Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14190 del 24/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 24/05/2021, (ud. 27/01/2021, dep. 24/05/2021), n.14190

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17523/2015 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

cel suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. – Società di

Cartolarizzazione dei Csediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentati e difesi cagli avvocati GIUSEPPE

MATANO, CARLA D’ALOISIO, EMANUELE DE ROSE, ANTONINO SGROI, LELIO

MARITATO;

– ricorrenti –

contro

C.M., EQUITALIA NORD S.P.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 428/2014 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 19/12/2014 R.G.N. 451/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/01/2021 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza n. 428 del 2015, la Corte d’appello di Trieste, in riforma della sentenza di primo grado, ha accolto l’opposizione ad intimazione di pagamento notificata il 21 giugno 2010, relativa a contribuzione dovuta per gli anni 1994, 1995 e 1996, promossa da C.M. in ragione della intervenuta prescrizione del credito preteso; La Corte territoriale ha ritenuto decorso il termine quinquennale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, a fronte della notifica della cartella il 3 agosto 2000, cui non era seguita opposizione, e del successivo atto interruttivo della prescrizione intervenuto il 24 luglio 2002;

avverso tale sentenza, propone ricorso per cassazione l’INPS, sulla base di un unico motivo;

C.M. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo di ricorso, l’INPS denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 3 e 9, in relazione all’art. 2953 c.c., dovendosi applicare il termine decennale di prescrizione e non quello quinquennale;

il motivo è infondato in conformità all’elaborazione giurisprudenziale consolidata (ex plurimis Cass. n. 26013 del 29/12/2015, Cass. n. 10327 del 26/04/2017);

soccorre, infatti, il principio di diritto enunciato da questa Corte a Sezioni Unite (Sez. U. n. 23397 del 17/11/2016), secondo il quale la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato;

in linea con il richiamato principio, con riferimento al preteso effetto novativo derivante dalla formazione del ruolo, questa Corte è intervenuta affermando che in tema di riscossione di crediti previdenziali, il subentro dell’Agenzia delle Entrate quale nuovo concessionario non determina il mutamento della natura del credito, che resta assoggettato per legge ad una disciplina specifica anche quanto al regime prescrizionale, caratterizzato dal principio di ordine pubblico dell’irrinunciabilità della prescrizione; pertanto, in assenza di un titolo giudiziale definitivo che accerti con valore di giudicato l’esistenza del credito, continua a trovare applicazione, anche nei confronti del soggetto titolare del potere di riscossione, la speciale disciplina della prescrizione prevista dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, invece che la regola generale sussidiaria di cui all’art. 2946 c.c. (Cass. n. 31352 del 04/12/2018), e ciò in conformità alla natura di atto interno all’amministrazione attribuita al ruolo (Cass. n. 14301 del 19/06/2009);

allo stesso modo non assume rilievo il richiamo al D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 20, comma 6, che prevede un termine di prescrizione strettamente inerente al procedimento amministrativo per il rimborso delle quote inesigibili, che in alcun modo può interferire con lo specifico termine di prescrizione previsto dalla legge per azionare il credito nei confronti del debitore (Sez. U. n. 23397 del 17/11/2016, Cass. n. 31352 del 04/12/2018);

in definitiva, il ricorso va rigettato;

nulla va disposto quanto alle spese del giudizio di legittimità in mancanza di attività difensiva da parte di C.M..

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.Lgs. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2021

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