Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14191 del 07/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 07/06/2017, (ud. 01/03/2017, dep.07/06/2017),  n. 14191

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6391-2015 proposto da:

T.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

SESTO RUFO 23, presso lo studio dell’avvocato BRUNO TAVERNITI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE MARROCCO, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

AUTOSTRADE PER L’ITALIA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ENZO MORRICO, che

la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1112/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 25/08/2014 R.G.N. 740/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/03/2017 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per inammissibilità, in

subordine rigetto;

udito l’Avvocato GIUSEPPE MARROCCO;

udito l’Avvocato CESIRA TERESINA SCANU per delega verbale ENZO

MORRICO.

Fatto

ESPOSIZIONE DEL FATTO

1. La sentenza attualmente impugnata (depositata il 24 agosto 2014) respinge l’appello di T.A. avverso la sentenza n. 34/2013 del Tribunale di Bologna, di rigetto della domanda del T. di impugnazione del licenziamento intimatogli da AUTOSTRADE per l’ITALIA s.p.a.

La Corte d’appello di Bologna, per quel che qui interessa, precisa che:

a) è infondata la censura dell’appellante sulla pretesa inammissibilità dei report investigativi prodotti in causa dalla difesa della società AUTOSTRADE;

b) infatti, per consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, il datore di lavoro può demandare ad un’agenzia investigativa controlli sui lavoratori se sospetta che possano aver commesso degli illeciti e sempre che tali controlli non riguardino l’adempimento della prestazione lavorativa;

c) comunque, la relativa eccezione proposta in appello si deve considerare nuova e quindi tardiva, dovendo essere proposta in primo grado subito dopo la produzione in giudizio dei report da parte della società;

d) peraltro, non vi è stata nel giudizio di primo grado alcuna specifica contestazione degli addebiti, tanto più necessaria data la analiticità dei fatti risultanti dalla relazione investigativa supportati anche da filmati e della lettera di contestazione disciplinare;

e) in ogni caso il licenziamento deve considerarsi proporzionato rispetto alle, gravi condotte addebitate, consistenti nel fare risultare nel rapporto percorrenze redatto dal lavoratore stesso rifornimenti di carburante mai eseguiti oppure eseguiti con riguardo a quantità di carburante gran lunga inferiori rispetto a quelle indicate in detto rapporto;

f) tali fatti integrano la giusta causa del licenziamento, di cui la società ha fornito prova con la produzione della relazione investigativa e degli allegati filmati, le cui risultanze non sono state adeguatamente contestate dall’interessato, come si è detto.

2. Il ricorso di T.A., illustrato da memoria, domanda la cassazione della sentenza per tre motivi; resiste, con controricorso, AUTOSTRADE per l’ITALIA s.p.a.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1 – Sintesi dei motivi di ricorso.

1. Il ricorso è articolato in tre motivi.

1.1. Con il primo motivo si denuncia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. e alla L. n. 604 del 1966, art. 5 (tuttora vigente D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179, ex art. 1).

Si sostiene che la suddetta violazione di legge sarebbe consistita nella avvenuta attribuzione, da parte della Corte d’appello, del valore di prova piena al “report investigativo” in assenza del supporto di altri elementi probatori, con conseguente elevazione di presunzioni semplici al rango di prove, senza altri riscontri.

1.2. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5 (tuttora vigente D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179, ex art. 1).

Si contesta che la Corte territoriale non abbia ritenuto che fosse onere della datrice di lavoro di provare la contestata incongruenza tra carburante acquistato e percorrenza effettuata.

1.3. Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5 (tuttora vigente D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179, ex art. 1).

Si contesta la scelta della Corte territoriale di considerare assolto l’onere della prova circa il dolo o la semplice negligenza del dipendente, semplicemente con la produzione del “report investigativo” di cui si è detto sopra.

2 – Esame delle censure.

3. L’esame congiunto di tutti i motivi di censura – reso opportuno dalla loro intima connessione – porta al rigetto del ricorso.

3.1. Va, infatti rilevato che, nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, contenuto nell’intestazione dei tre motivi, tutte le censure proposte si risolvono nella denuncia di errata valutazione da parte della Corte d’appello del materiale probatorio acquisito, ai fini della ricostruzione dei fatti e quindi finiscono con l’esprimere un mero, quanto inammissibile, dissenso rispetto alle motivate valutazioni di merito delle risultanze probatorie di causa effettuate dalla Corte stessa e quindi, nella sostanza, denunciano vizi di motivazione della sentenza impugnata prospettati in modo non conforme all’art. 360 c.p.c., n. 5, nè nel testo antecedente la modifica ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, nè tanto meno nel testo successivo alla suddetta modifica – applicabile ratione temporis – in base al quale la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 9 giugno 2014, n. 12928; Cass. 7 ottobre 2016, n. 20207).

3.2. In particolare, la giurisprudenza di questa Corte è costante nel ritenere che il datore di lavoro per tutelare il patrimonio aziendale possa ricorrere ad agenzie investigative – purchè le relative indagini non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata dall’art. 3 dello Statuto dei lavoratori direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori restando giustificato l’intervento in questione non solo quando sia avvenuta la commissione di illeciti e sorga quindi l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che vi siano illeciti in corso di esecuzione (vedi, per tutte: Cass. 14 febbraio 2011, n. 3590; Cass. 19 luglio 2008, n. 18821; Cass. 21 settembre 2016, n. 18507; Cass. 20 gennaio 2015, n. 848; Cass. 4 marzo 2014, n. 4984).

3.3. Al riguardo è altrettanto fermo il principio, secondo il quale “il disconoscimento delle riproduzioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c., che fa perdere alle stesse la loro qualità di prova, pur non essendo soggetto ai limiti e alle modalità di cui all’art. 214 c.p.c., deve, tuttavia, essere chiaro, circostanziato ed esplicito (dovendo concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta) e – al fine di non alterare l’iter procedimentale in base al quale il legislatore ha inteso cadenzare il processo in riferimento al contraddittorio – deve essere tempestivo e cioè avvenire nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla rituale acquisizione delle suddette riproduzioni, dovendo per ciò intendersi la prima udienza o la prima risposta successiva al momento in cui la parte onerata del disconoscimento sia stata posta in condizione, avuto riguardo alla particolare natura dell’oggetto prodotto, di rendersi immediatamente conto del contenuto della riproduzione. Ne consegue che potrà reputarsi tardivo il disconoscimento di una riproduzione visiva soltanto dopo la visione relativa e quello di una riproduzione sonora soltanto dopo la sua audizione o, se congruente, la rituale acquisizione della sua trascrizione” (Cass. 22 aprile 2010 n. 9526. Conformi, fra le molte, Cass. 28 gennaio 2011 n. 2117 e Cass. 21 settembre 2016, n. 18507).

3.4. D’altra parte, deve anche essere ricordato che, per costanti e condivisi indirizzi di questa Corte:

a) è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale si intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, si prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata, perchè in caso contrario un simile motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (vedi, fra le tante: Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass. 6 marzo 2008, n. 6064);

b) invero, la prospettazione da parte del ricorrente per cassazione di un coordinamento dei dati acquisiti al processo asseritamente migliore o più appagante rispetto a quello adottato nella sentenza impugnata, riguarda aspetti del giudizio interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti che è proprio del giudice del merito, in base al principio del libero convincimento del giudice, sicchè la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile solo se emerga direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass. 6 marzo 2008, n. 6064; Cass. 20 giugno 2006, n. 14267; Cass. 12 febbraio 2004, n. 2707; Cass. 13 luglio 2004, n. 12912; Cass. 20 dicembre 2007, n. 26965; Cass. 18 settembre 2009, n. 20112);

c) il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali denunciabile in sede di legittimità – peraltro, nel rispetto del principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, come definito, da ultimo da Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726 – deve riguardare specifiche circostanze oggetto della prova o del contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, sulle quali il giudice di legittimità può esercitare il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse (arg. ex Cass. 30 luglio 2010, n. 17915; Cass. 18 ottobre 2011, n. 21486).

3.5. Alla osservazione secondo cui la Corte territoriale risulta essersi uniformata ai su riportati principi può aggiungersi che il ricorrente – pur avendo reiterato la contestazione relativa alla avvenuta erronea attribuzione, da parte della Corte d’appello, del valore di prova piena al “report investigativo” in assenza del supporto di altri elementi probatori – tuttavia non ha impugnato:

a) la ratio della statuizione – autonoma e fondamentale – della Corte d’appello di tardività dell’eccezione relativa alla pretesa “irritualità” dei report investigativi, in quanto proposta per la prima volta in appello e, quindi, da considerare nuova, dovendo essere ritualmente proposta in primo grado subito dopo la produzione in giudizio dei report da parte della società (come, del resto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, richiamata sopra al punto 3.3);

b) la ratio della decisione – ugualmente autonoma e fondamentale – secondo cui non vi è stata nel giudizio di primo grado alcuna specifica contestazione degli addebiti, tanto più necessaria data la analiticità dei fatti risultanti dalla relazione investigativa supportati anche da filmati e della lettera di contestazione disciplinare.

Trova quindi applicazione il principio, costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, nel caso in cui venga impugnata con ricorso per cassazione una sentenza (o un capo di questa) che si fondi su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, l’omessa impugnazione di una di tali ragioni rende inammissibile, per difetto d” interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autononrhiffil motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della 11, sentenza (vedi, per tutte: Cass. 5 ottobre 1973, n. 2499; Cass. SU 8 agosto 2005, n. 16602; Cass. SU 29 maggio 2013, n. 7931; Cass. 11 febbraio 2011, n. 3386; Cass. 27 maggio 2014, n. 11827).

3. Conclusioni.

4. In sintesi, il ricorso deve essere respinto. Le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 (cento/00) per esborsi, Euro 3000,00 (tremila/00) per compensi professionali, oltre spese forfetarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Lavoro, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2017

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