Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14312 del 08/06/2017

Cassazione civile, sez. lav., 08/06/2017, (ud. 21/02/2017, dep.08/06/2017),  n. 14312

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29664/2010 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

R.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4873/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/12/2009 R.G.N. 7774/2008.

Fatto

RILEVATO

Che la Corte d’appello di Roma con sentenza depositata il 3.12.09, ha ritenuto illegittimo, per essere stato stipulato oltre il 30.4.98, il contratto a termine intercorso tra la società Poste Italiane e R.M. il 4.10.00 (per esigenze eccezionali conseguenti i processi di riorganizzazione in corso ex art. 8 del c.c.n.l. 1994), confermando la condanna, contenuta nella sentenza impugnata, al risarcimento del danno pari alle retribuzioni perdute dalla data del recesso sino alla riammissione in servizio.

Che avverso tale sentenza la società Poste Italiane ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, mentre la R. è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

Che la società Poste si duole (con i primi quattro motivi) del ritenuto limite temporale (al 30.4.98) di efficacia della contrattazione collettiva delegata L. n. 56 del 1987, ex art. 23, oltre ad insufficiente motivazione sul punto ed inoltre della misura risarcitoria stabilita dal Tribunale e confermata dalla sentenza impugnata, invocando sul punto la L. n. 183 del 2010, art. 32 (quinto motivo).

Che la censura in ordine al limite temporale di efficacia degli accordi sindacali delegati L. n. 56 del 1987, ex art. 23, è infondata in base al consolidato orientamento di questa Corte (ex plurimis, Cass. 9 giugno 2006 n. 13458, Cass. 20 gennaio 2006 n. 1074, Cass. 3 febbraio 2006 n. 2345, Cass. 2 marzo 2006 n. 4603).

Che la censura in ordine alla misura risarcitoria è fondata, avendo la L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, stabilito che “Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nella L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 8”.

Che la L. n. 92 del 2012, all’art. 1 comma 13, con chiara norma di interpretazione autentica ha poi disposto: “La disposizione di cui al interpreta nel senso che l’indennità ivi prevista ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro”.

Che le S.U. di questa Corte (sent. n. 21691/2016) hanno stabilito che tale disciplina si applica anche ai giudizi in corso quale che sia l’epoca della sentenza impugnata e del ricorso per cassazione, salvo il limite del giudicato, nella specie insussistente.

Che per tali ragioni la sentenza impugnata va cassata in ordine alla determinazione della misura risarcitoria, con rinvio ad altro giudice per la sua quantificazione alla luce della L. n. 183 del 2010, predetto art. 32, per il periodo compreso tra la scadenza del termine e la sentenza che ha ordinato la ricostituzione del rapporto (cfr. Cass. n. 14461/15), con interessi e rivalutazione a decorrere dalla detta pronuncia (cfr. Cass. n. 3062/16), oltre che per la determinazione delle spese, comprese quelle inerenti il presente giudizio di legittimità.

PQM

 

La Corte rigetta i primi quattro motivi di ricorso ed accoglie, nei sensi di cui in motivazione, il quinto; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 21 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2017

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