Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14119 del 24/05/2021

Cassazione civile sez. II, 24/05/2021, (ud. 21/10/2020, dep. 24/05/2021), n.14119

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8453/2017 proposto da:

O.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 133,

presso lo studio dell’avvocato SIMONE CADEDDU, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FRANCO ZUMERLE, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI

SAVORELLI 11, presso lo studio dell’avvocato ANNA CHIOZZA, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FEDERICA SEVERINO,

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2538/2016 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 10/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/10/2020 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 779/2014 il Tribunale di Verona accoglieva la domanda proposta da C.R. nei confronti del costituito convenuto O.M..

In particolare tale decisione del Giudice di prime cure sanciva la proprietà, in favore dell’attrice, della porzione di fondo di cui al mappale (OMISSIS) del Foglio (OMISSIS) del NCT del Comune di Pastrengo, come individuato specificamente in sentenza “ai fini di una migliore comprensione del dispositivo”, accertando la medesima proprietà per effetto di intervenuto acquisto a titolo di usucapione.

Il convenuto O. interponeva appello avverso la suddetta sentenza di cui chiedeva l’integrale riforma con rigetto dell’avversa domanda attorea.

Il gravame era resistito dalla C. che ne chiedeva il rigetto, svolgendo, altresì, appello incidentale volto all’accertamento dell’acquisto, in proprio favore ed a titolo di usucapione, anche della proprietà dell’ulteriore ed indicata porzione di fondo sempre del citato medesimo foglio (OMISSIS) (mm. (OMISSIS)).

L’adita Corte di Appello di Venezia, con sentenza n. 2538/2016, respingeva entrambi gli appelli e compensava integralmente le spese di lite del secondo grado di giudizio.

Avverso la succitata decisione della Corte territoriale ricorre l’ O. con atto affidato a sei ordini di motivi e resistito con controricorso dalla C..

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo del ricorso si denuncia il vizio di violazione dell’art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

La ragione della censura è ancorata all’esposta circostanza che “la sentenza oggetto dell’impugnazione è scritta a mano con calligrafia non comprensibile”, in particolare con riferimento ad un passo della stessa citato in ricorso e riguardante la trattazione del motivo di appello inerente la pretesa pronuncia ultra petita da parte del Tribunale di prima istanza.

Parte ricorrente eccepisce, quindi, la nullità ex art. 132 c.p.c., della sentenza per cui è ricorso.

Il motivo non può essere accolto.

L’ipotesi della nullità della sentenza è rinvenibile in caso di mancanza assoluta di leggibilità e, quindi, non nell’ipotesi in giudizio.

Parte controricorrente, fra l’altro, è stata ben capace ed ha fornito, come da atti (p. 10 del controricorso), la precisa “trasposizione” dattilografica del suddetto passo.

Deve, inoltre ed in senso decisivo, evidenziarsi che parte ricorrente, nonostante tale pretesa “incomprensibilità”, ha svolto a suo tempo anche ricorso per revocazione.

Non ricorrono, quindi, gli estremi per l’applicazione dell’invocato principio dato con la sentenza di questa Corte n. 4683/2010 (pure invocata a p. 9 del ricorso) perchè non si verte, nell’ipotesi in esame, nel (differente) caso di “laboriosa opera di interpretazione con esito incerto”, nè di mancanza di univocità dell’apprezzamento del contenuto (grafico) della decisione.

Il motivo, in quanto infondato, va – dunque – respinto.

2.- Il secondo motivo del ricorso viene esposto dopo una dedotta “premessa comune” ai rimanenti motivi del ricorso seguenti al primo.

Nella “comune” premessa – giova subito evidenziare si prospetta una comune doglianza di incompleta, incoerente ed illogica motivazione, tutta afferente ad aspetti (come si avrà di seguito modo di affermare) relativi a carenze motivazionali e ad aspetti meritali non più ammissibilmente censurabili alla stregua del vigente ed applicabile dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Ciò detto va precisato che (dopo la detta “comune” premessa) il motivo qui in esame consta nella deduzione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c., del vizio di violazione degli artt. 1158,2697 c.c. e artt. 116 e 118 disp. att. c.p.c..

La censura, nella sostanza, afferisce ad una valutazione in punto di fatto circa la possibilità di computare esattamente l’effettiva intervenuta usucapione del terreno per cui è controversia in dipendenza dell’età degli alberi di ulivo piantumati.

Premesso che i Giudici del merito hanno concordemente e correttamente dato luogo, nell’alveo del loro apprezzamento di merito, alla detta valutazione in fatto non può sottacersi una considerazione: proprio dalla riportata “comune” premessa sarebbe dovuto discendere il giusto effetto di riconoscere che, ai sensi della vigente legislazione, non vi è più ricorribilità in cassazione per carenza motivazionale.

Solo il difetto assoluto di motivazione, non ricorrente nella fattispecie (e, peraltro, escluso, di fatto, dalla stessa parte ricorrente) avrebbe potuto giustificare la svolta doglianza. Per di più è questione squisitamente di merito quella inerente la possibilità di dedurre dall’età degli ulivi rinvenuti dal CTU su fondo e dalla loro epoca di piantumazione il tempo di effettiva occupazione e, quindi, l’intervenuta usucapione in favore attrice – odierna controricorrente.

Il motivo deve, pertanto, essere – nel suo complesso – respinto.

3.- Con il terzo motivo parte ricorrente inserendo gli artt. 1158,2697 c.c., art. 126 c.p.c. e art. 118 c.p.c., lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, l'”omessa motivazione” in ordine alla “segnalata inattendibilità dei testi di parte C.”, alla quale – tuttavia – parte ricorrente non risulta neppure aver fatto, a suo tempo, seguire la denuncia di falsità.

La valutazione, nel merito e sotto il profilo fattuale, delle risultanze istruttorie è profilo del tutto meritale della fattispecie dedotta in giudizio e, come tale, non sindacabile innanzi a questa Corte di legittimità.

Il motivo è, quindi, non ammissibile.

4.- Con il quarto motivo del ricorso si prospetta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, il vizio di violazione degli artt. 1158,2697 c.c. e artt. 116 e 118 disp. att. c.p.c..

In sostanza parte ricorrente si duole della valutazione dell’intervenuta acquisizione in capo alla C. della proprietà del fondo per cui è causa.

Viene prospettato il preteso errato riconoscimento di intervenuta usucapione per effetto del “possesso uti dominus mediante piantumazione e coltivazione”.

Senonchè la valutazione, in fatto, di come e quando possa dalla piantumazione di alberi dedursi il possesso utile al fine dell’usucapione è compito precipuo del Giudice del merito, che -nella concreta ipotesi in giudizio – ha svolto correttamente tale apprezzamento neppure più sindacabile sotto il profilo, pure paventato in ricorso, della carenza o insufficienza della motivazione.

Il richiamo alla precedente pronuncia di questa Corte (Cass. n. 18215/2013) appare, quindi, non rilevante ed incongruo. Al di là della diversità della fattispecie va considerato che, all’epoca di quella pronuncia vi era ancora possibilità di sindacato in tema di insufficienza motivazionale relativa al particolarissimo aspetto dedotto e, comunque, l’ipotesi originante quella sentenza non era, nè viene addotta come identica a quella per cui è oggi controversia. Va rilevato, ancora e per completezza, che parte ricorrente svolge censura anche in relazione al rinvio in punto – da parte della sentenza impugnata – a quanto già accertato e statuito dal Giudice di prime cure.

Orbene il “limitarsi (come espressamente dedotto dal ricorrente) a confermare quanto già statuito da Giudice di primo grado” non sostanzia di per sè un vizio, specie quando (come nella fattispecie) la condivisione della valutazione in fatto non è del tutto illogica.

Il motivo va, quindi, respinto nel suo complesso.

5.- Con il quinto motivo si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione degli artt. 2704 e 1158,2697 c.c. e artt. 116 e 118 disp. att. c.p.c..

Viene posta dal ricorrente questione inerente la valutazione della prova sul fatto che “la porzione di terreno usucapita era adibita a parcheggio e concessa in locazione a tale B.”.

Anche per tale ultimo aspetto non può che evidenziarsi la natura del tutto meritale e fattuale della valutazione contestata, non ricorribile – come tale – in sede di legittimità

Il motivo è, quindi, inammissibile.

6.- Il sesto ed ultimo motivo è volto alla denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, della violazione dell’art. 950 c.c. e degli artt. 116 e 118 disp. att. c.p.c..

La doglianza è incentrata sulla questione della rideterminazione (già richiesta ab origine dall’attrice – controricorrente) del confine catastale fra due fondi limitrofi della parti in causa ed attuata con previsione di arretramento di mt. 1,80.

La doglianza è di carattere del tutto fattuale e meritale, specie ove si consideri che l’apprezzamento delle risultanze catastali costituisce puro profilo di accertamento di merito.

Il motivo è, quindi, inammissibile.

7.- Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato.

8.- Le spese seguono la soccombenza e si determinano come in dispositivo.

9.- Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte;

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio, determinate in Euro 3.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 21 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2021

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