Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14293 del 25/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/05/2021, (ud. 11/03/2021, dep. 25/05/2021), n.14293

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28012-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

D.C.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA EMANUELE

GIANTURCO 6, presso lo studio dell’avvocato FILIPPO SCIUTO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALESSIO GIULIO

CAVAGNARO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 569/2/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA LIGURIA, depositata il 16/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURA

CAPRIOLI.

 

Fatto

Ritenuto che:

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza n. 569 del 2018 emessa dalla CTR della Liguria sostenendo che al D.C.A. era stato notificato avviso di accertamento relativo all’anno d’imposta 2009, con il quale, rideterminandosi un maggior reddito imponibile, erano richieste maggiori imposte ai fini Irpef, addizionale regionale e comunale, oltre che comminate le sanzioni.

L’accertamento era stato eseguito con metodo sintetico del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, sulla base del rilevato conseguimento di incrementi patrimoniali generati da un atto di compravendita immobiliare del complessivo valore di Euro 250.000,00.

Il contribuente, che invece sosteneva che la compravendita dissimulava una donazione e pertanto era negozio inidoneo a dimostrare un maggior reddito, adiva la Commissione Tributaria Provinciale di Genova, che con sentenza n. 1453/2015 accoglieva il ricorso.

La Commissione Tributaria Regionale della Liguria, con la sentenza ora impugnata, confermava la decisione rigettando l’appello dell’Ufficio.

La Commissione Tributaria Regionale della Liguria, con la sentenza ora impugnata, confermava la decisione rigettando l’appello dell’Ufficio.

Con un unico motivo, illustrato da memoria, l’Agenzia si duole della pronuncia del giudice regionale per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600, art. 38, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere erroneamente ritenuto fornita dal contribuente la prova contraria del maggior imponibile contestato sulla base dell’allegazione della natura simulata del contratto documentata dal mancato incasso da parte dei venditori (madre e fratello dell’acquirente) degli assegni staccati per pagare il prezzo.

Si è costituita la contribuente, contestando, con controricorso illustrato da memoria, l’avverso ricorso e chiedendone il rigetto.

Diritto

Considerato che.

Con l’unico motivo l’Agenzia si duole della pronuncia del giudice regionale, ritenendo che l’atto di compravendita, su cui l’Ufficio aveva fondato l’accertamento sintetico, non fosse espressione di imponibile non dichiarato, dissimulando un atto di donazione.

In sintesi l’Agenzia sostiene che gli elementi prodotti dal contribuente non fossero idonei a fornire la prova contraria dell’accertamento induttivo collegato, secondo la prospettazione dell’Ufficio accertatore, alla spesa sostenuta per

l’acquisto della proprietà immobiliare. A tal fine evidenzia che la mancata riscossione degli assegni non può costituire prova della natura simulata dell’operazione conclusa.

Ciò premesso, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, prevede testualmente: “l’Ufficio…. può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.”.

Sulla configurabilità della prova contraria la giurisprudenza di questa Corte è intervenuta ripetutamente, perimetrandone l’area. Innanzitutto per chiarire il significato da attribuire alle fonti reddituali cui il contribuente può ricorrere per contraddire l’accertamento fiscale, ed in particolare, oltre che su quelli percepiti in un periodo d’imposta diverso, quelli esenti e quelli soggetti a ritenuta alla fonte. A tal fine infatti, con il rigore interpretativo necessario ad evitare aperture indefinite alla prova (a fronte della circostanza che la rilevazione di una capacità di spesa incoerente con i redditi dichiarati è indice già circoscritto di redditi occultati), si è affermato che qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, – ratione temporis vigente – non riguarda la disponibilità in sè di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (cfr. sent. n. 25104/2014; 6813/2009; 14885/2015; 22944/2015; 1332/2016; 1510/2017; Cass. 2018 nr 30066).

E’ stato altresì chiarito che la sottoscrizione di un atto pubblico, quale l’atto di compravendita, contenente la dichiarazione di pagamento di una somma di denaro da parte del contribuente, può costituire elemento sulla cui base determinare induttivamente il reddito in forza di presunzioni semplici, applicabili dall’ufficio nell’ipotesi di accertamento sintetico, risalendo dal fatto noto e quello ignoto, senza che possa ravvisarsi la violazione del principio costituzionale della capacità contributiva, di cui all’art. 53 Cost..

In tale caso infatti è sempre consentita, sebbene con onere a carico del contribuente, la prova contraria in ordine al fatto che manca del tutto una disponibilità patrimoniale, in ragione della natura simulata dell’atto stipulato, sicchè esso ha natura solo apparentemente onerosa mentre il negozio dissimulato ha causa gratuita.

In tale caso infatti è sempre consentita, sebbene con onere a carico del contribuente, la prova contraria in ordine al fatto che manca del tutto una disponibilità patrimoniale, in ragione della natura simulata dell’atto stipulato, sicchè esso ha natura solo apparentemente onerosa mentre il negozio dissimulato ha causa gratuita. Da ciò infatti consegue la sola mera apparenza della ulteriore capacità contributiva evincibile dal negozio simulato (Cass., sent. n. 8665/2002; 9455/2004; 5991/2006).

Ciò posto, occorre sempre chiarire con quale prova il contribuente dovrà in concreto dimostrare la natura gratuita del negozio dissimulato.

Non è certo sufficiente la sola esibizione di documentazione bancaria, che se dalla giurisprudenza di legittimità trova pieno ingresso ai fini della dimostrazione del possesso di altri redditi esenti o assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (cfr. Cass., ord. 12026/2018; 7258/2017), e ciò per l’idoneità alla prova della natura e della provenienza della provvista utilizzata per l’acquisto, nel caso di specie può costituire al più uno degli indizi da allegare, insufficiente però quando sia il solo. Infatti, se si invoca la gratuità del negozio, l’assenza di riscontri della provvista nella documentazione bancaria non impedisce di ritenere che essa sia stata diversamente ed occultamente acquisita, a tal fine correttamente deducendosi che “in materia di simulazione negoziale, specie con riguardo al pagamento del prezzo, la prova negativa costituita dalla documentazione bancaria è di per sè stessa inidonea a dimostrare la diversa causa negoziale sottostante al tipo formalizzato, atteso che le risultanze degli estratti conto non hanno alcuna attinenza certa e causalmente efficiente rispetto all’adempimento dell’obbligazione del prezzo, nel negozio, simulato come oneroso che si assume celarne uno gratuito, atteso che la provvista necessaria all’adempimento del prezzo può provenire dalle tante altre fonti, e può avere come sua destinazione tanti altri canali, non esauribili – nè quelle ne questi – in quelli bancari.” (cfr. sent. 8665/2002.).

Ciò premesso, nel caso di specie il giudice regionale non si è attenuto ai principi sopra enunciati riconoscendo valore indiziario ad un elemento (il mancato incasso degli assegni) inidoneo a superare la presunzione correlata all’accertamento induttivo che era stato legittimanente fondato sull’intervenuto incremento patrimoniale conseguente alla compravendita immobiliare conclusa nell’anno 2009.

Inoltre non ha fatto buon governo del riparto probatorio addossando alla Amministrazione finanziaria l’onere di dimostrare l’effettività delle disponibilità finanziarie della parte acquirente.

Il ricorso va accolto e la sentenza va cassata e rinviata alla CTR della Liguria in diversa composizione per un nuovo esame alla luce delle considerazioni sopra esposte e per la liquidazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR della Liguria anche per le spese di legittimità.

Così deciso in Roma, il 11 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

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