Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14300 del 08/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 08/06/2017, (ud. 22/12/2016, dep.08/06/2017),  n. 14300

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17391-2012 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.E.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2831/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 18/04/2012 R.G.N. 992/08;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/12/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’Avvocato MONICA GRASSI per delega avvocato ARTURO MARESCA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA MARCELLO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO del PROCESSO

Il ricorso di cui è processo, proposto da Poste Italiane S.p.a. avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma, n. 2831/28 marzo – 18 aprile 2012, riguarda la riassunzione in servizio di C.E.M., la cui domanda (accolta, sia in primo che in secondo grado) ineriva al vantato diritto a vedersi riammesso in servizio presso l’originario ufficio postale, dove era stato assunto con contratto a tempo determinato, poi dichiarato nullo, con altra sentenza, limitatamente all’apposizione del termine finale, con conseguente conversione a tempo indeterminato e condanna della società convenuta alla riammissione in servizio.

Pertanto, era stata accolta la domanda del dipendente in ordine alla dedotta illegittimità del trasferimento di sede da (OMISSIS) ad (OMISSIS). Secondo la Corte di Appello, non risultava debitamente provata da POSTE ITALIANE, che ne aveva l’onere, l’osservanza di quanto previsto dall’accordo sindacale in data 29 luglio 2004, riguardo alle modalità e possibilità di riammissione in servizio dei dipendenti interessati da provvedimenti giudiziali in tema di contratti a tempo determinato, dichiarati illegittimi quanto al termine finale, con conseguente condanna al ripristino del rapporto. In particolare, i giudici di merito ritenevano la prodotta documentazione insufficiente a dimostrare che nella provincia di Roma e nella regione Lazio vi fosse una situazione di eccedentarietà per copertura di posti superiore al 109%.

Avverso la sentenza di appello, notificata il 16 maggio 2012, ha proposto ricorso per cassazione POSTE ITALIANE S.p.a. con atto in data 13-19 luglio 2012, affidato ad un solo motivo, censurando le motivazioni, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in forza di cui la Corte di Appello aveva considerato insufficiente la prova documentale prodotta da essa resistente – appellante.

C.E.M. è rimaste intimato.

La ricorrente, in seguito, ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso di POSTE ITALIANE ripercorre non del tutto chiaramente il precedente iter processuale, allegando altresì materialmente documentazione a sostegno delle sue deduzioni, perciò senza la sintetica esposizione sommaria dei fatti di causa (invece richiesta a pena d’inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3. Cfr. Cass. sez. un. civ. n. 5698 – 11/04/2012, secondo cui la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti processuali è, per un verso, del tutto superflua, non essendo affatto richiesto che si dia meticoloso conto di tutti i momenti nei quali la vicenda processuale si è articolata; per altro verso, è inidonea a soddisfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti, in quanto equivale ad affidare alla Corte, dopo averla costretta a leggere tutto, la scelta di quanto effettivamente rileva in ordine ai motivi di ricorso. V. inoltre più recentemente Cass. Sez. 6 – 3, n. 3385 del 22/02/2016, secondo cui il ricorso per cassazione redatto per assemblaggio, attraverso la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale, contenuto degli atti processuali, è carente del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3), che non può, a fronte dell’utilizzo di tale tecnica, neppure essere desunto, per estrapolazione, dall’illustrazione del o dei motivi.

V. ancora Cass. Sez. 5, n. 18363 del 18/09/2015: la tecnica di redazione mediante integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un’esposizione dei fatti non sommaria, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, e comporta un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicchè è sanzionabile con l’inammissibilità, a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri ed in relazione ai singoli motivi).

Invero, nella specie, la ricorrente, previo l’anzidetto copioso assemblaggio di documenti, soltanto a pag. 17 e ss. accenna, ma non del tutto univocamente e con la dovuta precisione, richiamando l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (secondo il testo nella specie ratione temporis applicabile, con riferimento alla sentenza impugnata, depositata il 18-04-2012), a doglianze in termini di omessa insufficiente o contraddittoria motivazione, riguardo alla mancata contestazione dei dati offerti dalla resistente ed al fatto che la Corte di Appello avrebbe omesso di valutare attentamente i prospetti forniti da parte convenuta ed allegati ai capitoli di cui alla narrativa in fatto riportata, idonei a dimostrare la legittimità del trasferimento: in questi termini i giudici di merito avrebbero dovuto leggere i capitoli 1-24 della memoria in primo grado ritrascritti, articolati da essa ricorrente ad integrazione della documentata legittimità dell’operazione, ai fini della valutazione della loro rilevanza e ammissibilità, e per cui era stata già chiesta sin dal primo grado prova testimoniale. In proposito, quindi, la società ricorrente ha evidenziato che la Corte capitolina si era limitata ad affermare che non era stato dimostrato, mediante idonea documentazione, che nella provincia di Roma e nel Lazio vi fosse una situazione di eccedentarietà per copertura di posti superiore al 109%, donde il vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, non avendo la Corte di merito dato adeguatamente conto dell’iter logico-motivazionale sotteso alla ratio decidendi, con ciò palesando una mancata adeguata valutazione e/o apprezzamento dei dati offerti in produzione ad opera di Poste Italiane anche alla luce dell’art. 37 del c.c.n.l., costituendo la condizione di eccedentarietà del comune di riammissione ragione di carattere tecnico, organizzativo e produttivo cristallizzata nell’ambito dell’accordo sindacale in data 2907-2004 come condizione necessaria e sufficiente ai fini del trasferimento. Inoltre, la Corte distrettuale aveva omesso di motivare adeguatamente sulla mancata ammissione delle pur reiterate richieste istruttorie avanzate tempestivamente dalla società, segnatamente in relazione alle articolate prove testimoniali.

Dunque (cfr. pag. 21 del ricorso), il fatto controverso era rappresentato dalla mancata valutazione delle istanze istruttorie e dei documenti allegati da parte convenuta. Tale fatto era decisivo perchè avrebbe consentito di provare la legittimità del trasferimento dell’attore, ed in particolare che al momento della riammissione in servizio del C. la situazione del Comune di Roma era satura ed eccedentaria, non consentendo l’assunzione di alcun lavoratore con mansioni di portalettere, nonchè l’effettiva sussistenza di ragioni di carattere organizzativo relative sia all’ufficio di provenienza ((OMISSIS)) che all’ufficio di destinazione ((OMISSIS)) del C., sicchè la domanda di costui sarebbe stata respinta. Orbene, a parte le evidenziate carenze di carattere formale, ma rilevanti ex cit. art. 366, anche nel merito le succitate doglianze vanno disattese, siccome inconferenti ed infondate nei seguenti termini.

Ed invero, nella pronuncia de qua non è dato cogliere alcuna significativa e rilevante pretermissione, rilevante ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, secondo il testo qui applicabile).

Infatti, la Corte di merito ha, insindacabilmente in questa sede di legittimità, ritenuto infondata la doglianza di parte appellante, che assumeva di aver provato la situazione di eccedenza. In particolare, previo esame della missiva della società Poste in data 5 aprile 2006 (che ripristinava il rapporto di lavoro presso il Comune di (OMISSIS), in provincia di Ascoli Piceno, invece che a Bracciano), la Corte ha in primo luogo osservato come l’onere probatorio di legittimo trasferimento, ex art. 2103 c.c., fosse a carico di parte datoriale, e non già del lavoratore, onere probatorio però non assolto da parte della società, di guisa era infondato anche il secondo motivo di appello (senza peraltro considerare che, trattandosi, nella specie, di esecuzione della menzionata sentenza di accertamento di nullità, parziale, con conseguente conversione, il ripristino di fatto del rapporto sarebbe comunque dovuto avvenire presso l’originario posto di lavoro, salvo successivo eventuale trasferimento).

Inoltre, la Corte di Appello ha pure dettagliatamente richiamato l’accordo sindacale del 29 luglio 2004 (secondo cui in ogni caso le risorse riammesse in servizio con provvedimento giudiziale andavano inserite presso l’originaria struttura, verificando, quindi, al momento della riammissione l’azienda se presso tale struttura rientrasse nell’elenco di quelle risultanti eccedentarie sulla base dei condivisi ed indicati criteri = strutture ubicate nei comuni dove la percentuale di personale stabile operante sulle zone di recapito fosse superiore al 109%, di cui ad elenchi mensilmente aggiornati da consegnarsi alle OO.SS.. Inoltre lo stesso accordo, prevedeva che in caso di riammissione presso uno dei comuni eccedentari, l’azienda avrebbe provveduto al trasferimento in altri comuni non presenti nell’elenco, con priorità di assegnazione verso comuni secondo l’indicata sequenza – nella medesima provincia, nella stessa regione, nelle regioni limitrofe, nelle altre regioni).

Pertanto, i giudici di appello hanno rilevato che, stante il chiaro tenore delle riportate disposizioni pattizie, dalle stesse allegazioni della società appellante emergeva che l’adibizione presso la sede di (OMISSIS) era avvenuta in violazione dell’accordo. Infatti, non era stato dimostrato, tramite idonea produzione documentale, che nella provincia di Roma e che nel Lazio vi fosse una situazione di eccedentarietà per copertura di posti superiore la 109%, laddove soltanto il criterio, nei sensi e nelle modalità precisate nell’accordo sindacale, avrebbe potuto legittimare il trasferimento. Per contro, l’elenco prodotto da parte resistente in primo grado conteneva una serie di nomi di Comuni asseritamente eccedentari, mancando però completamente un’indicazione in ordine al numero di posti in organico ed ai criteri con i quali tale organico, sul quale considerare il 109%, fosse stato determinato, nonchè la fonte di provenienza delle informazioni elaborate. Inoltre, la sentenza de qua aggiungeva che parte appellante non aveva fornito alcun elemento che consentisse di eseguite tale verifica, mentre soltanto il positivo riscontro dell’eccedenza, nei termini indicati dallo stesso accordo, avrebbe permesso di accertare l’effettiva sussistenza delle ragioni tecniche, organizzative e produttive utili a giustificare il trasferimento. Per di più, le rilevata carenza di allegazione rendeva inammissibile, così come già rilevato in prime cure, la prova testimoniale, articolata invece con riferimento a circostanze del tutto generiche. Infine, la sentenza di appello, ha osservato che negli accordi del 29 luglio 2004 le esigenze strutturali per la copertura dei servizi erano state considerate mediante la garantita immissione in possesso di personale non flessibile, perciò senza alcun cenno alla riammissione in servizio dell’ex personale a termine, disciplinata invece in una successiva specifica parte del suddetto accordo.

Alla stregua delle anzidette esaurienti argomentazioni, appare evidentemente e logicamente motivato il convincimento della Corte di merito circa la ratio decidendi della impugnata pronuncia, di guisa che non si rileva alcun fatto significativo e decisivo, pretermesso nell’esame compiuto dal collegio giudicante. In tali sensi appaiono del tutto irrilevanti, ex art. 360 c.p.c., le dissenzienti opinioni di parte ricorrente, quindi anche per quanto concerne la diversa lettura dei documenti menzionati nella gravata sentenza. E parimenti sufficientemente motivata appare la confermata decisione di non ammettere il mezzo istruttorio invocato dalla società, in base alla rilevata carente allegazione di precisi dati e circostanze, con conseguente inutile svolgimento della prova testimoniale, poichè articolata genericamente.

Va ancora ricordato (cfr. più recentemente Cass. 1 civ. n. 16526 del 5/8/2016) che in tema di ricorso per cassazione per vizi della motivazione della sentenza, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (v. altresì Cass. sez. 6 – 5, n. 91 del 7/1/2014, secondo cui per l’effetto la Corte di Cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito. Conformi Cass., n. 15489 del 2007 e n. 5024 del 28/03/2012. V. altresì Cass. 1 civ. n. 1754 del 26/01/2007, secondo cui il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. Conforme Cass. n. 3881 del 2006. V. ancora Cass. n. 7394 del 26/03/2010, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, qualora esso intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata. In caso contrario, infatti, tale motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. In senso analogo v. anche Cass. n. 6064 del 2008 e n. 5066 del 5/03/2007).

Circa, poi, la pretesa mancata contestazione dei dati offerti dalla società, va osservato che ad ogni modo la questione presuppone una specifica enunciazione di quanto allegato dall’attore, soprattutto in primo grado, con l’atto introduttivo e poi nel corso del giudizio; ciò che non emerge dal poco chiaro e carente ricorso della società, che quindi anche sotto tale profilo appare insufficientemente formulato.

Dunque, il ricorso va respinto. Nulla deve, infine, provvedersi circa le spese di questo giudizio, risalente all’anno 2012, nonostante la soccombenza della società, atteso che il C. è rimasto intimato perciò senza svolgere alcuna difesa nel proprio interesse.

PQM

 

la Corte RIGETTA il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 22 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2017

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