Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14336 del 08/07/2020

Cassazione civile sez. I, 08/07/2020, (ud. 10/09/2019, dep. 08/07/2020), n.14336

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18435/2018 proposto da:

O.U., o O.U., elettivamente domiciliato in Roma Via

Torino, 7 presso lo studio dell’avvocato Barberio Laura che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 10/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/09/2019 da Dott. SAN GIORGIO MARIA ROSARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.-Il Tribunale di Roma, con decreto del 10 maggio 2018, ha rigettato il ricorso proposto da O.U. (o O.) nei confronti del provvedimento della competente Commissione Territoriale di diniego della sua domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e delle altre forme di protezione. Il ricorrente aveva dichiarato di aver lasciato la (OMISSIS) per sfuggire alle minacce degli (OMISSIS), appartenenti alla stessa setta cui apparteneva suo padre, i quali, alla morte di costui, avrebbero voluto costringerlo all’affiliazione, e di aver raggiunto prima la Libia, dove aveva subito torture, quindi l’Italia.

Il Tribunale ha ritenuto detta narrazione generica ed inattendibile, non chiarendo essa la ragione per la quale il ricorrente si sarebbe sentito in pericolo in ragione di generiche minacce fino al punto da lasciare il proprio Paese ed i familiari (figlio e fratello minore) senza che gli (OMISSIS) lo avessero mai aggredito. Il racconto non era neanche coerente – osserva il Tribunale – con le fonti che, in materia, non riferiscono di analoghe forme di arruolamento della setta degli (OMISSIS). Il ricorrente non ha, dunque, plausibilmente dedotto, secondo il Tribunale, di poter subire un danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria.

Con riguardo alla ipotesi di cui alla lett. c), il Tribunale ha osservato che nella zona della (OMISSIS) meridionale e del (OMISSIS), di cui fa parte anche lo (OMISSIS), del quale è originario il ricorrente, manca un coinvolgimento nella situazione di incertezza e nei fenomeni di violenza presenti in altre regioni del Paese. Il Tribunale ha pertanto escluso che la condizione della zona di provenienza del ricorrente possa ricondursi alla ipotesi di cui all’art. 14, lett. c richiamato.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha rilevato che il ricorrente non ha allegato, pur nella difficile condizione del Paese di origine, circostanze di particolare vulnerabilità (ragioni di salute, traumi pregressi) che possano assumere rilievo ai fini della protezione umanitaria. Egli ha documentato di essere stato curato in Italia per una frattura al femore e per una bronchite, considerate patologie non gravi. Ha anche affermato di aver subito torture in Libia, circostanza non rappresentata innanzi alla Commissione territoriale, alla quale aveva anzi riferito che un carceriere lo aveva aiutato ad imbarcarsi per l’Italia.

2.-Per la cassazione di tale decreto ricorre O.U. (o O.) sulla base di due motivi. Il Ministero intimato non si è costituito nel giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.-Con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), art. 3, comma 3, e del D.Lgs. n. n. 251 del 2007, art. 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per l’inadempimento dell’obbligo di cooperazione istruttoria incombente sul giudice della protezione internazionale con riguardo alla situazione attuale della (OMISSIS), ed, in particolare, dell'(OMISSIS), ed alla setta degli (OMISSIS). Il Collegio non avrebbe approfondito la situazione attuale del Paese, con particolare riferimento alle minacce ed uccisioni da parte della predetta setta ed alla diffusione dello strumento della tortura.

2.- Il motivo è privo di fondamento.

Il Tribunale si è fatto carico del suo obbligo di cooperazione istruttoria, ed ha dato conto della fonte ufficiale delle informazioni sulla situazione della (OMISSIS), che ha descritto con accuratezza. Ha osservato che, pur permanendo in tale Paese, nonostante l’elezione dell’attuale presidente M.B., la situazione di incertezza e di criticità sotto il profilo del rispetto dei diritti umani, essa si declina in modelli distinti a seconda delle regioni del Paese interessate. Il report EASO del giugno 2017 registra un livello di sicurezza del Paese particolarmente labile nella parte settentrionale e nel sud est, mentre lo (OMISSIS) risulta essere il meno coinvolto in tale situazione, essendo riconducibili le criticità della zona piuttosto alle attività dei cult in ambito universitario, ed al coinvolgimento di numerosi giovani, ad opera di uomini politici, in scontri preelettorali.

E’ sulla base di tale approfondimento istruttorio che il Tribunale ha pertanto escluso che la condizione della zona di provenienza del ricorrente possa ricondursi alla ipotesi di cui all’art. 14, lett. c richiamato. L’attuale ricorrente, attraverso la deduzione della violazione della normativa in materia, tende all’evidenza a conseguire una revisione della valutazione di merito operata dal Tribunale, inibita nella presente sede di legittimità.

3.-Con il secondo motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6 TUI e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, relativo ai presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. In considerazione delle condizioni oggettive del luogo di origine ed anche delle torture subite in Libia il giudicante avrebbe dovuto valutare la vulnerabilità del ricorrente per riconoscergli la protezione umanitaria.

4.-Anche questo motivo è infondato.

Il diritto alla protezione umanitaria non può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani nel Paese di provenienza, come accertato, quanto alla regione della (OMISSIS) di cui è originario il ricorrente, dal Tribunale (ord. n. 17072 del 2018).

Quanto alla denunciata situazione di grave violazione dei diritti umani in Libia, Paese di transito del ricorrente, che ha dedotto di avere subito violenze in detto Stato, è pur vero che il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari (nella disciplina previgente al D.L. n. 113 del 2018, conv., con modif., in L. n. 132 del 2018) costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso, anche considerando le violenze subite nel Paese di transito e di temporanea permanenza del richiedente asilo, potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona (v. Cass., n. 13096 del 2019).

Tuttavia, la deduzione di aver subito violenza in Libia è affetta da totale genericità e quindi non genera alcun obbligo per il giudicante di disporre l’accoglienza, per la non dimostrata sussistenza di una condizione di vulnerabilità. Essa, tra l’altro, è in contraddizione con quanto dichiarato dal ricorrente innanzi alla Commissione territoriale, alla quale lo stesso riferì di essere stato aiutato proprio da un carceriere ad imbarcarsi per l’Italia.

5.- In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedimenti sulle spese del presente giudizio, non avendo l’intimato Ministero svolto attività difensiva. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 10 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2020

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