Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14286 del 08/06/2017


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Cassazione civile, sez. II, 08/06/2017, (ud. 01/03/2017, dep.08/06/2017),  n. 14286

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18025-2013 proposto da:

N.M.T., (OMISSIS), + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

FI.DI.MA., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE G.

MAZZINI 119, presso lo studio dell’avvocato MARIA GRAZIA BATTAGLIA,

che la rappresenta difende unitamente all’avvocato STEFANO CRIVELLO;

– controricorrente –

e contro

FI.PA., + ALTRI OMESSI

– intimati –

avverso la sentenza n. 172/2013 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI

sezione distaccata di SASSARI, depositata il 09/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/03/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che con la sentenza depositata il 9 maggio 2013 la Corte d’appello di Cagliari, Sezione Distaccata di Sassari, confermò la sentenza parziale emessa dal Tribunale di Tempio Pausano del 29 marzo 2011, con la quale, ricorda la statuizione d’appello, era stata rigettata “la domanda di collazione degli immobili di cui ai detti atti pubblici; (era stata dichiarata) la simulazione relativa dell’atto pubblico di compravendita 13 aprile 1987, dissimulante una donazione in favore di F.M.A.; (era stata disposta) la collazione dell’immobile di cui al detto atto pubblico nonchè agli atti pubblici di donazione 27 novembre 1980, 3 dicembre 1980 e 18 febbraio 1981; (era stata rigettata) la domanda di indennità di occupazione; il de cuius F.P. (era stato dichiarato) proprietario per usucapione dei beni immobili di cui all’atto di compravendita del 17 marzo 1989, di cui (era stata dichiarata) l’inefficacia; (erano state dichiarate) inammissibili le domande proposte da F.N.F.; (era stata rigettata) la domanda di retratto successorio avanzata dall’attrice”;

ritenuto che F.G., + ALTRI OMESSI

considerato che con la esposta doglianza i ricorrenti lamentano la violazione dell’art. 115 c.p.c., in correlazione con l’art. 360 c.p.c., n. 4), evidenziando, in sintesi, che: Fi.Di.Ma. non era legittimata ad esperire l’azione di riduzione e, comunque, era priva di interesse, per non avere acquisito la qualità di erede, la quale non poteva ricollegarsi alla dichiarazione di successione, che comunque non era stata prodotta e in ordine alla quale non era stato dimostrato che fosse stata firmata dalla predetta; la sentenza aveva errato nel reputare che l’odierna resistente, unitamente agli altri coeredi, fosse succeduta nel possesso, trattandosi di affermazione avulsa dalle risultanze processuali e contrastante con la stessa domanda avanzata dalla predetta, con la quale aveva chiesto reintegrarsi la quota di legittima; non era stato dimostrato l’animus domini in capo al dante causa della controparte, F.P., avendo anzi, trovato riscontro l’esercizio della piena signoria sui beni da parte di F.A.P., il quale aveva compiuto atti di disposizione; erano state tratte conclusioni immotivate dalle dichiarazioni testimoniali di F.L., nipote del formale intestatario dei terreni; non si era adeguatamente valorizzato il fatto che F.A.P. aveva dichiarato, nell’atto pubblico del 17 marzo 1989, con riferimento al terreno in località (OMISSIS), di trovarsi nel possesso da oltre vent’anni, senza fare riferimento ai titoli di acquisto di cui agli atti del 1965 e del 1967; erano state erroneamente apprezzate le dichiarazioni rese dalle parti in sede di interrogatorio formale, tenuto conto che le stesse refluivano su circostanze variamente rilevanti in relazione alla posizione di ognuno dei dichiaranti; si era dato rilievo all’affermazione di F.P., palesemente diretta a sconfessare il diritto vantato dai ricorrenti; non l’attendibilità dei testi, i quali, potevano essere in condizione apprezzabili, nè la sentenza incongruenze emerse;

considerato che il motivo si era adeguatamente ponderata anche per ragioni anagrafiche, non di rendere affermazioni genuine ed aveva avuto cura di rilevare le nel suo insieme inammissibile per il concorrere di una pluralità di ragioni, ognuna delle quali idonea a sostenere l’assunto, ed in particolare:

a) l’evocazione della norma posta come violata (l’art. 115 c.p.c.) appare largamente immotivata ed ingiustificata, dovendosi escludere, salvo le ipotesi, che qui non ricorrono, di valutazione contra legem di prove a valenza predefinita o l’introduzione e utilizzazione di prove illegali, che attraverso l’appiglio meramente formale della indicazione della norma ipotizzata come violata, la complessiva rivalutazione della ricostruzione fattuale effettuata dalla Corte territoriale, che impinge nelle preclusioni del giudizio di legittimità, essendosi più volte chiarito che la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione (qui non sollevato) di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (nel caso, peraltro, secondo il nuovo e restrittivo testo introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134);

b) il ricorso si presenta largamente aspecifico, proteso a riconfermare il diritto che si assume essere stato ingiustamente negato, senza, tuttavia, peritarsi di puntualmente porre in ragionata contestazione gli argomenti utilizzati dalla sentenza impugnata per giungere all’epilogo indesiderato (cfr., da ultimo, fra le tante, Sez. 3, n. 12280, 15/6/2016, Rv. 640307);

c) sottopone al giudizio di legittimità, peraltro, in forma non sempre univocamente comprensibile, una congerie di emergenze che non possono che essere estranee ad un tale giudizio, il quale, salvo la puntuale allegazione dell’atto, giudicato rilevante, non può condurre il proprio scrutinio oltre il testo della sentenza impugnata (cfr., fra le tante, Sez. L., n. 1707, 23/1/2009, Rv. 606290);

d) il controllo di legittimità sulle pronunzie dei giudici di merito demandato alla Corte Suprema di Cassazione non è configurato come terzo grado di giudizio, nel quale possano essere ulteriormente valutate le istanze e le argomentazioni sviluppate dalle parti ovvero le emergenze istruttorie acquisite nella fase di merito, ma è preordinato all’annullamento delle pronunzie viziate da violazione di norme sulla giurisdizione o sulla competenza o processuali o sostanziali, ovvero viziate da omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione (nel testo del citato n. 5 oramai in vigore solo ratione temporis), e che le parti procedano a denunziare in modo espresso e specifico, con puntuale riferimento ad una o più delle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nelle forme e con i contenuti prescritti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, con la conseguenza che è inammissibile il ricorso prospettante una sequela di censure non aventi ad oggetto uno dei suindicati vizi e non specificamente argomentate con riferimento ai medesimi, bensì volte esclusivamente a contrapporre acriticamente, senza sviluppare alcuna argomentazione in diritto, soluzioni diverse da quelle desumibili dalla sentenza impugnata (Sez. 2, n. 1317, 26/1/2004, Rv. 569661); ed appunto, il ricorso qui al vaglio, almeno in larga parte, peraltro attraverso un narrato spesso involuto, o comunque, evocante sottostanti vicende qui, come si è già detto, inconoscibili, riversando una promiscuità irriducibile di lamentele, non fa altro che dolersi, in definitiva, dell’epilogo, dimenticando che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito, con la conseguenza che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito (Sez. 6-5, n. 19959, 22/9/2014, Rv. 632466);

considerato che le spese legali debbono seguire la soccombenza e possono liquidarsi siccome in dispositivo, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle attività espletate;

considerato che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge, per ciascuno dei gruppi di ricorrenti facenti capo ai due separati controricorsi.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2017

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