Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14231 del 07/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 07/06/2017, (ud. 01/03/2017, dep.07/06/2017),  n. 14231

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2562-2016 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA DANCE UNIVERSITY, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CASILINA N 9 INT 58, presso lo studio dell’avvocato PARIDE

LO MUZIO, rappresentata e difesa dall’avvocato VINCENZO FERNANDO

MONTUOTI;

– controricorrente-

avverso la sentenza n. 1413/1/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di BARI, depositata il 23/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’01/03/2017 dal Consigliere Dott. MANZON ENRICO;

disposta la motivazione semplificata su concorde indicazione del

Presidente e del Relatore.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

Con sentenza in data 16 giugno 2015 la Commissione tributaria regionale della Puglia accoglieva l’appello proposto dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Dance University avverso la sentenza n. 2158/3/14 della Commissione tributaria provinciale di Bari che ne aveva respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento IRAP, IRES, IVA ed altro 2008. La CTR osservava in particolare che non avendo l’Ente impositore provato il presupposto legittimante la procedura accertativa utilizzata D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39 ss., ossia la natura commerciale dell’attività della associazione de qua e quindi la produzione di un reddito d’impresa, l’atto impositivo impugnato doveva considerarsi illegittimo.

Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate deducendo due motivi.

Resiste con controricorso l’ASD Dance University.

L’Agenzia fiscale ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – l’Agenzia fiscale ricorrente si duole di violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, art. 2727 c.c., art. 148 TUIR, poichè la CTR ha sancito l’illegittimità dell’avviso di accertamento impugnato in considerazione dell’assenza di “commercialità” della attività della contribuente.

La censura è inammissibile.

Va infatti ribadito che “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste in un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata da una norma di legge implicando necessariamente un problema interpretativo della stessa;

viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito la cui censura è possibile, in sede di legittimità, attraverso il vizio di motivazione” (ex multis, da ultimo v. Sez. 5, n. 26110 del 2015).

Lo sviluppo della censura contraddice tale principio di diritto chiaramente adducendo ragioni di merito e non di legittimità, in quanto riguardano direttamente la valutazione data dal CTR pugliese ai fatti sottoposti al suo giudizio.

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la ricorrente lamenta l’omesso esame di più fatti decisivi controversi.

La censura è infondata.

Vi è infatti da ribadire che “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

Peraltro va anche ribadito che “Con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 7921 del 2011).

E’ evidente che la sentenza impugnata rispetta lo standard motivazionale imposto dal primo principio di diritto, rispondendo sinteticamente, ma puntualmente, al correlativo motivo di gravame sottopostole, la cui pregiudizialità meritale è altrettanto evidente; altresì evidente è che la CTR ha argomentato sulla questione, appunto pregiudiziale, se l’Ente impositore avesse assolto adeguatamente al proprio onere di provare la “commercialità” dell’attività dell’associazione verificata, rispondendo in senso negativo.

In particolare ha dissertato con puntualità e logica circa il rapporto tra versamenti delle quote associative e le prestazioni fornite agli associati, giustificando le diversità riscontrate in sede di verifica.

E tali osservazioni inferenziali non possono essere ulteriormente sindacate in questa sede, in adesione al secondo principio di diritto citato.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 comma 1- quater, (Sez. 6 – L, Ordinanza n. 1778 del 29/01/2016, Rv. 638714 – 01).

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna l’Agenzia fiscale ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.100 oltre Euro 200 per esborsi, 15% per contributo spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2017

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