Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14347 del 15/06/2010

Cassazione civile sez. lav., 15/06/2010, (ud. 19/05/2010, dep. 15/06/2010), n.14347

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9986-2007 proposto da:

M.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA

STAZIONE DI MONTE MARIO 9, presso lo studio dell’avvocato GULLO

ALESSANDRA, rappresentato e difeso dall’avvocato MAGARAGGIA GIUSEPPE,

giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati PULLI

CLEMENTINA, VALENTE NICOLA, RICCIO ALESSANDRO, giusta mandato in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 61/2006 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 28/03/2006 R.G.N. 1206/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

19/05/2010 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Lecce respingeva l’impugnazione proposta da M.V. avverso la sentenza del giudice del lavoro di Brindisi con la quale era stata rigettata la domanda del M. avente ad oggetto la declaratoria d’irripetibilità della somma di L. 12.277.330 trattenuta dall’INPS a titolo d’indebito per sovrapposizione di contribuzione. I giudici di appello ponevano a base della decisione il rilievo fondante che il comportamento del M., il quale, nella richiesta di ricostruzione della pensione, aveva sbarrato la domanda, inserita nel prestampato, relativa alla circostanza dell’eventuale prestazione di lavoro all’estero ovvero della pregressa residenza in territorio straniero, evidenziava il dolo dello stesso che nell’omettere siffatta comunicazione rivelava il consilium e la scienza fraudis di conseguire un vantaggio non spettante.

Avverso tale sentenza il M. ricorre in cassazione sulla base di quattro censure.

Resiste con controricorso l’INPS che deduce l’inammissibilità dell’impugnazione per violazione della norma di cui all’art. 366 bis c.p.c. così come introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, deducendo omessa motivazione, allega che la Corte di appello non ha motivato in ordine alla comunicazione, posta a base del primo motivo di appello, a mezzo di documentazione, del lavoro espletato all’estero; alla domanda subordinata di sanatoria del debito con la riduzione di 1/4; alla condanna al pagamento delle spese di primo grado.

Il motivo è infondato.

Quanto al primo profilo del denunciato vizio di motivazione, è sufficiente rilevare, in senso contrario, che il ricorrente in violazione del principio di autosufficienza, non solo non trascrive il testo della documentazione posta a base della censura, ma non precisa, altresì, in quale atto del giudizio di merito siffatta documentazione è stata prodotta e la ritualità della stessa (Cfr., per tutte, Cass. 1 agosto 2008 n. 21032).

Relativamente agli altri profili, del dedotto vizio di motivazione, rileva il Collegio che secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte l’omessa pronuncia su alcuni dei motivi di appello – così come, in genere, l’omessa pronuncia su domanda, eccezione o istanza ritualmente introdotta in giudizio – risolvendosi nella violazione della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, integra un difetto di attività del giudice di secondo grado, che deve essere fatto valere dal ricorrente non con la denuncia della violazione di una norma di diritte sostanziale ex art. 360 c.p.c., n. 3 o del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 in quanto siffatte censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente non corretto ovvero senza giustificare (o non giustificando adeguatamente) la decisione al riguardo resa, ma attraverso la specifica deduzione del relativo “error in procedendo” – ovverosia della violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 – la quale soltanto consente alla parte di chiedere e al giudice di legittimità – in tal caso giudice anche del fatto processuale – di effettuare l’esame, altrimenti precluso, degli atti del giudizio di merito e, cosi, anche dell’atto di appello. La mancata deduzione del vizio nei termini indicati, evidenziando il difetto di identificazione del preteso errore del giudice del merito e impedendo il riscontro “ex actis” dell’assunta omissione, rende, pertanto, inammissibile il motivo (Cass. 27 gennaio 2006 n. 1755 e Cass., S.U., 27 ottobre 2006 n. 23071).

Nella specie il ricorrente censura la impugnata sentenza denunciando, in relazione ai profili in esame, sostanzialmente il vizio di omessa pronuncia, tuttavia tale vizio fatto valere sotto il profilo di omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 e non attraverso la specifica deduzione del relativo error in procedendo – ovverosia della violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4. Del resto nella stessa prospettazione delle censure il ricorrente non allega che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente non corretto ovvero senza giustificare (o non giustificando adeguatamente), ma prospetta che il giudice del merito non si è affatto pronunciato sulle questione che egli assume aver ritualmente dedotto in appello.

Con il secondo motivo il M. allega violazione ed erronea applicazione dell’art. 1439 c.c. e contemporanea contraddittoria ed omessa motivazione nonchè contemporanea violazione e falsa applicazione della L. n. 412 del 1991, art. 13 in relazione alla L. n. 88 del 1989, art. 52, comma 2. Formula al termine della censura i relativi quesiti di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ. ed indica gli specifici vizi di motivazione.

Con la terza censura il M. denuncia violazione ed erronea applicazione dell’art. 2033 c.c., della L. n. 88 del 1989, art. 52 della L. n. 412 del 1991, art. 13 della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 260, nonchè contemporanea omessa ed insufficiente motivazione e pone due quesiti di diritto.

Con il quarto motivo allega violazione ed erronea applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 260, nonchè contemporanea omessa motivazione e formula un quesito di diritto.

I motivi non sono esaminabili in questa sede.

Invero secondo giurisprudenza di questa Corte è inammissibile il motivo di ricorso nel cui contesto trovino formulazione, al tempo stesso, censure aventi ad oggetto violazione di legge e vizi della motivazione, ciò costituendo una negazione della regola di chiarezza posta dall’art. 366-bis c.p.c. (nel senso che ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione) giacchè si affida alla Corte di cassazione il compito di enucleare dalla mescolanza dei motivi la parte concernente il vizio di motivazione, che invece deve avere una autonoma collocazione (V. Cass. 11 aprile 2008 n. 9470 e 23 luglio 2008 n. 20355 e ancora nello stesso senso 29 febbraio 2008 n. 5471).

Inoltre, sempre secondo questa Corte il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c. deve comprendere l’indicazione sia della “regula iuris” adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo. La mancanza anche una sola delle due suddette indicazioni rende il ricorso inammissibile ( Cass. 30 settembre 2008 n. 24339 e 17 luglio 2008 n. 19769).

Nella specie i motivi in esame non solo contengono la contemporanea deduzione della violazione di legge e del vizio di motivazione, ma per quanto attiene la detta violazione di legge non comprendono anche l’indicazione della diversa regola iuris adottata dal giudice di appello.

Peraltro una volta accertata la sussistenza del dolo dell’assicurato non vi è spazio per l’operatività delle norme del codice civile sulla ripetizione dell’indebito in quanto le normative speciali, pur denunciate, escludono l’applicabilità di detta disposizione nel caso di dolo del beneficiario (Cass. 3 febbraio 2004 n. 1978).

Parallelamente, secondo giurisprudenza di questa Corte, conviene sottolineare, nell’indebito previdenziale il dolo opera non nel momento di formazione della volontà negoziale, bensì nella fase esecutiva, riguardando un fatto causativo della cessazione dell’obbligazione di durata, non noto all’ente debitore, titolare passivo di un numero assai rilevante di rapporti, il quale non può ragionevolmente attivarsi per prendere conoscenza della situazione personale e patrimoniale dei creditori, senza la collaborazione attiva di ciascuno di loro.

Conseguentemente, costituisce comportamento doloso il silenzio di chi ha l’obbligo di dichiarare onde ottenere il beneficio previdenziale a ravvisare il detto stato soggettivo non è necessario un positivo e fraudolento comportamento essendo sufficiente la consapevolezza dell’insussistenza del diritto (Cass. 8 ottobre 2007 n. 21019).

E’ quindi corretta in diritto e congruamente motivata la sentenza impugnata che ravvisando nel comportamento del pensionato, il quale, nella richiesta di ricostruzione della pensione, aveva sbarrato la domanda, inserita nel prestampato, relativa alla circostanza dell’eventuale prestazione di lavoro all’estero ovvero della pregressa residenza in territorio straniero, ha ritenuto la sussistenza del dolo dell’assicurato ed ha escluso la ripetizione dell’indebito.

Sulla base delle considerazioni, pertanto, il ricorso va rigettato.

Nulla deve disporsi per le spese del giudizio di legittimità ai sensi dell’art. 152 disp. att. cod. proc. civ. considerato che la nuova disciplina delle spese nei procedimenti in materia di previdenza e assistenza, introdotta dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 11, convertito con modificazioni nella L. 24 novembre 2003, n. 326, trova applicazione ratione temporis, relativamente al giudizio di cassazione, per i soli ricorsi, e non è il caso di specie, conseguenti a fasi di merito introdotte in epoca posteriore all’entrata in vigore dell’indicato D.L. (2 ottobre 2003).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2010

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