Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14333 del 25/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/05/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 25/05/2021), n.14333

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30055-2019 proposto da:

NAVAS & C SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata presso la cancelleria della CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa

dall’Avvocato RUSSO ANTONIO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. 06363391001, in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2131/10/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA CAMPANIA, depositata il 11/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CAPRIOLI

MAURA.

 

Fatto

Ritenuto che:

Con la sentenza n. 2131/2019, la Commissione tributaria regionale della Campania (di seguito CTR) respingeva l’appello proposto dalla società Navas & C s.r.l. avverso la pronuncia nr 601/2018 della Commissione tributaria provinciale di Caserta (di seguito CTP), che aveva a sua volta rigettato il ricorso proposto dalla contribuente avverso l’avviso di accertamento con cui erano state recuperata a tassazione importi riportati in fatture emesse nei suoi confronti per violazioni tributarie connesse all’utilizzazione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti.

La CTR motivava il rigetto dell’appello osservando, in buona sostanza, che a fronte degli elementi indiziari, gravi precisi e concordanti forniti dall’Ufficio e concernenti la fittizia fatturazione, la società appellante non aveva fornito validi elementi in senso contrario e, in particolare, l’esistenza delle operazioni sottese alle fatture contestate

La contribuente impugna la sentenza della CTR con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo illustrato da un breve memoria.

L’Agenzia delle entrate si è costituita in giudizio con controricorso.

Diritto

Considerato che:

La contribuente critica la motivazione posta a base della decisione impugnata ritenendola in parte non attinente allo specifico caso concreto ed in parte contraddittoria o assolutamente non condivisibile.

Si sostiene in particolare di aver depositato agli atti le copie della fatture ricevute dalla ditta P. dalle quali si evincerebbe con estrema chiarezza la natura e la consistenza delle prestazioni eseguite nonchè avrebbe dimostrato mediante deposito di stralcio delle scritture contabili di aver correttamente contabilizzato le fatture attive emesse in relazione ai ricavi eseguiti.

Il motivo è inammissibile.

La CTR ha manifestato il proprio convincimento in ordine alla sostanziale tenuta del quadro indiziario fornito con l’avviso di accertamento e alla insufficienza delle prove fornite dalla contribuente la quale si era limitata unicamente a fornire possibili ricostruzioni alternative senza documentare in alcun modo l’infondatezza delle valutazioni indiziarie fatte proprie dal giudice di primo grado. Ha ritenuto al riguardo insufficiente limitarsi a sostenere che la rilevata sproporzione fra volume di affari e ricavi poteva essere spiegata mediante la possibilità di detrazione di spese inesistenti o che le attività di carrozzeria potevano svolgersi presso altre officine trattandosi di ricostruzioni prive di riscontro oggettivo inidoneo a smentire gli assunti dell’Ufficio.

Ha poi rilevato che nessuna prova documentale era stato offerta a supporto della veridicità dei pagamenti effettuati alla ditta P. non essendo sufficienti le dichiarazioni testimoniali prodotte peraltro liberamente valutabili dal giudice ma nel caso concreto insufficienti a superare il quadro indiziario complessivo formatosi all’esito del giudizio di primo grado.

In questo contesto deve ritenersi inammissibile la censura con la quale la ricorrente denuncia sia l’interpretazione e la valutazione che la CTR ha dato delle risultanze istruttorie; sia la mancata o insufficiente valutazione, da parte dello stesso giudice a quo, di altre risultanze istruttorie, compresi alcuni riscontri documentali offerti nel giudizio di merito.

Giova ricordare che in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (Cass. S.U. 8053/2014; Cass. 23940/2017), vizio questo non allegato.

Le censure in questione – che, ratione temporis, vanno iscritte nell’ambito dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella versione novellata dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 – si traducono in asseriti errori di giustificazione della decisione sul fatto, con riferimento al rapporto tra motivazione della sentenza d’appello e dati processuali, ed involgono le correlate questioni della selezione dei dati istruttori offerti o comunque disponibili e dei limiti del controllo del giudice di legittimità sulle estensione della motivazione della decisione impugnata.

Nella giurisprudenza di questa Corte, è costante l’affermazione del principio che il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili ed idonee alla formazione dello stesso (Cass., 07/11/2000, n. 14472; Cass.,10/09/2002, n. 13184; Cass.,12/11/2002, n. 15871; Cass.,07/04/2003, n. 5434; Cass.,09/11/2005, n. 21684; Cass., 20/02/2006, n. 3601; Cass., 21/01/2015, n. 961, in motivazione, al p. 8.1). Nè, comunque, l’osservanza degli artt. 115 e 116 c.p.c. richiede che il giudice di merito dia conto dell’esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettate dalle parti, essendo necessario e sufficiente che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, offrendo una motivazione logica ed adeguata ed evidenziando le prove ritenute idonee a confortarla (Cass., 21/01/2015, n. 961, cit.; Cass., 28/10/2009, n. 22801); mentre devono reputarsi, per implicito, disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo seguito (Cass., 13/01/2005, n. 520).

Dunque il giudice di merito non ha l’obbligo di dare conto espressamente di ogni singolo elemento indiziario o probatorio acquisito in atti, potendo limitarsi a menzionare ed apprezzare, con valutazione logicamente coerente, quei dati istruttori che, in base al giudizio effettuato, risultano essenziali ai fini del decidere.

Pertanto, le predette censure del ricorrente, che imputano al giudice dell’appello di non aver preso espressamente in esame tutti i singoli elementi risultanti in atti, integrano nella sostanza mere censure del merito della decisione, in quanto tendono, implicitamente, a far valere una differente interpretazione del quadro indiziario, sulla base di una diversa valorizzazione di alcuni elementi rispetto ad altri, ciò che non è consentito nel giudizio di legittimità.

Il ricorso va dichiarato inammissibile

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che si liquidano in complessive Euro 2300,00 oltre s.p.a.d. sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

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