Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14144 del 24/05/2021

Cassazione civile sez. II, 24/05/2021, (ud. 18/02/2021, dep. 24/05/2021), n.14144

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28866/2016 proposto da:

M. M.A.D. P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO

TRIESTE 88, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO IOVINO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GUIDO UBERTO TEDESCHI,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

G.F., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DELLA

LIBERTA’ 20, presso lo studio dell’avvocato PAOLO MAZZOTTA, che la

rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

P.D.;

– intimato –

e contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, domiciliato in ROMA, presso la Cancelleria

della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato LUCA

DOMENICO FINOCCHIARO, giusta procura in calce al controricorso;

– ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1762/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 11/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/02/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dal ricorrete e dalla curatela

fallimentare.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. P.A.G. con citazione del 9 novembre 2009 conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Asti il notaio G.F., P.D. e la (OMISSIS) S.r.l. deducendo che, con preliminare di vendita a rogito del notaio convenuto del 5 dicembre 2007, l’attore si era obbligato a vendere alla società convenuta gli immobili siti in (OMISSIS), costituti dal Castello, fabbricati, terreni ed altri immobili ubicati in (OMISSIS).

Successivamente, con rogito del medesimo notaio in data 28/12/2007, i beni di cui al preliminare erano stati alienati alla società, previa partecipazione all’atto, quale procuratore del venditore, di P.D., il quale rivestiva anche la qualità di legale rappresentante della società acquirente. Deduceva che la procura in virtù della quale il P. aveva agito in nome e per conto dell’attore doveva intendersi revocata ex art. 1724 c.c. e che la società non aveva corrisposto alcun prezzo.

Sosteneva che, quindi, il trasferimento degli immobili era inesistente ed inefficace, in quanto effettuato in forza di procura a vendere ormai revocata, atteso che la stessa procura recava una data anteriore alla conclusione del preliminare al quale aveva preso parte direttamente l’attore, che con tale condotta aveva quindi inteso revocarla.

L’intervenuta revoca era ben nota sia al P. che al notaio rogante, che aveva stipulato anche il preliminare.

Ciò premesso, chiedeva dichiarare la nullità, inesistenza ed inefficacia dell’atto di vendita del 28 dicembre 2007, stante l’inesistenza o nullità della procura; dichiarare la risoluzione per inadempimento dell’acquirente del contratto di compravendita, atteso il mancato versamento del prezzo; condannare i convenuti P. ed (OMISSIS) al risarcimento dei danni e dei costi subiti in conseguenza dell’inadempimento del contratto, imposte ed oneri di registrazione della sentenza dichiarativa dell’inefficacia, inesistenza e nullità della vendita, o comunque della sua risoluzione; condannare il notaio G. al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, per la grave responsabilità professionale.

Si costituivano in giudizio il P. e la società convenuta che evidenziavano che la società era stata costituita coevamente alla conclusione del preliminare del 5 dicembre 2007, e che sempre nella medesima data era stata redatta una scrittura privata che attestava che i beni sarebbero stati fiduciariamente intestati alla società, ma che di fatto sarebbero però rimasti nella disponibilità di P.A.G. e M. nonchè di C.A..

Si costituiva altresì il notaio G. che si opponeva all’accoglimento della domanda.

A seguito del decesso dell’attore, si costituivano i suoi eredi M. M.A.D. P.A. e C.A., eredi del defunto, che insistevano per l’accoglimento delle domande proposte dal loro dante causa.

Intervenuto il fallimento della società convenuta, e riassunto il giudizio a seguito della sua interruzione, il Tribunale di Asti con la sentenza n. 647 del 3 dicembre 2013 rigettava le domande dell’attore, compensando le spese di lite.

Avverso tale sentenza proponevano appello C.A. e M. M.D.A. P.A., cui resistevano gli appellati, chiedendo il rigetto del gravame.

La Corte d’Appello di Torino con la sentenza n. 1762 dell’11 ottobre 2016 rigettava l’impugnazione.

Quanto ai primi tre motivi di appello, che reiteravano la tesi dell’intervenuta revoca della procura ai sensi dell’art. 1724 c.c., i giudici di appello condividevano l’assunto del Tribunale secondo cui la conclusione del preliminare di compravendita in proprio da parte del mandante non implicasse revoca della procura in precedenza rilasciata al P..

Infatti, nel preliminare non si evinceva alcuna volontà del P.A. di voler partecipare in proprio anche al successivo definitivo.

Inoltre, la procura prevedeva espressamente il concorso del rappresentante e del rappresentato nell’esercizio dei poteri oggetto della procura, così che il compimento del preliminare da parte del dominus non implicava anche la volontà di revocare la procura.

La sentenza poi rilevava che, come suggerito dalla difesa del notaio G., non può identificarsi la procura con il mandato e che la procura avente ad oggetto beni immobili deve avere una forma scritta ad substantiam, requisito che si trasmette anche alla revoca.

La procura nella specie riguardava una pluralità di immobili e concerneva il potere di ordinaria e straordinaria amministrazione, ivi compreso il potere di disporre dei beni.

Il compimento da parte del dominus di un singolo negozio riferito ad un singolo immobile non comporta la revoca integrale della procura, e ciò anche perchè la procura non fa venir meno il potere del conferente di compiere personalmente gli atti dispositivi, conservando questi un potere concorrente con quello del procurator.

Nè poteva valorizzarsi il riferimento alla nozione di affare, posto che la procura si differenzia dal mandato ed attiene al compimento di atti giuridici.

Nulla escludeva quindi che, anche dopo la conclusione in prima persona del preliminare da parte dell’attore, il definitivo potesse essere concluso dal procuratore atteso che il preliminare poneva le basi della successiva alienazione con il definitivo, il tutto alla luce del reale intento delle parti che, come si evinceva dalla scrittura privata coeva al preliminare, era quello di creare un’intestazione fittizia del bene in capo alla società.

Quanto al rilievo della simulazione dell’atto di vendita, la sentenza di appello osservava che lo stesso era stato sollecitato dalle difese della società, che aveva evidenziato come l’attore di intesa con la stessa società avesse posto in essere una simulazione, trattandosi di rilievo effettuato ad abundantiam, avuto riguardo al tenore della domanda originaria che era quella di inefficacia per revoca della procura. Ne derivava che andava rigettata la domanda di nullità ed inesistenza del definitivo.

Del pari doveva essere disattesa la deduzione secondo cui la procura era stata rilasciata per una vendita e non anche per una simulazione della vendita (e ciò anche avuto riguardo alla possibilità per lo Stato di potersi avvalere della prelazione artistica, interessante il castello).

A ciò andava aggiunto che la società non aveva nel suo oggetto l’attività fiduciaria, avendo poi riportato in bilancio all’attivo la proprietà del castello ed al passivo il debito del prezzo.

In primo luogo, vi era contraddizione tra la richiesta di dare atto della simulazione e quella invece di pronunciare la risoluzione del contratto.

In realtà il Tribunale aveva accertato incidenter tantum la simulazione sicchè la relativa domanda non poteva essere avanzata per la prima volta in grado di appello.

Inoltre, quanto all’eccezione di nullità del contratto simulato non poteva non segnalarsene la contraddittorietà con la permanenza della domanda di risoluzione.

Andava aggiunto che trattasi di eccezione di nullità senza che fosse stato chiarito quale fosse il bene della vita richiesto, con la conseguente irrilevanza dell’eccezione stessa.

Viceversa, la simulazione era stata appurata al fine, evidenziato dalla difesa della società, di conseguire il rigetto della domanda di risoluzione, stante l’assenza di volontà delle parti di procedere all’effettivo trasferimento della proprietà dei beni.

Andava, quindi, respinta la domanda di risoluzione del preliminare, il che comportava il rigetto dell’appello.

Dovevano poi essere disattese sia la richiesta del P. di estromissione dal giudizio sia quella della curatela del fallimento della (OMISSIS) di improcedibilità della domanda, in quanto nella specie non operava la vis actractiva di cui alla L. Fall., art. 24.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso M. M.A.D. P.A., anche quale erede della madre C.A., deceduta nel corso del giudizio di appello, sulla base di sette motivi.

G.F. resiste con controricorso.

La curatela del fallimento della (OMISSIS) S.r.l. resiste con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale affidato ad un motivo.

P.D. non ha svolto difese in questa fase.

Il ricorrente principale e la ricorrente incidentale hanno depositato memorie in prossimità dell’udienza.

2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 1724 c.c., quanto al mancato riconoscimento da parte dei giudici di appello che la conclusione del preliminare del 5/12/2007 direttamente da parte di P.A.G. implicasse la revoca della procura in precedenza conferita al P., avendo il mandante compiuto direttamente l’affare per il quale la procura venne rilasciata.

Peraltro, di tale circostanza anche il mandatario era venuto immediatamente a conoscenza posto che aveva preso parte al preliminare in rappresentanza della società. Ha errato il Tribunale a ritenere necessario verificare se l’attività posta successivamente in essere dal mandante sia incompatibile con il successivo esercizio del potere rappresentativo, in quanto nella specie era stato esattamente compiuto l’affare in vista del quale era stata conferita la procura.

La conclusione del preliminare evidenzia come sia stato compiuto l’affare cui era strumentale la procura palesandosi erronea la conclusione cui sono pervenuti i giudici di appello.

Rileva il Collegio che nelle more del presente giudizio di legittimità, è intervenuta l’ordinanza di questa Corte n. 19748/2018, ritualmente notificata ex art. 372 c.p.c., alle controparti dalla difesa della curatela fallimentare, con la quale è stato rigettato il ricorso con il quale l’odierno ricorrente e la madre avevano impugnato nei confronti della curatela, la sentenza del Tribunale di Milano n. 5780/2014, che aveva a sua volta rigettato la domanda di rivendica avanzata dai ricorrenti in sede fallimentare del castello di (OMISSIS), asseritamente facente parte dell’attivo fallimentare ed oggetto del contratto di vendita del 28/12/2007, che è oggetto anche del presente giudizio. La sentenza in quella sede impugnata aveva, infatti, rigettato la domanda dei ricorrenti, ritenendo che il bene rientrasse nell’attivo fallimentare, e ciò sulla base della valutazione di validità ed efficacia proprio della vendita oggetto di causa anche in questo giudizio, avendo anche in sede concorsuale i ricorrenti dedotto a sostegno della propria pretesa la nullità ed inefficacia del contratto di compravendita, per la carenza di potere in capo al mandatario, stante la revoca tacita della procura, per effetto della conclusione del preliminare ed avendo avanzato anche la richiesta di risoluzione del contratto quale conseguenza del mancato versamento del prezzo.

Il rigetto del ricorso avvenuto con l’ordinanza sopra indicata, con la formazione del giudicato sul rigetto delle domande di inefficacia ed invalidità del contratto di compravendita del 28/12/2007, trattandosi di pronuncia emessa nei confronti sia dell’odierno ricorrente che della curatela fallimentare, rende non più contestabile tale accertamento in questa sede, dovendo il giudice rilevare d’ufficio il giudicato esterno, nella specie intervenuto in epoca successiva all’introduzione del giudizio di legittimità (cfr. Cass. n. 26041/2010, che ammette la possibilità di avvalersi della previsione di cui all’art. 372 c.p.c., per la produzione in sede di legittimità del giudicato esterno intervenuto in epoca successiva alla notifica del ricorso per cassazione; conf. Cass. n. 11365/2015; Cass. n. 1534/2018).

Ai fini della sussistenza del giudicato esterno, quanto alla sorte del contratto definitivo, rileva anche quanto affermato da Cass. n. 11775/1998, a mente della quale la domanda di rivendicazione di un bene compravenduto, proposta, ai sensi della L. Fall., art. 103, per inadempimento della controprestazione da parte del fallito, presuppone, il diritto di proprietà del richiedente sul bene rivendicato, e, quindi, l’accertamento che tale bene sia virtualmente uscito dal patrimonio del debitore a seguito della risoluzione del contratto. Ne consegue che, ai fini dell’accoglimento della domanda di rivendicazione, occorre che sia proposta una domanda di risoluzione del contratto dinanzi al giudice cui si richiede la rivendicazione, se detta domanda non abbia già trovato accoglimento in altra sede.

Trattasi di principio che, analogamente al caso in esame, concerne la pretesa del rivendicante di ottenere il riconoscimento della proprietà del bene rientrante nel patrimonio del fallito sulla base di un atto che andrebbe risolto per inadempimento del compratore, ma che è estendibile anche all’altra causa di inefficacia dedotta in citazione rappresentata dall’intervenuta revoca della procura rilasciata al procuratore che aveva agito per conto del venditore nell’atto di compravendita.

D’altronde, come si ricava dalla lettura dell’ordinanza prodotta dalla curatela, la questione concernente l’applicazione dell’art. 1724 c.c., era stata dedotta anche in quel giudizio, essendo stato peraltro disatteso il secondo motivo di ricorso che appunto investiva la correttezza dell’applicazione dell’art. 1724 c.c., ritenendo che le analoghe censure ivi sviluppate avevano ad “oggetto il merito dell’ermeneusi e non l’errata applicazione dei criteri legali”.

Il giudicato esterno formatosi sul punto rende quindi inammissibile il motivo che va comunque ritenuto infondato.

La giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 403/1970) ha effettivamente ritenuto che la disciplina di cui all’art. 1724 c.c., posta a regolamento della revoca tacita del mandato, ed applicabile in via di espansione analogica all’autonomo istituto giuridico della procura, può estendersi al negozio unilaterale attributivo del potere gestorio soltanto quando l’incarico per lo svolgimento della stessa attività sia conferito ad altro procuratore, o quando l’affare per il compimento del quale sia stata conferita la procura venga compiuto dal rappresentato.

E’ stato poi affermato il principio secondo cui (Cass. n. 1063/1964) il conferimento del mandato (o di una procura) non impedisce al mandante di compiere direttamente l’attività giuridica commessa al mandatario, ma tale revoca sussiste solo nel caso in cui il compimento dell’affare esaurisca del tutto l’oggetto delle attività demandate al mandatario (cfr. Cass. n. 2845/1969).

I giudici di merito, con accertamento in fatto, hanno valorizzato l’ampiezza del contenuto della procura rilasciata nell’aprile del 2007 al P., rilevando che la sola conclusione del preliminare, non esauriva la vicenda traslativa della proprietà del bene, ma si inseriva nel più ampio processo negoziale finalizzato a permettere il trasferimento della proprietà in capo alla società (sebbene come solo intestataria formale), necessitando quindi anche della conclusione del definitivo.

E’ stato poi sottolineato che la procura non escludeva il potere di partecipazione del rappresentato nell’esercizio dei poteri oggetto della procura, sicchè, pur potendosi ritenere che anche la conclusione del preliminare sia un affare (affermazione che nella giurisprudenza di questa Corte viene di solito riferita al riconoscimento del diritto del mediatore alla provvigione pur in presenza della conclusione del solo preliminare), nella specie, con accertamento in fatto, è stato ritenuto che solo la conclusione del definitivo, con il consolidarsi della vicenda traslativa (ancorchè solo apparente sul piano effettuale), poteva far ritenere esaurita l’attività oggetto della procura, atteso che solo la stipula del definitivo avrebbe consentito al preliminare (ed alla volontà espressa dalle parti nella coeva scrittura privata, volta ad illustrare il reale contenuto della volontà delle parti in chiave simulatoria) di ricevere una definitiva consacrazione.

Nè rileva che il preliminare abbia avuto ad oggetto solo parte o tutti beni di cui alla procura, in quanto è proprio la finalizzazione della procura che si assume revocata, non già alla sola conclusione del preliminare, ma alla definitiva disposizione dei beni ivi indicati, a deporre per l’impossibilità di annettere alla conclusione di un semplice preliminare l’effetto di cui all’art. 1724 c.c..

In disparte poi la carenza del requisito di specificità del motivo di ricorso, nella parte in cui, in violazione della prescrizione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, omette di riprodurre il contenuto sia del contratto preliminare sia della procura dell’aprile del 2007, onde consentire alla Corte di poterne apprezzare l’effettivo contenuto negoziale, appuntandosi le critiche del ricorrente proprio sulla pretesa erronea valutazione degli effetti di tali atti, non vale a denotare l’erroneità della decisione gravata il richiamo alla possibilità di dare esecuzione in forma specifica al preliminare ovvero alla possibilità di poter trascrivere lo stesso preliminare.

Infatti, l’esecuzione in forma specifica del contratto preliminare ha riguardo ad una vicenda patologica del meccanismo negoziale voluto dalle parti, e tende a superare la necessità che la volontà obbligatoria trasfusa nel contratto preliminare sia confermata dalla conclusione del definitivo, e ciò a conferma del fatto che solo con quest’ultimo atto (in assenza di una limitazione della procura alla sola conclusione del preliminare) può ritenersi esaurito l’affare in vista del quale la procura è stata rilasciata. Come del pari non assume decisività la possibilità di pervenire alla trascrizione del preliminare, in quanto tale formalità tende a stabilire un criterio di prevalenza nel caso di più preliminari conclusi dal dante causa ovvero a mettere al riparo il promissario acquirente da successivi atti posti in essere dal promittente venditore o dal suo procuratore, ma essendo anche in tal caso necessario poi che l’impegno assunto nel preliminare sia trasfuso in un atto (anche giudiziale, come nel caso di adozione della sentenza costitutiva) che determini la definitività della vicenda interessata dalla pattuizione preliminare.

D’altronde la tipica funzione del contratto preliminare di assicurare il cd. controllo del sopravvenienze, non esclude che, proprio alla luce del manifestarsi di queste ultime, le parti addivengano alla volontà di risolvere il contratto de quo, ovvero di procedere alla stipula del definitivo sulla base di un rinnovato programma contrattuale, attività giuridiche per le quali manterrebbe piena efficacia e validità la procura a suo tempo rilasciata, e ciò sebbene, come appunto consentito dalla legge, il dominus abbia inteso compiere in prima persona una delle attività, pur suscettibili di compimento da parte del procuratore.

3. Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 1421 c.c. e dell’art. 1418c.c., comma 2, artt. 1343, 1344 c.c. e art. 345 c.p.c., comma 2, quanto all’omesso rilievo d’ufficio e declaratoria nel dispositivo della sentenza impugnata della nullità del contratto definitivo di compravendita per simulazione assoluta e causa illecita, in presenza della domanda di nullità della parte su diverso motivo.

Deduce il ricorrente che già il Tribunale, in via incidentale, aveva rilevato la simulazione assoluta del contratto definitivo, ma ha omesso di dichiarare d’ufficio in dispositivo la nullità dello stesso contratto, e ciò in violazione dell’art. 1421 c.c..

Inoltre, si era dedotta anche la nullità del contratto perchè avente causa illecita e perchè concluso in frode alla legge ex art. 1344 c.c., avendo la Corte d’Appello ritenuto irrilevante la detta eccezione di nullità.

Rileva il Collegio che, alla luce delle considerazioni svolte in occasione della disamina del primo motivo, il giudicato esterno ivi richiamato, sia destinato ad avere prevalenza anche in relazione alla censura in esame, atteso che, come si ricava dal contenuto dell’ordinanza n. 19748/2018, in quella sede venne fatto cenno anche alla simulazione del contratto, rilevandosi a pag. 5 che l’accenno era del tutto generico mancando ogni preciso riferimento alla sentenza che l’aveva accertata, ritenendo che quindi fosse priva di fondamento.

Inoltre, deve rilevarsi che il rigetto della domanda di rivendicazione proposta dal ricorrente e dalla madre in sede fallimentare, è avvenuto sul presupposto della validità ed efficacia dell’atto di trasferimento del bene alla società, accertamento questo che, essendo ormai coperto da efficacia di giudicato, preclude che successivamente possa ancora dedursi la nullità del contratto, come appunto esplicitato dalla giurisprudenza di questa Corte nei famosi arresti a Sezioni Unite del 2014 (Cass. S.U. nn. 26242/2014 e 26243/2014).

Il giudicato circa la validità degli atti con i quali è stata trasferita la proprietà dei beni alla società fallita risulta quindi prevalente anche in relazione al diverso profilo della simulazione, ancorchè rilevata in via meramente incidentale ed al fine del rigetto della domanda di risoluzione, parimenti disattesa nel giudicato costituito dalla sentenza del Tribunale di Milano.

La censura è comunque priva di fondamento.

Rileva a tal fine la circostanza che l’attore, aveva, quanto alla validità del contratto definitivo, chiesto accertarsi la sua inefficacia per carenza di valido potere di rappresentanza in capo a colui che aveva agito a suo nome, e la risoluzione sia del preliminare che del definitivo, per l’inadempimento della società agli obblighi scaturenti dal contratto.

Ancorchè la richiesta fosse estesa all’accertamento della nullità o inesistenza del definitivo, deve però ritenersi che, alla luce del fatto che avrebbe determinato tale conseguenza (carenza di una valida procura in capo al procuratore), la domanda fosse in realtà finalizzata alla declaratoria di inefficacia del contratto (cfr. ex multis Cass. n. 3854/2018).

Deve quindi escludersi per la causa petendi dedotta in citazione che fosse stata anche avanzata una domanda di nullità (dovendo prevalere sulle erronee indicazioni degli effetti scaturenti dai fatti dedotti in giudizio, la conseguenza che invece la legge annette ai medesimi fatti).

Nel corso del giudizio, a seguito della difesa della società convenuta e del P., e precisamente al fine di contrastare le domande di risoluzione fondate sul mancato adempimento dell’obbligo di versamento del corrispettivo, il Tribunale ha ritenuto che sia il preliminare che la vendita definitiva fossero simulate, quanto alla volontà di trasferire i beni alla società ed al conseguente obbligo di questa di dover versare un corrispettivo, e correttamente, in assenza di una domanda di nullità espressamente formulata in reconventio reconventionis dall’attore in primo grado, il Tribunale si è limitato a rigettare, da un lato, la domanda fondata sul presupposto della revoca della procura, e dall’altro, quella di risoluzione, previo accertamento incidentale dell’assenza di efficacia della vendita giusta l’esistenza dell’accordo simulatorio.

Assume il ricorrente che i giudici di appello, attesa la deduzione della nullità anche da parte dell’appellante, avrebbero dovuto in dispositivo dichiarare la nullità del definitivo per la sua simulazione assoluta e per illiceità della causa.

La deduzione però non può trovare accoglimento.

Va in primo luogo rilevata l’assoluta genericità del motivo quanto alla deduzione secondo cui il contratto in esame sarebbe affetto da nullità per illiceità della causa e per violazione dell’art. 1344 c.c., mancando la specifica individuazione delle ragioni per le quali l’accordo simulatorio nella specie avrebbe causa illecita.

Nè appare poi sostenibile che la stessa simulazione implichi anche l’illiceità dell’accordo, atteso il giudizio di neutralità che il legislatore serba nei confronti del fenomeno simulatorio, come si ricava altresì dalla previsione di cui all’art. 1417 c.c., che nel consentire eccezionalmente la prova per testi o presunzioni della simulazione alle parti, circoscrive tale possibilità al solo caso in cui il negozio dissimulato sia illecito, potendosi ricavare a contrario la conferma che non vi è alcuna possibilità di ritenere sillogistica la conclusione tra simulazione del contratto e sua illiceità.

Ribadito quindi che in primo grado non era stata avanzata dal ricorrente una domanda di nullità, nè in citazione nè a seguito dell’eccezione di simulazione proposta dai convenuti, non può avere seguito la deduzione secondo cui il giudice di appello, a fronte della reiterazione della questione di nullità o di simulazione del contratto, avrebbe dovuto dichiarare la stessa in dispositivo.

Quanto alla simulazione, va richiamata la giurisprudenza di questa Corte secondo cui (Cass. n. 4933/2016) – la stessa, in virtù del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, deve essere allegata dalle parti – e se è fatta valere in via d’azione deve essere dedotta, a pena di inammissibilità, nel giudizio di primo grado, mentre, se è formulata come eccezione, può essere riproposta anche in appello (conf. Cass., n. 13459/2006).

Nella fattispecie la simulazione è stata appunto rilevata già in primo grado, ed ha legittimamente fondato anche il rigetto della domanda di risoluzione, ma in mancanza di una domanda in tal senso avanzata in primo grado non poteva il giudice di appello pervenire ad una espressa declaratoria in dispositivo, dovendo la sua valutazione essere confinata al rango di mera eccezione.

Analoghe conclusioni vanno prese quanto alla pretesa nullità del contratto.

A tal fine valga il richiamo al già citato arresto delle Sezioni Unite (Cass. n. 26242/2014, peraltro richiamata anche dalla difesa del ricorrente), che, pur ammettendo che nel giudizio di appello ed in quello di cassazione, il giudice, in caso di mancata rilevazione officiosa, in primo grado, di una nullità contrattuale, ha sempre facoltà di procedere ad un siffatto rilievo, ha tuttavia precisato che la “rilevazione” “ex officio” delle nullità negoziali (sotto qualsiasi profilo, anche diverso da quello allegato dalla parte, ed altresì per le ipotesi di nullità speciali o “di protezione”) va intesa come indicazione alle parti di tale vizio, mentre la loro “dichiarazione” non può avvenire ove sia mancata un’espressa domanda della parte pure all’esito della suddetta indicazione officiosa.

Inoltre, dalle Sezioni Unite (Cass. n. 26243/2014) è stato altresì affermato che la domanda di accertamento della nullità di un negozio proposta, per la prima volta, in appello è inammissibile ex art. 345 c.p.c., comma 1, salva la possibilità per il giudice del gravame – obbligato comunque a rilevare di ufficio ogni possibile causa di nullità, ferma la sua necessaria indicazione alle parti ai sensi dell’art. 101 c.p.c., comma 2 – di convertirla ed esaminarla come eccezione di nullità legittimamente formulata dall’appellante, giusta del citato art. 345, comma 2 (conf. Cass. n. 5249/2016).

Ribadito quindi che, quanto ai rapporti tra il ricorrente e la società fallita, la questione relativa alla simulazione ovvero alla nullità del contratto è ormai pregiudicata dal giudicato nelle more sopravvenuto quanto alla validità del contratto, la decisione dei giudici di appello è incensurabile circa la mancata declaratoria della nullità in dispositivo, posto che in primo grado alcuna domanda di nullità o di simulazione è stata proposta dalle parti, ma che è stata delibata solo l’eccezione di simulazione assoluta, con il riconoscimento che il contratto non aveva prodotto effetti, in relazione alla richiesta di risoluzione dello stesso, e che l’eccezione di nullità, sebbene del tutto genericamente illustrata in ricorso, non avrebbe permesso al giudice di dichiarare la nullità in dispositivo, avendo la sentenza gravata rilevato che, in assenza di domanda di nullità, non si dava ragione del bene della vita richiesto, cui era funzionale l’accertamento in via di mera eccezione della nullità.

4. Il terzo motivo di ricorso deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, quanto alle attestazioni e dichiarazioni del notaio G. circa l’adempimento del contratto di compravendita immobiliare, il pagamento del prezzo e la residenza del P., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si deduce che in citazione era stata avanzata domanda di risarcimento danni per responsabilità professionale del notaio, il quale aveva omesso di indicare con precisione il luogo di residenza del legale rappresentante della società, avendo poi dato atto dell’avvenuto versamento del prezzo, indicando la ricezione di un assegno bancario, mai incassato (e ciò sebbene nel definitivo fosse previsto che il pagamento sarebbe avvenuto a mezzo assegno circolare).

Il motivo è inammissibile ex art. 348 ter c.p.c., u.c.. La Corte d’Appello ha confermato, quanto alla richiesta di risarcimento danni avanzata nei confronti del notaio, la pronuncia di primo grado, evidenziando al riguardo a pag. 27 che era meritevole di conferma la soluzione alla quale era pervenuto il Tribunale.

Trattandosi di un’ipotesi di cd. doppia conforme, adottata in un giudizio di appello introdotto in data successiva al 12 settembre 2012, risulta quindi applicabile la detta previsione normativa, che preclude la deducibilità del vizio di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5. Il quarto motivo di ricorso denuncia la nullità della sentenza per omesso esame della domanda di risarcimento del danno avanzata nei confronti della società fallita, del P. e del notaio G., di cui ai motivi nn. 4 e 5 dell’atto di appello e punti nn. 3 e 4 delle conclusioni di appello, con conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c..

Il motivo è infondato.

Il rigetto della domanda di inefficacia del contratto per difetto del potere in capo al rappresentante e di quella di risoluzione (domande che erano state effettivamente proposte in primo grado), con la conferma di tali statuizioni anche in grado di appello, rende evidente che anche le consequenziali domande risarcitorie siano state implicitamente rigettate, anche in relazione alla richiesta di rimborso degli oneri di registrazione e trascrizione dell’eventuale sentenza di accoglimento delle domande avanzate in primo grado.

6. Il quinto motivo di ricorso denuncia la nullità della sentenza per omesso esame della domanda di risoluzione del contratto definitivo di compravendita per inadempimento, con la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Osserva il Collegio che anche su tale questione è destinato ad incidere il giudicato sopra indicato, avendo il Tribunale di Milano nella sentenza n. 5780/2014 (passata appunto in cosa giudicata) rilevato che il prezzo era stato versato, e che non rilevava la circostanza del mancato incasso, in quanto non opponibile nè addebitabile al fallimento.

Il motivo deve comunque essere disatteso.

La domanda de qua è stata rigettata dal Tribunale sul presupposto che alcun corrispettivo fosse dovuto, attesa la volontà delle parti di dar vita ad una simulazione del contratto, con intestazione solo apparente del bene alla società.

La Corte d’Appello ha confermato la decisione di primo grado, ritenendo di condividere le argomentazioni che sorreggono la decisione impugnata, ed avendo specificamente disatteso, a pag. 22, le critiche dell’appellante volte a contestare l’esistenza della simulazione (che aveva appunto giustificato il mancato versamento del prezzo), mostrando in tal modo di aderire alla tesi della non debenza del prezzo, aggiungendo poi, a pag. 23, le ragioni che rendevano infondate le contestazioni al rigetto della domanda di inadempimento, il che denota come non ricorra il vizio di omessa pronuncia invece denunciato.

7. Il sesto motivo di ricorso deduce la violazione dell’art. 1414 c.c., nella parte in cui il Tribunale ha ritenuto simulato il definitivo, senza però avvedersi che non vi era stato alcun incarico conferito in tal senso al mandatario, e ciò anche avuto riguardo al fatto che la procura risaliva al mese di aprile del 2007, allorchè non era nemmeno stata costituita la società.

Si reitera l’argomento secondo cui il contratto simulato avrebbe causa illecita e si deduce che analoga violazione sarebbe stata commessa anche in relazione alla simulazione del definitivo.

Anche tale motivo risulta influenzato nella sua ammissibilità dal rilievo circa il sopravvenuto giudicato, come esposto in occasione dell’esame del primo motivo, avendo la precedente ordinanza di questa Corte disatteso anche la questione relativa alla simulazione del contratto.

In ogni caso la doglianza è priva di fondamento, atteso che la stessa si risolve nella sostanza in una contestazione all’accertamento di fatto operato dal giudice di merito.

Già il Tribunale aveva posto in evidenza gli elementi di fatto dai quali inferire l’esistenza di un accordo simulatorio, elencando tra questi la partecipazione al preliminare ed al definitivo dei medesimi soggetti di cui alla scrittura coeva al primo, che illustrava quale fosse il reale intento delle parti.

In particolare, sia al preliminare che alla coeva scrittura risulta avere preso parte il P., sebbene nella qualità di rappresentante della società, sicchè la Corte d’Appello, a pag. 21 della sentenza gravata, ha rilevato che esisteva uno stretto legame tra preliminare e definitivo e che entrambi miravano nel loro insieme a corroborare quanto le parti avevano inteso concordare con la scrittura avente ad oggetto l’interposizione fittizia di persona.

Con tali affermazioni risulta evidente che il giudice di appello, ancorchè la procura risalga all’aprile del 2007, ha ritenuto che la consapevolezza del P. di quelle che erano le reali intenzioni di coloro che avevano sottoscritto il preliminare e la coeva scrittura privata, assicurava che la natura simulata del definitivo fosse comprovata sebbene a tale ultimo atto per il P.A. avesse preso parte il P., e ciò in quanto, dovendo il procurator dare attuazione alle volontà del dominus, obiettivo per il quale era stata conferita la procura, era necessario per completare il disegno negoziale manifestato nella scrittura coeva al preliminare, far sì che anche il definitivo fosse simulato.

Il conferimento di una procura avente tale scopo si ricava dalla stessa funzionalizzazione della procura a soddisfare l’attuazione negoziale delle volontà del dominus, volontà che erano state esplicitate in atti ai quali aveva preso parte anche il procurator, e che quindi non avrebbe potuto esimersi dal darvi concreta attuazione.

8. Il settimo motivo denuncia la violazione dell’art. 1414 c.c. e art. 112 c.p.c., nella parte in cui il Tribunale e la Corte d’Appello si sono pronunciati per la simulazione del contratto preliminare e del definitivo, sebbene la relativa eccezione fosse stata tardivamente proposta dai convenuti P. ed (OMISSIS).

Vale anche per tale mezzo di impugnazione il rilievo della portata preclusiva del giudicato nelle more intervenuto.

La doglianza è comunque infondata.

Premesso che l’accertamento della natura simulata del contratto definitivo e del preliminare è avvenuta solo ai fini del rigetto della domanda di risoluzione del contratto definitivo, e quindi al fine di paralizzare la richiesta dell’attore, restando quindi confinata la questione al livello di mera eccezione, come appunto chiarito in occasione della disamina del secondo motivo di ricorso, rileva il Collegio che analogamente a quella di nullità, quella di simulazione, funzionale ad una pronuncia di mero accertamento, costituisce a ben vedere un’eccezione in senso lato, non rientrando, in mancanza di un’espressa previsione del legislatore, tra quelle che, anche alla luce della giurisprudenza di questa Corte, sono considerate eccezioni in senso stretto (si veda ex multis Cass. S.U. n. 10531/2013).

Va inoltre evidenziato che se, alla luce della lettura del ricorso, la questione concernente la pretesa tardività dell’eccezione de qua (per non essere stata proposta nel rispetto del termine di cui all’art. 167 c.p.c.) era stata sollevata in primo grado, nonostante l’accertamento della simulazione del definitivo avesse fondato la pronuncia del Tribunale di rigetto della domanda di risoluzione dell’attore, non risulta che l’eccezione di tardività sia stata reiterata nei motivi di appello, risultandone quindi preclusa la deduzione in sede di legittimità (e ciò anche a voler soprassedere circa la correttezza del riferimento alla violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo, nella stessa prospettazione del ricorrente, la Corte d’Appello deciso su di un’eccezione non già mai dedotta dai convenuti, bensì tardivamente dedotta, con la violazione quindi del regime di preclusioni di cui all’art. 167 c.p.c.).

Il ricorso principale deve quindi essere disatteso.

9. La curatela della società convenuta ha proposto un motivo di ricorso incidentale che denuncia la violazione della L. Fall., artt. 24,52 e 93, nella parte in cui la Corte d’Appello ha disatteso l’eccezione di improcedibilità delle domande svolte dagli appellanti dovendo essere esaminate in sede concorsuale.

Il motivo deve reputarsi assorbito in quanto condizionato.

Depone in tal senso lo stesso tenore delle espressioni del controricorso che, a pag. 19, fa precedere l’illustrazione del motivo, dall’affermazione “Nella denegata e non creduta ipotesi in cui Codesta Suprema Corte dovesse ritenere fondate le censure svolte dal ricorrente sig. P.A., con il presente atto, il Fallimento propone altresì ricorso in via incidentale…”, che denota come l’interesse alla coltivazione del mezzo di impugnazione incidentale sia evidentemente correlato all’ipotesi di accoglimento delle censure di cui al ricorso principale.

Va poi aggiunto che, essendo la società risultata del tutto vittoriosa in sede di merito (avendo visto respinte tutte le domande avanzate nei suoi confronti dall’attore) vale il principio reiteratamente affermato da questa Corte secondo cui (Cass. n. 6138/2018) il ricorso incidentale proposto dalla parte totalmente vittoriosa nel giudizio di merito, che investa questioni pregiudiziali di rito, ivi comprese quelle attinenti alla giurisdizione, o preliminari di merito, ha natura di ricorso condizionato, indipendentemente da ogni espressa indicazione di parte, e deve essere esaminato con priorità solo se le questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito, rilevabili d’ufficio, non siano state oggetto di decisione esplicita o implicita da parte del giudice di merito. Qualora, invece, sia intervenuta detta decisione, tale ricorso incidentale va esaminato dalla Corte di cassazione solo in presenza dell’attualità dell’interesse, sussistente unicamente nell’ipotesi della fondatezza del ricorso principale (Cass. n. 4619/2015; Cass. S.U. n. 7381/2013).

Nella specie la curatela è risultata totalmente vittoriosa nel merito e la questione riproposta con il mezzo di impugnazione de quo, era stata esaminata e disattesa dal giudice di appello, il che consente di affermare che lo stesso sia naturalmente condizionato.

10. Stante il rigetto del ricorso principale, le spese seguono il principio della soccombenza, provvedendosi alla loro liquidazione come da dispositivo.

Nulla a disporre sulle spese quanto alla parte rimasta intimata.

11. Poichè il ricorso principale è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito il ricorso incidentale, e condanna il ricorrente principale al rimborso in favore della ricorrente incidentale delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 12.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge, se dovuti, nonchè della controricorrente delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge, se dovuti;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 18 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2021

 

 

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