Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14212 del 25/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/05/2021, (ud. 27/11/2020, dep. 25/05/2021), n.14212

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. ARMONE Giovanni Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 3668 del ruolo generale dell’anno 2013

proposto da:

Aries s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, e

Init-Holding s.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentate e difese dagli Avv.ti Andrea Radice e

Salvatore De Francesco per procura speciale a margine del ricorso,

elettivamente domiciliate in Roma, via Giuseppe Palombini, n. 2,

presso lo studio di quest’ultimo difensore;

– ricorrenti –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello Stato, presso i cui

uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale del Friuli-Venezia Giulia, n. 59/10/12, depositata in data

20 giugno 2012;

udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 27 novembre 2020

dal Consigliere Giancarlo Triscari;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore

generale Dott. De Augustinis Umberto, che ha concluso chiedendo il

rigetto del ricorso;

udito per l’Agenzia delle entrate l’Avvocato dello Stato Alfonso

Peluso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Dalla esposizione in fatto della sentenza impugnata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva notificato a Aries s.r.l. nonchè a Init Holding s.r.l. (quale società controllante) un atto di contestazione per tardivo versamento dell’Iva (avvenuta in data 16 aprile 2007, dunque oltre il termine del 16 marzo 2007) relativa alla cessione di un fabbricato compiuta in data 27 luglio 2006; avverso i suddetti atti impositivi le società avevano proposto separati ricorsi che, previa riunione, erano stati rigettati dalla Commissione tributaria provinciale di Udine; avverso la sentenza del giudice di primo grado le società avevano proposto appello.

La Commissione tributaria regionale del Friuli-Venzia Giulia ha rigettato l’appello delle società, in particolare ha ritenuto che: la vicenda in esame atteneva alla individuazione del termine entro cui le società avrebbero dovuto procedere al versamento dell’Iva in relazione alla cessione di un fabbricato avvenuta con atto del 27 luglio 2006; la peculiarità della vicenda riguardava il fatto che la cessione era avvenuta durante la vigenza del D.L. n. 223 del 2006, secondo cui la cessione era esente Iva, e che, tuttavia, la successiva legge di conversione n. 248 del 2006 aveva modificato il suddetto regime riconoscendo la facoltà di esercitare l’opzione per l’applicazione dell’Iva nei modi ordinari; con riferimento, peraltro, al periodo temporale che andava dalla data di entrata in vigore del D.L. n. 233 del 2006 a quello di entrata in vigore della successiva legge di conversione (periodo entro il quale era avvenuta la cessione dell’immobile), era intervenuto il legislatore con la legge finanziaria n. 296 del 2006 prevedendo che, per il suddetto periodo, restavano salvi gli effetti prodotti dall’applicazione delle norme, non convertite, del D.L. n. 233 del 2006, ma veniva riconosciuta, altresì, la facoltà di opzione introdotta dalla legge di conversione, imponendo in tal caso a carico del cedente di darne comunicazione nella dichiarazione Iva relativa all’anno 2006; in questo ambito, la mancata conversione del D.L. n. 233 del 2006 aveva comportato il venire meno della sua efficacia, sicchè si era venuta a ripristinare la situazione precedente al decreto-legge in esame, quindi doveva considerarsi che l’imposta andava addebitata secondo il regime precedente, rendendo obbligatoria la liquidazione Iva nei modi e tempi ordinari; pertanto, il saldo Iva avrebbe dovuto essere versato entro il 16 marzo 2007, cosicchè il versamento compiuto in data 16 aprile 2007 doveva essere considerato tardivo; non sussistevano, inoltre, le condizioni per ritenere sussistenti obiettive condizioni di incertezza delle previsioni normative e della riduzione della sanzione.

Avverso la suddetta pronuncia hanno quindi proposto ricorso per la cassazione della sentenza Aries s.r.l. e Init-Holding s.r.l., affidato a quattro motivi di censura in via principale ed a ulteriori cinque motivi di censura in via subordinata, cui ha resistito l’Agenzia delle entrate depositando controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 292, (legge finanziaria) e dell’art. 12 disp. gen., per avere ritenuto che la disposizione contenuta nella legge finanziaria, che prevedeva che erano fatti salvi gli effetti prodotti dall’applicazione delle norme, oggetto di mancata conversione, di cui al D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, commi 8, lett.), e art. 10, concernenti l’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto e dell’imposta di registro alle cessioni e alle locazioni, anche finanziarie, di immobili, ma il cedente o locatore poteva optare per l’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, nn. 8) ed 8-ter), se, da un lato, riconosceva il diritto di opzione per l’applicazione dell’Iva, d’altro lato, non aveva disciplinato in ordine ai termini per il versamento, sicchè lo stesso doveva comunque essere compiuto nei termini ordinari, quindi entro il 16 marzo 2007 (ai sensi del D.P.R. n. 542 del 1999, art. 6).

Il motivo è fondato.

L’operazione di cessione del complesso immobiliare in favore di terzi era stata compiuta in data 27 luglio 2006, durante la vigenza del D.L. n. 223 del 2006, secondo cui le suddette operazioni erano da considerarsi esenti ed a tale prescrizione si era conformata la ricorrente Aries s.r.l..

La successiva legge di conversione n. 248 del 2006 aveva apportato delle modifiche al decreto-legge, prevedendo, in presenza di determinati presupposti, alcune esclusioni obbligatorie dall’applicazione del regime di esenzione e, inoltre, aveva attribuito al cedente la facoltà di optare, con dichiarazione da riportare nel relativo atto, per il regime di imponibilità.

La legge di conversione non aveva disciplinato in ordine al regime da applicare per il periodo intercorrente tra il 4 luglio 2006, data di entrata in vigore del decreto-legge, e la data di entrata in vigore della medesima legge. La disciplina da applicare al periodo in esame, rilevante ai fini del presente giudizio, posto che l’atto di cessione è stato stipulato in data 27 luglio 2006, è stata quindi introdotta con l’art. 1, comma 292, legge finanziaria per il 2007.

Come detto, la suddetta disposizione ha fatto salvi gli effetti prodotti dall’applicazione delle norme, non convertite, di cui al D.L., art. 35, comma 8, lett. a) e art. 10, ma ha dato, altresì, la facoltà di fruire, anche per il periodo di tempo in esame, dell’opzione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, nn. 8) ed 8-ter), introdotta dalla legge di conversione.

In sostanza, con la legge di conversione, se, da un lato, è stato previsto che anche per il periodo in esame poteva essere applicato il regime di esenzione, d’altro lato, è stato concesso di optare per il regime ordinario, applicandosi tale regime anche ove tale facoltà non fosse stata esercitata mediante dichiarazione da riportare nell’atto di cessione.

Così ricostruito il quadro normativo di riferimento, la questione prospettata con il presente motivo di censura attiene alla individuazione del termine entro cui deve essere compiuto il versamento dell’Iva nel caso in cui il cedente, che ha stipulato l’atto di cessione entro il periodo temporale in esame, abbia ritenuto, successivamente alla stipula dell’atto, di dovere esercitare l’opzione per il regime ordinario di imponibilità.

Secondo il giudice del gravame, qualora il cedente decida di esercitare l’opzione, il versamento dell’Iva doveva essere comunque compiuto entro il termine del 16 marzo 2007, ai sensi del D.P.R. n. 542 del 1999, art. 6, in quanto la previsione contenuta nella legge finanziaria non ha dato alcuna specifica indicazione del termine entro cui avrebbe dovuto essere compiuto il suddetto versamento, sicchè, con il venire meno del decreto-legge, si sarebbe ripristinato il regime antecedente, con la conseguenza che la liquidazione dell’Iva avrebbe dovuto avvenire secondo la disciplina ordinaria contenuta nel D.P.R. n. 633 del 1972, sicchè il versamento compiuto in data 16 aprile 2007, successivo all’esercizio del diritto di opzione del 30 marzo 2007, doveva essere considerato tardivo.

La linea interpretativa seguita dal giudice del gravame non è, tuttavia, corretta.

La legge finanziaria per il 2007, come detto, ha riconosciuto il diritto del cedente di esercitare l’opzione prevedendo che, in tal caso, lo stesso “ne dà comunicazione nella dichiarazione annuale relativa all’imposta sul valore aggiunto dovuta per l’anno 2006”.

In sostanza, il termine per l’esercizio della facoltà del diritto di opzione per il regime di imponibilità è stato individuato dal legislatore fino al 30 settembre 2007, sicchè è in contrasto con tale termine la considerazione secondo cui, comunque, il versamento dell’Iva avrebbe dovuto essere effettuato entro il termine del 16 marzo 2007.

La pronuncia censurata, in realtà, non tiene conto del termine concesso al contribuente per esercitare l’opzione per il regime di imponibilità, riducendolo, senza che vi sia supporto normativo, ad una data antecedente, non considerando, in tal modo, la necessaria coincidenza, configurata dal legislatore per la particolare ipotesi in esame, fra il termine per la comunicazione dell’esercizio di detta facoltà ed il termine di pagamento.

Invero, l’obbligo di osservare il termine ordinario per il versamento dell’Iva poteva essere configurato solo nella misura in cui si fosse ragionato esclusivamente sulla base di quanto previsto dalla legge di conversione n. 248/2006 che, come visto, aveva attribuito al cedente, la facoltà di optare, con dichiarazione da riportare nel relativo atto, per il regime di imponibilità.

In tal caso, la sussistenza dell’obbligo di versamento era ancorata al fatto, espressamente previsto, che l’opzione per il regime di imponibilità fosse stata esercitata con dichiarazione da riportare nell’atto di cessione: in tal caso, la individuazione, a livello di disciplina normativa, del momento in cui doveva essere esercitata l’opzione (cioè in sede di stipula dell’atto di cessione), comportava l’applicazione del regime ordinario di versamento.

Diversamente, invece, deve dirsi, con specifico riferimento alla disciplina introdotta con la legge finanziaria 2007, posto che, in tal caso, la scelta del regime opzionale nonchè il termine entro cui la stessa può essere esercitata, è stata individuata facendo riferimento alla dichiarazione annuale relativa all’anno 2006.

E’ stato, dunque, consentito al contribuente che, nel periodo intertemporale considerato dalla legge finanziaria 2007, ha compiuto l’atto di cessione, di potersi avvalere dell’opzione per il regime di imponibilità prevedendo un termine ampio per l’esercizio di tale facoltà, coincidente, in sostanza, con il 30 settembre 2007, termine entro il quale deve essere compiuta la dichiarazione Iva per l’anno 2006.

In questo caso, è solo il momento dell’esercizio del diritto di opzione, da cui deriva la scelta per l’imponibilità dell’operazione, che determina l’obbligo del versamento dell’Iva, non potendo lo stesso essere configurato in relazione ad un momento ad esso antecedente, in cui l’opzione non è stata ancora esercitata.

Una diversa ricostruzione interpretativa della previsione normativa in esame, che individui nel 16 marzo 2007 il termine ultimo entro il quale deve essere compiuto il versamento dell’Iva, sarebbe in contrasto con la scelta del legislatore di consentire l’esercizio del diritto di opzione fino alla scadenza di presentazione della dichiarazione annuale relativa all’imposta sul valore aggiunto dovuta per l’anno 2006.

Sotto tale profilo, la pronuncia censurata è viziata da violazione di legge, per avere, in sostanza, ridotto il termine per l’esercizio del diritto di opzione, prevedendo l’obbligo del versamento Iva in una data antecedente a quella in cui il contribuente avrebbe potuto esercitare il proprio diritto di opzione per la imponibilità dell’operazione.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta l’assorbimento dei restanti motivi, in particolare: del secondo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997; del terzo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19-bis; del quarto, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione dell’art. 11 preleggi; del quinto, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10, e per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo; del sesto, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 8, e per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo; del settimo, con il quale di censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 6, comma 2, e per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo; dell’ottavo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione dell’art. 1 disp. gen.; del nono, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia; del decimo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 542 del 1999, art. 6.

In conclusione, è fondato il primo motivo di ricorso, assorbiti i restanti, con conseguente cassazione della sentenza e rinvio alla Commissione tributaria regionale, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

PQM

La Corte:

accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti i restanti, cassa la sentenza censurata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Friuli-Venezia Giulia, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 27 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA