Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14270 del 08/06/2017

Cassazione civile, sez. III, 08/06/2017, (ud. 30/03/2017, dep.08/06/2017),  n. 14270

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28260/2013 proposto da:

D.B.P., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA ANTONIO POLLAIOLO 5, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

MARIA RICCIONI, rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO

SERNAGLIA giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro p.t.,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è rappresentato e difeso

per legge;

– controricorrente –

nonchè da

MINISTERO DELLA SALUTE (OMISSIS), in persona del Ministro p.t.,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è rappresentato e difeso

per legge;

– ricorrente –

contro

D.B.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA ANTONIO POLLAIOLO 5, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

MARIA RICCIONI, rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO

SERNAGLIA giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2495/2013 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata

il 06/10/2011;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30/03/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. D.B.P. ha proposto ricorso per cassazione contro il Ministero della Salute, ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., comma 3, avverso la sentenza del 6 ottobre 2011, con cui il Tribunale di Venezia aveva rigettato, per prescrizione quinquennale decorsa dal momento in cui aveva presentato istanza ai sensi della L. n. 210 del 1992, la domanda, da lui proposta nel febbraio del 2006, intesa ad ottenere dal Ministero il risarcimento dei danni, a suo dire sofferti, per aver contratto contagio da HCV, a seguito di un’emotrasfusione praticatagli presso l’Ospedale di (OMISSIS), dove era stato ricoverato per essere nato prematuro il (OMISSIS) ed era stato sottoposto ad un intervento chirurgico per un’occlusione intestinale.

1.1. Il ricorso, che è stato notificato il 9 dicembre 2013, è stato proposto a seguito della declaratoria, da parte della di Appello di Venezia, con ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c. del 16 ottobre 2013, dell’inammissibilità dell’appello proposto avverso detta sentenza dal D.B..

2. Al ricorso, che prospetta due motivi, il secondo dei quali distinto in quattro censure, ha resistito il Ministero, con controricorso spedito a mezzo posta per la notificazione il 17 dicembre 2014.

3. Lo stesso Ministero, con atto separato, spedito a mezzo posta sempre quello stesso giorno, ha proposto, altresì, ricorso ai sensi dell’art. 111 della Costituzionecontro l’ordinanza della Corte lagunare, affidandolo a due motivi e notificandolo il 17 gennaio 2014.

4. A tale ricorso ha resistito con controricorso il D.B..

5. La trattazione del ricorso è stata fissata in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1 e non sono state prese conclusioni dal Pubblico Ministero, mentre il D.B. ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

1. Il Collegio rileva in via preliminare che i due ricorsi debbono essere riuniti per evidenti ragioni di connessine, in quanto: a) concernono provvedimenti giurisdizionali emessi nell’ambito della stessa controversia; b) sia nella prospettazione del resistente, sia logicamente, lo scrutinio del ricorso incidentale ha ad oggetto una questione che, evidenziando sostanzialmente la formazione della cosa giudicata sulla sentenza di primo grado in ragione di un vizio di inammissibilità dell’appello non esaminato dal giudice d’appello, suppone uno scrutinio che, al di là dell’essere rivolto contro l’ordinanza, in realtà ha ad oggetto una questione che impedirebbe la qui dispiegata impugnazione della sentenza di primo grado, per essersi su di essa formata la cosa giudicata per tardiva proposizione dell’appello.

Sotto tale secondo profilo, in realtà, il ricorso appare rivolto a denunciare un vizio che renderebbe inammissibile l’impugnazione della sentenza di primo grado, con la conseguenza che, al di là dell’essere formalmente rivolto contro l’ordinanza, può e deve essere inteso come rivolto a denunciare una ragione di inammissibilità del ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado.

Lo scrutinio di tale ragione può e deve essere fatto secondo la tecnica del ricorso incidentale condizionato, con la conseguenza che il suo esame, pur inerendo ad una questione che evidenzierebbe l’inammissibilità del ricorso, può essere fatto in concreto soltanto se fosse accoglibile il ricorso principale per come proposto.

In mancanza di tale prospettiva di accoglimento, si evidenzierebbe, alla stregua di Cass., Sez. Un., n. 5456 del 2009, la carenza di interesse del Ministero all’esame del suo ricorso incidentale, atteso che, il consolidamento della sentenza di primo grado, che è lo scopo del detto ricorso, sarebbe raggiunto per altra ragione. D’altro canto, anche se la posizione del Ministero si considerasse rispetto all’ordinanza, si tratterebbe di posizione di sola soccombenza c.d. virtuale.

2. Fatte queste precisazioni, si rileva, peraltro, che il ricorso incidentale, pur proposto in via autonoma, risulta tempestivo ai sensi dell’art. 370 c.p.c., cioè con riferimento al termine per la proposizione del ricorso incidentale in relazione al ricorso principale, ma ha natura di impugnazione incidentale tardiva, in quanto è stato proposto oltre il termine di sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza, che risulta comunicata in via telematica il 16 ottobre 2013.

3. Il ricorso principale appare inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3.

Queste le ragioni.

Nella parte dedicata all’esposizione del fatto, si omette qualsiasi riferimento ai motivi di appello, i quali non vengono nè trascritti, nè riassunti indirettamente con rinvio all’atto di appello. Infatti, a pagina 4 si allude ai motivi di appello dicendo del tutto genericamente che la sentenza di primo grado veniva impugnata per “la contraddittorietà e l’incongruenza, ma essendo altresì all’evidenza fondata su una ricostruzione parziale dei fatti”, nonchè che “parimenti, la pronuncia risulta emessa ultra ed extrapetia petita ed è basata su un’interpretazione incompleta ed errata dei principi espressi sul punto da Codesta Suprema e dalla giurisprudenza comunitaria”.

La giurisprudenza della ha da tempo sottolineato che: “Il ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., comma 4, ha natura di ricorso ordinario, regolato dall’art. 366 c.p.c., quanto ai requisiti di contenuto forma, e deve contenere, in relazione al n. 3 di detta norma, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, da intendersi come fatti sostanziali e processuali relativi sia al giudizio di primo grado che a quello di appello. Ne consegue che nel ricorso la parte è tenuta ad esporre, oltre agli elementi che evidenzino la tempestività dell’appello e i motivi su cui esso era fondato, le domande e le eccezioni proposte innanzi al giudice di prime cure e non accolte, o rimaste assorbite, trovando applicazione, rispetto al giudizio per cassazione instaurato ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., le previsioni di cui agli artt. 329 e 346 del medesimo codice, nella misura in cui esse avevano inciso sull’oggetto della devoluzione al giudice di appello” (Cass. (ordd.) nn. 8940, 8941, 8942 e 8943 del 2014; da ultimo, ex multis, Cass. (ord.) n. 2784 del 2015 e Cass. (ord.) n. 26913 del 2016, che ha anche escluso che l’esegesi in tale senso confligga con la CEDU; l’orientamento è stato anche approvato da Cass., Sez. Un. n. 10796 del 2015).

3.1. In ogni caso, il Collegio rileva che i motivi di ricorso risulterebbero privi di fondamento.

Il primo deduce “nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 2938 c.c. e art. 112 c.p.c.” e sostiene che il primo giudice avrebbe rilevato d’ufficio un’eccezione di prescrizione che il Ministero non aveva dedotto, ma nella stessa illustrazione, in realtà, si prospetta la tesi che l’eccezione non era stata riprodotta nelle conclusioni dell’atto di costituzione, così suggerendo che essa lo era stata nella sua parte assertiva, il che evidenzierebbe la fallacia della prospettazione, atteso che non è necessario che un’eccezione svolta nella parte argomentativa debba essere riproposta formalmente nelle conclusioni, bastando la sufficienza della richiesta di rigetto, che si basa su quanto dedotto prima (come, del reso, ha evidenziato, il Ministero nel suo con ricorso, richiamando Cass. n. 15707 del 2008).

Il motivo comunque, omette di indicare se e dove sarebbe esaminabile la comparsa di risposta del Ministero, con vulnerazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

In ogni caso, nel controricorso il Ministero ha indicato la pagina della comparsa di risposta in cui era stata dedotta l’eccezione di prescrizione e il tenore delle conclusioni, che, richiedendo il rigetto della domanda la comprendevano.

L’esame della comparsa, prodotta da entrambe le parti, ove vi si potesse procedere, confermerebbe la deduzione, riguardo alla quale dovrebbe, del resto, prendersi atto che parte ricorrente, non avendo depositato memoria, non l’ha neppure contestata.

3.2. Il secondo motivo – deducente “violazione o falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., in tema di decorrenza della prescrizione” – è inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c. (Cass. sez. un. n. 7155 del 2017), perchè non offre argomenti idonei a giustificare la sua postulazione contro la giurisprudenza che fa decorrere la prescrizione comunque dalla presentazione dell’istanza amministrativa ex lege n. 210 del 1992, cui si è conformato il Tribunale ed anzi legge in modo palesemente erroneo i dicta delle Sezioni Unite (di cui alla sentenza n. 576 del 2008 ed alle altre coeve), là dove hanno adombrato la possibilità che la prescrizione possa decorrere prima.

3.3. Con un terzo motivo si evocano pretesi atti interruttivi senza rispettare l’art. 366 c.p.c., n. 6, ma anche in modo infondato, in quanto concernono atti della procedura amministrativa di cui alla detta domanda, che non possono riferirsi al diritto risarcitorio oggetto di giudizio.

3.4. Con un quarto motivo si sostiene che la sentenza impugnata avrebbe errato nel non attribuire al riconoscimento dell’indennizzo efficacia interruttiva, ma la tesi è infondata: Cass. (ord.) n. 21257 del 2014).

3.5. Con un quinto motivo si vorrebbe far leva sul carattere permanente dell’illecito per farne derivare l’esclusione della prescrizione, ma la tesi è in radicale contrasto con l’orientamento delle SS.UU. di cui alle citate sentenze del 2008.

4. Il ricorso incidentale del Ministero, a questo punto, resta assorbito ed anzi si profila inefficace ai sensi dell’art. 334 c.p.c., comma 2, stante l’inammissibilità del ricorso principale.

5. Le spese seguono la soccombenza (che è riferibile al ricorrente: Cass. n. 4074 del 2014) e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per i rispettivi ricorsi a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

PQM

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale ed inefficace l’incidentale. Condanna parte ricorrente alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro quattromila, oltre le spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per i rispettivi ricorsi a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 30 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2017

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