Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14212 del 14/06/2010

Cassazione civile sez. lav., 14/06/2010, (ud. 18/05/2010, dep. 14/06/2010), n.14212

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 26073-2006 proposto da:

E.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MUGGIA 21,

presso lo studio dell’avvocato LIBERATORE ROBERTO, che lo rappresenta

e difende, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

CASSA DI RISPARMIO DI RIETI S.P.A, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO

24, presso lo studio dell’avvocato GENTILI AURELIO, che la

rappresenta e difende, giusta mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5040/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/10/2005 r.g.n. 5096/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/2010 dal Consigliere Dott. GIANFRANCO BANDINI;

udito l’Avvocato SIMONA RENDINA per delega ROBERTO LIBERATORE;

udito l’Avvocato VINCENZO BRUNETTI per delega AURELIO GENTILI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI MASSIMO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza dei 17.6 – 3.10.2005, respinse il gravame svolto da E.E. contro la sentenza di primo grado che aveva rigettato l’impugnazione dal medesimo proposta avverso il licenziamento disciplinare irrogatogli dalla Cassa di Risparmio di Rieti spa, preso la quale aveva svolto per molti anni le mansioni di cassiere.

La Corte territoriale ha puntualizzato che gli addebiti mossi all’ E. erano due:

con il primo gli era stato contestato di avere accettato, prima dell’orario mattutino di apertura dello sportello, un assegno per L. 9.100.000, tratto su un conto corrente in essere nella stessa succursale, sprovvisto di copertura; dalla relazione ispettiva era emerso che l’operazione era stata fatta figurare come versamento in contanti e che l’ E. aveva trattenuto personalmente il titolo di credito; solo a distanza di tempo, attraverso varie operazioni contabili, era stato provveduto alla copertura dell’assegno versato e risultato scoperto;

con il secondo gli era stato contestato di avere compiuto, sempre quale cassiere della Banca, una serie di operazioni (circa 30, consistenti per lo più in bonifici bancari o pagamenti di bollettini di contro corrente da parte di alcuni clienti), senza contabilizzare al conto rendite della Società, o contabilizzandole per importi di gran lunga inferiori, le commissioni bancarie, che venivano comunque addebitate ai clienti, così sottraendo le somme di competenza della Società.

A sostegno del decisum la Corte territoriale ha ritenuto quanto segue:

le giustificazioni addotte dall’ E. in relazione alla prima contestazione, che comunque non avrebbero attenuato la sconvenienza del suo comportamento, non avevano trovato riscontro nelle acquisite deposizioni testimoniali dei soggetti protagonisti della vicenda (il notaio che aveva consegnato l’assegno e il cliente sul cui conto corrente l’assegno stesso era stato tratto); nè, sempre in base alle risultanze testimoniali, era risultato che la Banca seguisse la prassi di agevolare i clienti importanti anche mediante violazioni delle procedure;

la gravità della condotta (e la conseguente legittimità della censura) andava individuata nel comportamento successivo dell’ E., che, al fine di agevolare un amico (principalmente il cliente sul cui conto corrente era stato tratto l’assegno), aveva deciso di risolvere la questione temporeggiando a dismisura nella quadratura dei conti, anzichè, senza lasciar concludere la giornata, rivolgersi ai propri superiori;

i fatti oggetto della seconda contestazione, pur se di lieve entità, dovevano ritenersi addirittura più gravi, tenuto conto del loro numero, della loro reiterazione nel tempo e del fatto che le modalità di contabilizzazione delle commissioni (in relazione anche alla necessaria autorizzazione delle agevolazioni, secondo quanto riferito da un teste) facevano presupporre il dolo dell’autore, che non ometteva la contabilizzazione, ma addebitava interamente il relativo importo ai clienti, versando però nelle case della Banca una somma di gran lunga inferiore;

la condotta dell’ E., ancorchè il danno economico fosse stato di tenue entità, aveva gravemente tradito la fiducia della parte datoriale, anche in relazione alla peculiare intensità che viene richiesta nel settore bancario e, particolarmente, per la mansioni implicanti maneggio di denaro;

a fronte dell’inconsistenza delle giustificazioni addotte e della obiettiva gravità dei fatti commessi, doveva ritenersi l’irrilevanza della lunga durata dei rapporto e dell’esito negativo di altre precedenti ispezioni ed escludersi la violazione del principio di proporzionalità della sanzione.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, E.E. ha proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi. L’intimata Cassa di Risparmio di Rieti spa ha resistito con controricorso, illustrato con memoria, eccependo altresì l’inammissibilità del ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per (asserita) genericità della procura. Premesso che, giusta la modifica introdotta all’art. 83 c.p.c. dalla L. n. 141 del 1997, “La procura si considera in calce anche se rilasciata su foglio separato che sia però congiunto materialmente all’atto cui si riferisce” – il che si verifica nella fattispecie all’esame, essendo stata la procura rilasciata su foglio numerato spillato al ricorso, con numerazione del foglio (39) immediatamente successiva a quella della facciata conclusiva (38) del ricorso medesimo – la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di affermare il principio secondo cui, nell’ipotesi in cui la procura non espliciti in modo chiaro ed univoco la volontà di proporre ricorso per cassazione, l’incertezza in ordine all’effettiva volontà del conferente non può tradursi in una pronuncia di inammissibilità del ricorso per difetto di procura speciale, dovendosi interpretare l’atto secondo il principio di conservazione di cui all’art. 1367 c.c. (principio richiamato, a proposito degli atti processuali, dall’art. 159 c.p.c.) e perciò attribuendo alla parte conferente la volontà che consenta all’atto di procura di produrre i suoi effetti (cfr, Cass., SU, n. 11178/1995); è stato altresì condivisibilmente affermato che il mandato apposto in calce o a margine del ricorso per cassazione è per sua natura mandato speciale, senza che occorra per la sua validità alcuno specifico riferimento al giudizio in corso ed alla sentenza contro la quale l’impugnazione si rivolge: infatti, la specialità del mandato è con certezza deducibile, quando, dal relativo testo, sia dato evincere una positiva volontà del conferente di adire il giudice di legittimità, il che accade nell’ipotesi in cui la procura al difensore forma materialmente corpo con il ricorso o il controricorso al quale essa inerisce, risultando, in tal caso, irrilevante l’uso di formule normalmente adottate per il giudizio di merito e per il conferimento al difensore di poteri per tutti i gradi del procedimento (cfr, Cass., n. 8060/2007).

2. Con il primo mezzo il ricorrente, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, svolge due distinte censure:

con la prima lamenta che la sentenza impugnata, al pari di quella di primo grado e nonostante la doglianza svolta al riguardo, abbia posto a base della motivazione circostanze mai contestate (in particolare la mancanza di copertura dell’assegno e la mancata attivazione della procedura di protesto quanto al primo addebito e l’avvenuto addebito del costo delle operazioni ai clienti quanto al secondo);

con la seconda si duole che la Corte territoriale, in relazione al secondo addebito, non abbia esaminato il motivo di gravame inerente alla tardività della contestazione.

2.1 Il primo profilo di doglianza è infondato, poichè la Corte territoriale ha compiutamente esaminato il complesso delle circostanze caratterizzanti gli addebiti, dovendo tenersi conto che, secondo quanto reiteratamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, i principi di specifica contestazione preventiva degli addebiti e di necessaria corrispondenza fra quelli contestati e quelli addotti a sostegno del licenziamento disciplinare, posti dalla L. n. 300 del 1970, art. 7 in funzione di garanzia del lavoratore, non escludono modificazioni dei fatti contestati concernenti circostanze non configuranti una fattispecie di illecito disciplinare diversa e più grave di quella addebitata, come ricorre quando le modificazioni non costituiscono elementi integrativi di una diversa fattispecie di illecito disciplinare, non risultando in tal modo preclusa la difesa del lavoratore (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 12644/2005; 9167/2003); il che è appunto quanto avvenuto nel caso all’esame, posto che le circostanze tenute in considerazione dalla Corte territoriale, anche laddove non specificamente contestate, non si caratterizzano in termini di diversità (e, in particolare, di maggiore gravità) degli addebiti posti a base del licenziamento, inerendo unicamente ad aspetti fattuali caratterizzanti il complesso della condotta censurata.

2.2 Parimenti infondato è il secondo profilo di doglianza; infatti, avuto riguardo al condiviso principio secondo cui, in caso di deduzione del vizio di omessa pronuncia, è necessaria, al fine dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, la specifica indicazione dei motivi sottoposti al giudice del gravame sui quali egli non si sarebbe pronunciato, essendo in tal caso indispensabile la conoscenza puntuale dei motivi di appello (cfr, ex plurimis, Cass., n. 26234/2005), dallo stesso contenuto del ricorso emerge che la tardività delle contestazioni non aveva costituito un autonomo motivo di gravame (sul quale, in tesi, la sentenza impugnata non si sarebbe pronunciata), ma, piuttosto, era stata indicata come pretesamente dimostrativa dell’accanimento adoperato dalla Banca nei confronti del lavoratore, senza, per di più, che sia stato specificato se, e in che termini, la dedotta violazione del principio di tempestività della contestazione fosse stata originariamente posta a fondamento dell’impugnazione del licenziamento.

Peraltro la Corte territoriale ha rilevato l’esito negativo delle precedenti ispezioni, il che, implicitamente, si traduce nell’esclusione dell’eventuale tardività della contestazione, atteso che la tempestività della stessa va ricondotta al momento in cui la parte datoriale è concretamente giunta a conoscenza dei fatti di rilevanza disciplinare. 3. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, deducendo che la Corte territoriale, in relazione ad entrambe le contestazioni, avrebbe ritenuto apoditticamente dimostrati fatti e circostanze sforniti di prova, in violazione dei principi di ripartizione dell’onere probatorio, oltre ad avere preso in considerazione circostanze non oggetto di contestazione.

In disparte che l’inconsistenza di tale ultimo profilo di doglianza è già stata rilevata nell’ambito della disamina del primo motivo, osserva il Collegio che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, essendo del tutto estranea all’ambito del vizio in parola la possibilità, per la Corte di legittimità, di procedere ad una nuova valutazione di merito attraverso l’autonoma disamina delle emergenze probatorie.

Per conseguenza il vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza e contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente solo qualora, nel ragionamento del giudice di merito, siano rinvenibile tracce evidenti del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero qualora esista un insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione; per conseguenza le censure concernenti i vizi di motivazione devono indicare quali siano gli elementi di contraddittorietà o illogicità che rendano del tutto irrazionali le argomentazioni del giudice del merito e non possono risolversi nella richiesta di una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata nella sentenza impugnata (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 8718/2005; 15693/2004; 2357/2004; 12467/2003; 16063/2003; 3163/2002).

Al contempo va considerato che, affinchè la motivazione adottata dal giudice di merito possa essere considerata adeguata e sufficiente, non è necessario che essa prenda in esame, al fine di confutarle o condividerle, tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che il giudice indichi le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in questo caso ritenere implicitamente rigettate tutte le argomentazioni logicamente incompatibili con esse (cfr, ex plurimis, Cass., n. 12121/2004).

Nel caso all’esame la sentenza impugnata ha esaminato tutte le circostanze rilevanti ai fini della decisione, svolgendo un iter argomentativo esaustivo, coerente con le emergenze istruttorie acquisite e immune da contraddizioni e vizi logici; le valutazioni svolte e le coerenti conclusioni che ne sono state tratte configurano quindi un’opzione interpretativa del materiale probatorio del tutto ragionevole e che, pur non escludendo la possibilità di altre scelte interpretative anch’esse ragionevoli, è espressione di una potestà propria del giudice del merito che non può essere sindacata nel suo esercizio.

Al tempo stesso deve rilevarsi come il complesso delle censure svolte, in particolare sotto il profilo della evidenziazione di emergenze fattuali che non sarebbero state esaminate (o lo sarebbero state in modo insufficiente) dalla Corte territoriale, non soddisfi il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non essendo stati ivi compiutamente trascritte (se non per brevi e non esaustivi passaggi) le risultanze probatorie che, in tesi, dovrebbero suffragare la fondatezza delle doglianze.

In definitiva, quindi, le censure all’esame si sostanziano nella esposizione di una lettura delle risultanze probatorie diversa da quella data dal Giudice del gravame e nella richiesta di un riesame di merito del materiale probatorio, inammissibile in questa sede di legittimità.

4. Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, censura la ritenuta proporzionalità tra addebiti contestati e sanzione inflitta.

Osserva il Collegio che la motivazione addotta sul punto dalla Corte territoriale appare assolutamente aderente alle circostanze esaminate, lineare nel suo sviluppo logico e immune da errori metodologici, essendo stato esaminato il comportamento del lavoratore sia sotto l’aspetto oggettivo che soggettivo. Le conclusioni a cui la Corte territoriale è pervenuta risultano peraltro, sulla scorta degli intangibili accertamenti fattuali eseguiti, immuni da vizi giuridici, non potendo negarsi la gravità oggettiva dei comportamenti ascritti, tradottisi in una pluralità di violazioni delle prescritte procedure, con danno anche economico (seppur di non particolare rilevanza) per la parte datoriale, e, al contempo, dovendo convenirsi che il dolo dell’agente e la reiterazione delle condotte addebitate si pone, anche sotto l’aspetto soggettivo, come antitetico rispetto alla fiducia che il datore di lavoro deve poter riporre nei confronti dei propri dipendenti, con peculiare riguardo rispetto ai lavoratori operanti nell’attività bancaria con mansioni implicanti anche il maneggio del denaro; sicchè, in definitiva, deve riconoscersi che le condotte ascritte all’odierno ricorrente integrano quella lesione dell’elemento fiduciario (di gravità tale da escludere il prosieguo anche temporaneo del rapporto lavorativo) legittimante, ai sensi dell’art. 2119 c.c., la giusta causa di licenziamento.

5. In forza delle considerazioni che precedono il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite, che liquida in Euro 50,00 i oltre ad Euro 3.000,00 (tremila) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 14 giugno 2010

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