Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14274 del 08/06/2017


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Cassazione civile, sez. III, 08/06/2017, (ud. 07/04/2017, dep.08/06/2017),  n. 14274

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. POTISANO Gabriele – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13412-2015 proposto da:

C.F., C.C., elettivamente domiciliati in

Roma, Via Luigi Luciani n. 1, presso lo studio dell’avv. Daniele

Mancabitti, che li rappresenta e difende unitamente all’avv.

Fabrizio Tomaselli giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

CA.FR., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA M.

PRESTINARI 13, presso lo studio dell’avvocato PAOLA RAMADORI, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati SILVANO VENTURI,

FIORENZO BERTUZZI, GIANPAOLO SINA giusta procura speciale a margine

del controricorso;

– controricorrente-

avverso la sentenza n. 1375/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 20/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/04/2017 dal Consigliere Dott. SESTINI DANILO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.F. e C.C. agirono avanti alla Sezione Specializzata Agraria del Tribunale di Brescia per sentir accertare la simulazione di un contratto di affitto agrario stipulato in data 3.2.1986 dal loro padre C.G. (nel frattempo deceduto) con Ca.Fr.; chiesero la restituzione del fondo, oltre al pagamento di un indennizzo per indebita occupazione e al risarcimento del danno per il degrado subito dagli immobili in conseguenza dell’incuria del Ca.Fr..

Il Tribunale rigettò le domande dei ricorrenti (rilevando che, stanti i limiti derivanti dall’art. 1417 c.c., la prova della simulazione avrebbe dovuto essere fornita a mezzo di controdichiarazione scritta) e dichiarò improponibile la riconvenzionale di risarcimento danni proposta dal resistente.

La Corte di Appello ha confermato la decisione di primo grado. Ricorrono per cassazione i C., affidandosi a tre motivi; resiste l’intimato a mezzo di controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo (che deduce la violazione dell’art. 416 c.p.c., comma 2, art. 157 c.p.c., comma 2, art. 420 c.p.c., comma 1, i ricorrenti censurano la Corte per avere affermato che il Ca. aveva tempestivamente eccepito, alla prima udienza, l’inammissibilità (ex art. 1417 c.c.) delle prove per testi richieste dalla controparte e assumono – per un verso – che l’eccezione avrebbe dovuto essere proposta già nella memoria di costituzione (ex art. 416 c.p.c., comma 2) e – per altro verso – che (a norma dell’art. 157 c.p.c., comma 2) le nullità concernenti l’ammissione e l’espletamento delle prove debbono essere denunciate dalla parte interessata nella prima istanza o difesa successiva al loro verificarsi.

1.1. Premesso che i limiti alla prova testimoniale derivanti dall’art. 1417 c.c., non possono essere rilevati d’ufficio, la Corte di Appello ha affermato che “la formale eccezione di inammissibilità risultava correttamente formulata dal convenuto Ca. alla prima udienza di comparizione 15.05.2010” e che tale eccezione, “proposta addirittura prima che la prova fosse stata ammessa ed espletata”, appariva “idonea a legittimare il rilievo negativo operato dal giudice”.

1.2. Premesso che la Corte ha esattamente applicato il principio secondo cui i limiti all’ammissibilità della prova per testi sono sottratti al rilievo d’ufficio da parte del giudice (cfr. Cass. n. 16377/2014, Cass. n. 11771/2007 e Cass. n. 551/2000), risulta corretto il rilievo della tempestività della relativa eccezione, che non era soggetta al limite previsto dall’art. 416 c.p.c., per proporre eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio, bensì al diverso limite della prima istanza o difesa successiva all’eventuale assunzione della prova, giacchè la violazione dell’art. 1417 c.c. (al pari della violazione delle disposizioni di cui agli artt. 2721 e 2722 c.c.), dà luogo ad una nullità relativa, soggetta al regime di cui all’art. 157 c.p.c., comma 2.

2. Il secondo motivo (che denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1621, 1576 e 1577 c.c., L. n. 203 del 1982, art. 16 e dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), investe la parte della sentenza che ha negato agli odierni ricorrenti il risarcimento dei danni asseritamente subiti dai fabbricati a causa della carenza di manutenzione da parte del Ca..

I ricorrenti assumono che nessuna giustificazione è stata addotta dalla Corte a sostegno dell’affermazione che la domanda era intempestiva in quanto i rapporti di dare e avere (compreso il ristoro dei danni) avrebbero dovuto essere definiti al momento della cessazione del rapporto di affitto; contestano altresì l’inciso con cui la Corte aveva sostenuto che i danni derivanti dal crollo del tetto erano conseguenza del difetto di manutenzione straordinaria e andavano dunque imputati agli stessi C., quali nudi proprietari; assumono, infatti, che l’intervento del proprietario presuppone una comunicazione sulla necessità delle riparazioni ad opera dell’affittuario, che nel caso era del tutto mancata.

2.1. Il motivo è infondato laddove deduce la mancanza di motivazione, che – seppur sintetica – è invece presente (sostanziandosi nella ritenuta necessità che i danni persistano al momento della riconsegna); le altre censure non evidenziano specifici errores iuris, ma sono volte a sollecitare un inammissibile diverso apprezzamento di merito sulle responsabilità per i danni subiti dai fabbricati.

3. Il terzo motivo – che denuncia la violazione dell’art. 421 c.p.c., – è inammissibile per totale difetto di specificità, atteso che non evidenzia alcun error in iudicando, ma si sostanzia nella generica doglianza che la Corte “avrebbe dovuto accertare la natura e le cause dei crolli lamentati dai ricorrenti ammettendo le relative istanze istruttorie”.

4. Le spese di lite seguono la soccombenza.

5. Trattandosi di controversia agraria, non sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 7.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00) e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2017

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