Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1421 del 23/01/2014


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Civile Sent. Sez. L Num. 1421 Anno 2014
Presidente: LAMORGESE ANTONIO
Relatore: NOBILE VITTORIO

SENTENZA

sul ricorso 21673-2008 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. 97103880585, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo
studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– ricorrente –

2013

contro

3558

GIUFFRIDA PAOLO;
– intimato –

avverso la sentenza n. 2175/2007 della CORTE D’APPELLO

Data pubblicazione: 23/01/2014

di ROMA, depositata il 13/09/2007 R.G.N. 2825/2005*4;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 05/12/2013 dal Consigliere Dott. VITTORIO
NOBILE;
udito l’Avvocato BUTTAFOCO ANNA per delega FIORILLO

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO, che ha concluso
per il rigetto del ricorso.

LUIGI;

R.G. 21673/2008
FATTO E DIRITTO

Pa

Con sentenza depositata il 13-9-2007 la Corte d’Appello di Roma, riuniti
gli appelli proposti da Paolo Giuffrida nei confronti della s.p.a. Poste Italiane,

29-4-2004, in parziale riforma della detta sentenza, dichiarava la nullità del
termine apposto al primo contratto di lavoro intercorso tra le parti dal 6-101998 al 5-1-1999 con la conseguente sussistenza di un rapporto a tempo
indeterminato dal 6-10-1998, e condannava la società al pagamento in favore
del Giuffrida del risarcimento del danno pari alle retribuzioni maturate a far
tempo dalla data di costituzione in mora (16-12-2002) nei limiti del triennio
decorrente dalla cessazione di fatto del rapporto e quindi fino al 13-1-2004,
oltre rivalutazione e interessi sulle somme annualmente rivalutate.
Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso con tre
motivi. Il Giuffrida è rimasto intimato.
Infine il Collegio ha autorizzato la motivazione semplificata.
Ciò posto va rilevato che con i primi due motivi la società censura (sotto i
profili della violazione di legge e del vizio di motivazione) la sentenza
impugnata nella parte in cui ha ritenuto la nullità del termine apposto al
contratto de quo in quanto stipulato (per “esigenze eccezionali…”) oltre il
termine ultimo fissato dagli accordi collettivi attuativi dell’acc. az. 25-9-1997
ed all’uopo sostiene la insussistenza di tale termine e la natura meramente
ricognitiva dei detti accordi.
I motivi sono infondati in base all’indirizzo ormai consolidato in materia
dettato da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al
1

avverso la sentenza del Giudice del lavoro del Tribunale di Roma depositata il

ceni del 2001 ed al d.lgs. n. 368 del 2001). Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U.
2-3-2006 n. 4588, è stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione
collettiva, ex art. 23 della legge n. 56 del 1987, del potere di definire nuovi casi
di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla legge n. 230 del 1962,

parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i
lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della
predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine
rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla
necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed
esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive
dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali
all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo
determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063, v. anche Cass. 20-4-2006 n. 9245,
Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una
sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne
sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi
comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul
medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema
da questa delineato.” (v., fra le altre, Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006
n. 18378).
In tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia
stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto
collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione

2

discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle

del termine (v. fra le altre Cass. 23-8-2006 n. 18383, Cass. 14-4-2005 n. 7745,
Cass. 14-2-2004 n. 2866).

gia

In particolare, quindi, come questa Corte ha costantemente affermato e
come va anche qui ribadito, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti

del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo,
sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la
sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica
dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli
assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998;
ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine
cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo
derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi
contratti a tempo indeterminato, in forza dell’art. 1 della legge 18 aprile 1962
n. 230” (v., fra le altre, Cass. 1-10-2007 n. 20608; Cass. 28-11-2008 n. 28450;
Cass. 4-8-2008 n- 21062; Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.).
In applicazione di tale principio vanno quindi respinti i detti primi due
motivi.
Con il terzo motivo la società, denunciando violazione degli artt. 1217 e
1233 c.c., lamenta che la Corte di merito non avrebbe svolto alcuna verifica in
ordine alla effettiva messa in mora del datore di lavoro e non avrebbe tenuto
“conto della possibilità che il lavoratore abbia anche espletato attività
lavorativa retribuita da terzi una volta cessato il rapporto di lavoro con la
società resistente”, disattendendo, peraltro, le richieste della società di ordine di
esibizione dei modelli 101 e 740 del lavoratore.
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postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8

La ricorrente formula, quindi, il seguente quesito di diritto: “Dica la
Suprema Corte se per il principio di corrispettività della prestazione, il
lavoratore — a seguito dell’accertamento giudiziale dell’illegittimità del
contratto a termine stipulato – ha diritto al pagamento delle retribuzioni

mora il datore di lavoro, offrendo espressamente la prestazione lavorativa nel
rispetto della disciplina di cui agli artt. 1206 e segg. cod. civ. “. Tale quesito
risulta del tutto generico e non pertinente rispetto alla fattispecie concreta, in
quanto si risolve nella enunciazione in astratto delle regole vigenti nella
materia, senza enucleare il momento di conflitto rispetto ad esse del concreto
accertamento operato dai giudici di merito (in tal senso v. fra le altre Cass. 4-12011 n. 80).
Del resto, anche la esposizione del motivo risulta del tutto generica e priva
di autosufficienza in quanto si incentra nella doglianza circa la mancanza di
una verifica effettiva della messa in mora, senza che la ricorrente riporti il
contenuto della comunicazione che, a suo dire, non avrebbe integrato un atto di
costituzione in mora. Del pari, per quanto concerne l’aliunde perceptum (in
relazione al quale manca del tutto il quesito), la censura è altrettanto generica e
priva di autosufficienza in quanto la ricorrente non specifica come e in quali
termini abbia allegato davanti ai giudici di merito un aliunde perceptum (in
relazione al quale è pur sempre necessaria una rituale acquisizione della
allegazione e della prova, pur non necessariamente proveniente dal datore di
lavoro in quanto oggetto di eccezione in senso lato – cfr.. Cass. 16-5-2005 n.
10155, Cass. 20-6-2006 n. 14131, Cass. 10-8-2007 n. 17606, Cass. S.U. 3-21998 n. 1099 -).
4

soltanto dalla data di riammissione in servizio, salvo che abbia costituito in

Così risultato inammissibile il terzo motivo, riguardante le conseguenze
economiche della nullità del termine, neppure potrebbe incidere in qualche
modo nel presente giudizio lo ius superveniens, rappresentato dall’art. 32,
commi 5 0 , 60 e 7° della legge 4 novembre 2010 n. 183.

principio, costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di
legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva,
una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest’ultima sia in
qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso,
in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato
dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 272-2004 n. 4070).
In tale contesto, è altresì necessario che il motivo di ricorso che investe,
anche indirettamente, il tema coinvolto dalla disciplina sopravvenuta, oltre ad
essere sussistente, sia altresì ammissibile secondo la disciplina sua propria (v.
fra le altre Cass. 4-1-2011 n. 80 cit.).
Orbene tale condizione non sussiste nella fattispecie.
Il ricorso va pertanto respinto.
Infine non deve provvedersi sulle spese non avendo l’intimato svolto
alcuna attività difensiva.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso, nulla per le spese.
Roma 5 dicembre 2013
IL CONSIGLIERE ESTENSORE
SIDENTE
5

Al riguardo, infatti, come questa Corte ha più volte affermato, in via di

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