateralmente dalla Regione nella scheda di

il secondo e il terzo motivo di ricorso, da esaminare congiuntamente
in ragione dell’intima connessione, sono infondati. In primo luogo è
da evidenziare che le richiamate censure presentano i profili di
inammissibilità sopra enunciati con riferimento al contenuto del
contratto di risoluzione del rapporto (e degli allegati conteggi) che
sarebbe stato ingiustamente disatteso dalla Corte territoriale. In
secondo luogo, premesso quanto rilevato in precedenza con
riferimento al contenuto negoziale dell’accordo, va rilevato che la
quietanza a saldo sottoscritta dal lavoratore, che contenga una
dichiarazione di rinuncia a maggiori somme riferita, in termini
generici, ad una serie di titoli relativi a pretese in astratto ipotizzabili
in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione
del relativo rapporto, può assumere il valore di rinuncia o di
transazione, che il lavoratore ha l’onere di impugnare nel termine di
cui all’art. 2113 cod. civ., solo alla condizione che risulti accertato,
sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di
altre specifiche circostanze desumibili “aliunde”, che essa sia stata
rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati o
obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o
di transigere sui medesimi (cfr. sul punto da ultimo Cass.
24/01/2017 n. 1748) e che la parte ricorrente non risulta avere
neppure allegato la ricorrenza delle indicate condizioni;

quanto all’ultimo motivo, concernente la dedotta inidoneità della
pronuncia di illegittimità costituzionale ad incidere su un rapporto già
esaurito, trovando il rapporto la sua fonte nel contratto di risoluzione
Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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calcolo allegata al contratto;

consensuale stipulato dalle parti, va richiamata la citata sentenza di
questa code n. 1748/2017, nella quale si è ribadito che le pronunce
di accoglimento del giudice delle leggi – dichiarative di illegittimità
costituzionale – eliminano la norma con effetto “ex tunc”, con la
conseguenza che essa non è più applicabile, indipendentemente dalla
circostanza che la fattispecie sia sorta in epoca anteriore alla

per presupposto l’invalidità originaria della legge – sia essa di natura
sostanziale, procedimentale o processuale – per contrasto con un
precetto costituzionale, fermo restando il principio che gli effetti
dell’incostituzionalità non si estendono esclusivamente ai rapporti
ormai esauriti in modo definitivo, per avvenuta formazione del
giudicato o per essersi verificato altro evento cui l’ordinamento
collega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero per essersi
verificate preclusioni processuali, o decadenze e prescrizioni non
direttamente investite, nei loro presupposti normativi, dalla
pronuncia d’incostituzionalità (tra le più recenti, Cass.321/2016,
20100/2015, 289/2014, 355/2013). Nella fattispecie in esame
l’effetto preclusivo non opera, atteso che la sentenza è intervenuta
nelle more del giudizio avente ad oggetto la determinazione dei
criteri di quantificazione della indennità incentivante, nei termini
indicati dalla legge n. 8 del 2005, illegittimamente, secondo quanto
statuito dalla Corte Costituzionale, modificati dall’ art. 44 c. 2 della L.
R. n.8 del 2015 (in tal senso, Cass. n. 1748/2017, cit.);

conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato, senza adozione di
alcun provvedimento in ordine alle spese, in mancanza di
espletamento di attività difensiva da opera della contro ricorrente;

ai sensi dell’art. 13 c. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, deve
darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da
parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato.
P.Q.M.
Ric. 2016 n. 07080 sez. ML – ud. 08-03-2018
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pubblicazione della decisione, perché l’illegittimità costituzionale ha

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 -bis

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio dell’8/3/2018
Il Presidente
Pie ro Curzio

dello stesso art. 13

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