Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14140 del 11/07/2016

Cassazione civile sez. VI, 11/07/2016, (ud. 12/05/2016, dep. 11/07/2016), n.14140

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29320-2014 proposto da

T.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE QUATIRO

FONTANE 20, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CERULLI

IRELLI, rappresentata e difesa dagli avvocati EUGENIO CAVALLUCCI,

MARIO CARAMITI giusta procura mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati MAURO RICCI, EMANUELA

CAPANNOLO, CLEMENTINA PULLI giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, (OMISSIS), in persona

del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza N. 736/2014 del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata

il 15/07/2014;

udita li relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato Giuseppe Cirulli Irelli (delega avv. Cavallucci)

difensore del ricorrente che si riporta agli scritti;

udito l’Avvocato Mauro Ricci difensore del controricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 12.5.2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione, redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“Con sentenza del 15.7.2014, il Tribunale di Firenze respingeva il ricorso proposto da T.A. avverso l’accertamento sanitario in data 26.10.2012 in sede di ATP ai sensi dell’art. 445 c.p.c., a seguito di dichiarazione di dissenso rispetto allo stesso, osservando che i motivi di contestazione alle conclusioni del C.t.u., in relazione alla richiesta di ripristino della prestazione revocata, erano coincidenti con le osservazioni svolte dal consulente di parte (dott. D.P.) nel procedimento di ATP e rilevando, quanto al principio della cosa giudicata invocato dalla ricorrente, che lo stesso non era valevole per le valutazioni di carattere tecnico demandate al CTU, il quale aveva svolto l’accertamento sulla base dei dati di rilevanza medico sanitaria acquisiti in sede di consulenza, non contestati dalla ricorrente. Aggiungeva che quest’ultima non aveva evidenziato elementi nuovi sopravvenuti rispetto all’epoca di svolgimento dell’ATP e non aveva rilevato specifiche omissioni nella valutazione del Ctu che imponessero il rinnovo delle operazioni peritali.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la T., affidando l’impugnazione a quattro motivi, cui resiste, con controricorso, l’INPS. Con il primo motivo, viene dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., per il quale l'”accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto fra le parti, i loro eredi o aventi causa”, laddove il giudice adito con ricorso ai sensi dell’art. 445 bis c.pc. ha stabilito che l’accertamento tecnico demandato ad un Consulente tecnico di ufficio può prescindere dalla “res judicata”, basandosi solo su considerazioni tecniche, anche in contrasto con precedenti recepiti nella sentenza inter partes ormai passata in giudicato. Si sostiene al riguardo che l’accertamento su un punto di fatto o diritto costituente la premessa necessaria della decisione divenuta definitiva, quando sia comune ad una causa introdotta posteriormente, preclude il riesame della questione, anche se il giudizio successivo abbia finalità diverse da quelle del primo, a condizione che i due giudizi abbiano identici elementi costitutivi. Si osserva che, nel caso specifico, il rapporto è di durata, nel senso che il diritto permane rebus sic stantibus, venendo meno solo per un mutamento della situazione di fatto recepita in sentenza, laddove nella specie il Ctu, officiato in sede di Atp, aveva demolito la CTU precedentemente effettuata posta a base della sentenza della Corte di appello passata in giudicato, favorevole alla parte, senza accertare se si fosse verificato un miglioramento delle condizioni patologiche da cui la stessa era affetta.

Con il secondo motivo, è denunziata violazione e falsa applicazione dell’art. 191 c.p.c., per avere il giudice del merito recepito la valutazione dell’ausiliare, nonostante che lo stesso avesse travalicato i propri poteri, pretendendo di rimettere in discussione una precedente consulenza tecnica di ufficio sulla cui base era stata pronunziata la sentenza passata in giudicato, senza disporre nuova CTU. Con il terzo motivo, si lamenta omesso esame delle valutazioni del C.t. di parte, liquidate con il rilievo che “dati e valutazioni tecniche” proposti dal Consulente Tecnico d’ufficio non sarebbero stati specificamente contestati dalla parte ricorrente, evidenziandosi che ciò sia in contraddizione con quanto di seguito affermato con riguardo alla circostanza che le osservazioni del c.t.

di parte ricorrente non evidenziavano elementi nuovi sopravvenuti rispetto all’epoca dell’ATP, nè palesi o rilevanti omissioni nella valutazione del c.t.u..

Con il quarto motivo, la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 445 c.p.c., laddove era stato conferito a quanto ritenuto dal CTU nell’accertamento tecnico preventivo valore preminente rispetto a quanto accertato nel giudizio conclusosi con sentenza passata in giudicato, affermandosi che solo il sopravvenire di elementi nuovi avrebbe potuto rilevare nel giudizio di merito e non il mero dissenso dalle risultanze dell’a.t.p..

I motivi del ricorso vanno trattati congiuntamente per l’evidente connessione delle questioni che ne costituiscono l’oggetto.

Deve rilevarsi che, nel corso del giudizio instaurato con ricorso presentato ai sensi dell’art. 445 bis c.p.c., comma 6, è stato ritenuto che non vi fossero le condizioni per disporre il rinnovo delle operazioni peritali, avendo il Ctu replicato alle osservazioni del ct di parte della T. (osservazioni riproposte negli stessi termini nel procedimento suddetto) già in sede di a.t.p. rilevando che le patologie della ricorrente non erano di tipo cronicizzato e che le stesse si erano quasi del tutto risolte, a ciò essendo conseguite diverse valutazioni da parte delle Commissioni mediche in senso riduttivo. In particolare, si precisa, nella sentenza impugnata, che il Ctu aveva, comunque, raccolto l’anamnesi, descritto le patologie nel loro decorso e proceduto ad un esame obiettivo sul quale il consulente di parte non aveva espresso alcun dissenso.

In relazione alla questione del giudicato il Tribunale ha ritenuto che il principio non sia valevole per le valutazioni di carattere tecnico demandate al CTU. Tanto premesso, deve, in primo luogo, rilevarsi che l’art. 366 c.p.c., n. 6, prescrive che il ricorso deve contenere a pena di inammissibilità “la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda”. Ciò postula secondo il costante, consolidato insegnamento di questa Corte che, dovendo provvedersi alla individuazione di detti atti con riferimento alla sequenza di documentazione dello svolgimento del processo nel suo complesso, come pervenuta presso la Corte di cassazione (cfr. Cass. 8569/13; 4220/12;

6937/10), il ricorrente, anche in unione a quanto previsto dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 che sanziona in termini di improcedibilità il ricorso, il cui deposito non sia accompagnato pure dal deposito degli atti processuali e dei documenti su cui si fonda, sia chiamato ad assolvere un duplice onere processuale. Ove, invero, egli intenda dolersi dell’omessa o erronea valutazione di un documento da parte del giudice del merito, il requisito in parola si intende soddisfatto, allorchè il ricorrente produca il documento agli atti e ne riproduca il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il suo esatto contenuto. (2861/14; 2427/14; 2966/11). In altri termini, occorre non solo che la parte precisi dove e quando il documento asseritamente ignorato dai primi giudici o da essi erroneamente interpretato sia stato prodotto nella sequenza procedimentale che porta la vicenda al vaglio di legittimità; ma al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte (v. Cass. 761/14; 24448/13; 22517/13), occorre altresì che detto documento ovvero quella parte di esso su cui si fonda il gravame sia puntualmente riportata nel ricorso nei suoi esatti termini (Cass. 3748/14; 15634/13).

L’inosservanza anche di uno soltanto di questi oneri viola il precetto di specificità di cui al citato art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e rende il ricorso conseguentemente inammissibile (cfr.

Cass.14216/13; 23536/1323069/13).

Pertanto, in ottemperanza al principio di autosufficienza del ricorso, la parte che ha allegato la mancata valutazione della consulenza tecnica d’ufficio espletata nel giudizio conclusosi con sentenza passata in giudicato, aveva l’onere di indicare compiutamente (e, se del caso, trascrivere nel ricorso) gli accertamenti e le risultanze peritali predette, nonchè la pronuncia che a tali accertamenti ha fatto seguito, oltre che la contestata nuova perizia che ha dato origine al presente giudizio, al fine di consentire alla Corte di valutare la correttezza della sentenza impugnata, in relazione alla censura prospettata di violazione del principio del giudicato, dovendosi, in carenza di detta specificazione, dichiarare il ricorso inammissibile.

Pur volendo prescindersi da tale assorbente rilievo, deve, tuttavia, considerarsi come, in materia di accertamento del diritto a prestazioni d’invalidità, l’autorità della cosa giudicata ha come suo presupposto il principio rebus sic stantibus, atteso che il requisito sanitario non è caratterizzato da invariabilità, dal che discende che alla detta sentenza sia attribuito un valore meramente temporale, connesso all’accertamento delle condizioni dell’assistito compiuto al momento della decisione. Pertanto, la pronunzia passata in giudicato, se non consente una nuova valutazione, mediante diverso parere medico-legale, delle circostanze di fatto da essa già considerate, e, come tali, divenute inoppugnabili verità processuali, non impedisce, però, di tener conto dei mutamenti intervenuti successivamente, che comportino eventualmente la perdita del suddetto requisito sanitario da parte del ricorrente, con la conseguente legittimità, in questo secondo caso, di una decisione difforme dalla prima sentenza, che confermi, come è avvenuto nella specie, il giudizio posto a base della intervenuta revoca del beneficio in favore della parte che ne ha chiesto appunto il ripristino.

A prescindere dalla condivisibilità o meno dell’affermazione secondo cui l principio del giudicato non riguarda le valutazioni di carattere tecnico demandate al CTU, devono essere disattese le censure con le quali si assume l’avvenuta violazione del principio del giudicato, essendosi nella sostanza ritenuto nella decisione qui impugnata che le conclusioni dell’ausiliare avessero rilevanza, quanto all’accertamento dello stato di invalidità dell’assistita, con riferimento ad un diritto azionato per il periodo successivo alla revoca – a seguito di accertamento sanitario in data 26.10.2012 – del diritto al beneficio dell’assegno di invalidità, riconosciuto nel precedente giudizio, conclusosi con sentenza della Corte di appello di Firenze del 22.9.2009 – dotata di autorità di giudicato -, nel corso del quale era stata accertata un’invalidità del 67%.

In ragione delle esposte argomentazioni, si propone, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5, il rigetto del ricorso”.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. La ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Il Collegio ritiene di condividere integralmente il contenuto e le conclusioni della riportata relazione e concorda, pertanto, sul rigetto dello stesso, rilevando che proprio le osservazioni svolte con riguardo alla necessità che i rilievi attenessero ad una modificazione del requisito sanitario intervenuta dopo la decisione passata in giudicato consentono di ritenere coerente e conforme ai principi richiamati la decisione impugnata, posto che, in forza di quanto pure rilevato, non sono specificate, con la dovuta riproduzione dei passaggi della CTU che si assumono meramente demolitori della ctu posta a fondamento della pronunzia 22.9.2009, le puntuali ragioni poste a base della critica. Nè il riferimento ad un “diritto diverso” (pag. 9 della memoria) azionato nella presente sede è da intendere nei termini ritenuti dalla T., essendo l’interesse a procedere all’accertamento tecnico preventivo, ai fini di una diversa valutazione del requisito sanitario per il periodo successivo al giudicato, connesso alla contestazione del miglioramento delle condizioni sanitarie, accertato dalla competente commissione, rispetto a quelle che avevano determinato il ripristino dello stesso beneficio.

Anche i rilievi ulteriori vanno pertanto disattesi e non sono idonei a scalfire il contenuto della relazione che ha fatto riferimento alla regola secondo la quale, in conformità alla corretta interpretazione delle norme regolatrici della fattispecie, non sussiste alcun vincolo di giudicato con riferimento a miglioramenti sopravvenuti alla pronuncia che aveva recepito le conclusioni del CTU ivi officiato.

Sussistono le condizione di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c. per l’esonero della T. dal pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità. Deve invero, richiamarsi il principio espresso da questa Corte alla cui stregua “in tema di esenzione dal pagamento di spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali, l’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo modificato dal D.L. n. 269 del 2003, art. 42, comma 11 convertito nella L. n. 326 del 2003, secondo il quale “L’interessato che, con riferimento all’anno precedente a quello di instaurazione del giudizio, si trova nelle condizioni indicate nel presente articolo formula apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione nelle conclusioni dell’atto introduttivo e si impegna a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito verificatesi nell’anno precedente”, si interpreta nel senso che l’onere autocertificativo imposto alla parte ricorrente deve essere assolto con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado ed esplica la sua efficacia, senza necessità di ulteriore reiterazione, anche nelle fasi successive, valendo, fino all’esito definitivo del processo, l’impegno di comunicare le variazioni reddituali eventualmente rilevanti che facciano venire meno le condizioni di esonero. Ne consegue che, ove tali condizioni, originariamente insussistenti, si siano concretizzate nel prosieguo del giudizio, è facoltà dell’interessato rendere, anche nei gradi successivi, apposita dichiarazione diretta ad ottenere il riconoscimento del suddetto beneficio”. Nella specie dalla dichiarazione sottoscritta dalla ricorrente in calce al ricorso emerge che i redditi percepiti nel 2013 sono inferiori ai limiti previsti dalla norma richiamata, onde alcuna condanna alle spese deve essere disposta in capo alla parte soccombente.

Poichè il ricorso è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 si impone di dare atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 12 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2016

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