Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14326 del 15/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 15/06/2010, (ud. 25/03/2009, dep. 15/06/2010), n.14326

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i

cui uffici è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12;

– ricorrente –

contro

P.S., elettivamente domiciliata in Roma, via Monti Paridi

48, presso lo studio dell’avvocato Giuseppe Marini che la rappresenta

e difende, unitamente all’avvocato Ghilardi Marco, per procure

speciali in calce al controricorso e alla memoria;

– controricorrente –

avverso la decisione n. 68/31/07 della Commissione tributaria

regionale di Firenze, emessa il 5 aprile 2007, depositata l’8

novembre 2007, R.G. 2510/06;

udito l’avvocato Ulisse (per delega dei difensori) per la

controricorrente;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Cons.

Velardi Maurizio;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25 marzo 2010 dal Cons. Dott. Giacinto Bisogni;

rilevato che in data 23 febbraio 2010 è stata depositata relazione

che qui si riporta:

Il relatore Cons. Dott. Giacinto Bisogni.

Letti gli atti depositati:

 

Fatto

OSSERVA

1. La controversia ha per oggetto l’impugnazione da parte della contribuente P.S. dell’avviso di accertamento rideterminativo del reddito da capitale in conseguenza dell’accertamento a carico della s.r.l. Autoci di utili extra contabili che presuntivamente venivano ascritti alle due socie ( P.S. al 40% e C.E. al 60%). La contribuente deduceva di essere una mera intestataria delle quote spettanti in realtà all’amministratore Ci.Fr., rilevava che la presunta distribuzione degli utili non aveva trovato riscontro nell’esame dei suoi conti bancari e contestava che la ristrettezza della base societaria potesse da sola costituire una presunzione grave, precisa e concordante al fine della rideterminazione del reddito da capitale;

2. La C.T.P. di Napoli ha accolto il ricorso e la C.T.R. ha confermato tale decisione;

3. Ricorre per cassazione l’Agenzia delle Entrate con un unico motivo di impugnazione con il quale deduce la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 e art. 38, comma 3, D.P.R. n. 917 del 1986, art. 5 e art. 41, lett. e) nonchè degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

4. La ricorrente formula il seguente quesito di diritto: se in presenza di una società di capitali a ristretta base di partecipazione – due soli soci – operi la presunzione di distribuzione degli utili extra-contabili fra i soci medesimi, senza che tale presunzione trovi fondamento, come preteso dalla CTR sul disposto dell’art. 5 T.U.I.R. che prevede una presunzione legale operante solo con riferimento alle società di persone e che tale presunzione possa essere vinta dalla prova contraria che deve essere fornita dal socio, in ordine ai fatti impeditivi dell’attribuibilità quali l’aver adottato comportamenti per acquisire la conoscenza che siano risultati vani, o volti a far valere la responsabilità dei gestori della società per le anormalità contabili (Cass. 3896/08 e 1906/08), senza che rilevino come elementi probatori idonei, come invece ritenuto dalla CTR, l’assenza, in capo alla contribuente di movimenti l’accertamento a carico dei soci bancari riferibili alla società e la non partecipazione della medesima alle attività gestionali della società.

Ritiene che:

1. il ricorso è fondato in quanto la CTR non ha reso una decisione conforme all’indirizzo consolidato della giurisprudenza di legittimità secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo a quelli di capitale, nel caso di società a ristretta base sociale è legittima la presunzione di distribuzione ai soci degli utili extracontabili, la quale non viola il divieto di presunzione di secondo grado, poichè il fatto noto non è costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi induttivamente accertati nei confronti della società, ma dalla ristrettezza della base sociale e dal vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci che, in tal caso, normalmente caratterizza la gestione sociale. Affinchè, però, tale presunzione possa operare occorre, pur sempre, sia che la ristretta base sociale e/o familiare – cioè il fatto noto alla base della presunzione – abbia formato oggetto di specifico accertamento probatorio, sia che sussista un valido accertamento a carico della società in ordine ai ricavi non contabilizzati, il quale costituisce il presupposto per l’accertamento a carico dei soci (Cassazione civile sezione 5^ n. 9519 del 22 aprile 2009);

2. sussistono i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso.

ritenuto che tale relazione appare pienamente condivisibile anche alla luce di quanto fatto rimarcare dalla difesa della controricorrente con la memoria depositata per l’udienza del 25 marzo 2010. Infatti la circostanza per cui la Guardia di Finanza non abbia rinvenuto tracce documentali dell’attribuzione di utili societari non dichiarati a favore della controricorrente e quella per cui l’amministratore si sia assunto ogni responsabilità per la gestione e la movimentazione del denaro della società non costituiscono, contrariamente a quanto preteso dalla controricorrente, un accertamento (e tantomeno un accertamento da considerarsi passato in giudicato) in ordine all’estraneità di P.S. alla società. Tali circostanze devono pertanto essere valutate nuovamente dalla C.T.R. alla luce della giurisprudenza citata ai fini di considerare, o meno, pienamente assolto l’onere probatorio gravante sul soggetto che risulta titolare di una grande parte del capitale della società a ristretta base sociale;

il ricorso deve essere accolto con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla C.T.R. della Toscana che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della C.T.R. della Toscana che deciderà anche sulle spese processuali del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 25 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2010

 

 

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