Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14306 del 15/06/2010

Cassazione civile sez. II, 15/06/2010, (ud. 13/05/2010, dep. 15/06/2010), n.14306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

Avv. G.M.L., rappresentato e difeso da se medesimo, per

legge domiciliato presso la Cancelleria civile della Corte di

cassazione;

– ricorrente –

contro

N.A.;

– intimato –

avverso il provvedimento della Corte d’appello di Firenze in data 4

novembre 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13 maggio 2010 dal Consigliere relatore Dott. GIUSTI Alberto.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 8 marzo 2010, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.: “L’Avv. G.L.M. ricorre per cassazione avverso il provvedimento in data 4 novembre 2008 con cui la Corte d’appello di Firenze liquidava le spese del procedimento di liquidazione della notula, ai sensi della L. 13 giugno 1942, n. 794, in complessivi Euro 1.100 (oltre spese forfettarie ed accessori di legge), di cui Euro 300 per il primo grado, Euro 500 per il giudizio di cassazione ed Euro 300 per il giudizio di riassunzione. Il ricorso per cassazione, notificato il 5 maggio 2009, è affidato a tre motivi.

L’intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il primo motivo (violazione di legge; violazione della statuizione sulla liquidazione delle spese giudiziali -violazione del D.M. 8 aprile 2004, n. 127) si conclude con il seguente quesito: “voglia la Corte dichiarare violata la tariffa professionale di cui al D.M. 8 aprile 2004, n. 127, secondo le censure svolte dal ricorrente, in merito alla liquidazione delle spese di tutte le fasi del giudizio effettuata dalla Corte d’appello di Firenze nel provvedimento impugnato, e pertanto voglia liquidare, in rispetto delle tariffe rispettivamente vigenti, le spese e i diritti e gli onorari dei vari gradi delle procedure secondo i criteri di cui al D.M. 8 aprile 2004, n. 127″.

Il motivo è inammissibile per inidoneità del quesito di diritto, non essendo lo stesso formulato secondo le prescrizioni di cui all’art. 366-bis c.p.c.. Secondo questa disposizione, il quesito che il ricorrente è chiamato a formulare, per rispondere alle finalità della norma, deve esser tale da consentire l’individuazione del principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato e, correlativamente, di un diverso principio la cui auspicata applicazione ad opera della Corte di cassazione sia idonea a determinare una decisione di segno diverso (Cass., Sez. 1, 22 giugno 2007, n. 14682). Nella specie, invece, il quesito contiene soltanto conclusioni di soluzione della lite e l’indicazione delle norme asseritameli te violate, ma non enuncia alcun principio di diritto, diverso da quello posto a base del provvedimento impugnato, tale da implicare un ribaltamento della decisione adottata.

Anche il secondo ed il terzo motivo sono inammissibili. Con essi si denuncia un vizio di motivazione, ma non è rispettato l’onere della conclusiva indicazione del fatto controverso, imposto dal citato art. 366-bis c.p.c.. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 3, 7 aprile 2008, n. 8897), allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso,, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo”.

Considerato che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra, alla quale non sono stati mossi rilievi critici;

che, pertanto, il ricorso deve essere inammissibile;

che non vi è luogo ad alcuna pronuncia sulle spese, non avendo l’intimato svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 13 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2010

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